"Voyager vous laisse d'abord sans voix, avant de vous transformer en conteur."

vendredi, mars 06, 2026

Le meilleur, sinon rien

Il motto di roguesblog è : “Il meglio, altrimenti niente”, vent’anni di diario personale tra viaggi, ricordi e riflessioni. Da due anni, dopo aver lasciato la mia attività lavorativa, ogni mattina seguo il mio piccolo rituale : colazione felice in pasticceria e passeggiata lungo la pedonale/ciclabile della Martesana, il naviglio vicino casa, ascoltando la mia musica negli auricolari. È il momento in cui osservo, rifletto e mi preparo a scrivere; tornato a casa, butto giù qualche riga, solo per ricordare, fissare un pensiero o un’emozione, senza fretta e senza aspettative. Così inizia la giornata sul mio blog, il roguesblog, il mio diario personale di viaggi e riflessioni. Nessuna intenzione di pubblicare i miei scritti in un libro, anche se una copia celebrativa, da conservare negli archivi cartacei, avrebbe per me un senso… semplicemente il mio spazio, mio e di chi vorrà leggere. Oggi, mentre stavo rivedendo alcune cose nel layout del blog, mi sono accorto di una cosa : "roguesblog compie vent’anni”. È nato il 6 marzo 2006 come piccolo diario digitale e, senza che me ne accorgessi davvero, è cresciuto insieme a me : tra viaggi, fotografie, lavori grafici e riflessioni. Non è un caso, allora, se il titolo di questo post — e il motto del blog — è in francese : “Le meilleur, sinon rien”. In questi vent’anni la Francia è stata il paese in cui ho trascorso più tempo in viaggio, 52 volte, e Parigi la città che ho visitato più di tutte, 27 volte : un luogo che continuo a vivere con entusiasmo, come se fosse la prima volta. Proprio pensando a questo mio rituale mattutino di scrittura, mi è venuto in mente un film francese uscito in questi giorni, “La mattina scrivo”, il cui titolo sembra descrivere perfettamente quello che faccio quasi ogni giorno prima di iniziare la giornata. Il film ha un leitmotiv che in poche parole riassume il suo senso profondo: “Finire un testo non significa essere pubblicati, essere pubblicati non significa essere letti, essere letti non significa essere amati, essere amati non significa avere successo, e il successo non offre alcuna promessa di fortuna”. Anche io, in vent’anni di roguesblog, ho trovato la mia libertà quotidiana nei piccoli rituali : nei viaggi, nelle foto, nelle riflessioni e nella mia musica. Ma anche negli incontri : amici di sempre e nuovi compagni di strada, conversazioni inattese, serate improvvisate. E poi le donne che, in modi diversi, hanno attraversato la mia vita, lasciando ispirazioni, emozioni e piccoli frammenti di storia personale che, a volte in modo diretto e altre più nascosto, sono finiti tra queste pagine. Vent’anni di blog significano circa 250 viaggi, quasi 500 tra grandi città, cittadine e borghi visitati, 43 nazioni, 421 voli sui 502 fatti, oltre 120 aeroporti, oltre 60.000 fotografie raccolte su Flickr, 284 canzoni e quasi 40 post di riflessioni e considerazioni personali Col tempo ho anche visto crescere il mio stile : all’inizio scrivevo post brevi, poi ho iniziato a scrivere di più, migliorando la forma. Negli ultimi anni, nei viaggi, il blog è diventato quasi un diario di bordo, con annotazioni, pensieri e osservazioni più dettagliate. Rogues è stato anche un laboratorio creativo : il marchio, le magliette, le felpe, i lavori grafici (Nutella in primis), il mio pseudonimo e le email contengono questa parola che mi accompagna da anni. Un filo rosso che attraversa lavoro, passioni, viaggi e pensieri. Rileggendo i post più vecchi e guardando le foto, mi rendo conto di quanto il blog sia stato uno specchio fedele della mia vita, un luogo dove ogni esperienza, scoperta e riflessione hanno trovato il loro spazio. Un grazie speciale va a chi ha condiviso qualche mio viaggio, agli amici incontrati lungo la strada, alle donne che ho amato, e ad Anna, la mia amica del cuore, che legge le mie bozze in anteprima prima della pubblicazione. Anche questo fa parte della storia di questi vent’anni. Non so cosa riserveranno i prossimi anni, ma una cosa è certa : continuerò a camminare, osservare, fotografare, godere dei piccoli piaceri della vita e scrivere. Perché, in fondo, un blog è proprio questo : un modo per non lasciare scappare i momenti, gli incontri e le emozioni che rendono il viaggio della vita così interessante. Domani mattina tutto ricomincerà come sempre : colazione in pasticceria, passeggiata lungo la Martesana, la mia piccola Senna, musica negli auricolari … e qualche nuova riga da scrivere su roguesblog. Roguesblog, le meilleur sinon rien.


Post's song : "La leva calcistica del '68" performed by Francesco de Gregori

samedi, février 28, 2026

Ici Paris

L’indomani del ritorno da un viaggio, dopo essere rientrato in serata, svuoto il trolley, controllo le spese sostenute e comincio a trasferire le istantanee dalla macchina fotografica al personal computer. Ogni immagine richiama odori, suoni e dettagli che mi serviranno per la stesura del racconto. Butto giù qualche riga, frammenti di ricordi che poi diventeranno un post per il mio blog. Come sempre, la mia amica del cuore Anna leggerà la bozza, pronta a cogliere ogni dettaglio ortografico e stilistico, per renderla accurata prima della pubblicazione. Questo ennesimo racconto parigino — il ventisettesimo, per la cronaca — narra quattro giorni nella Ville Lumière, in un mese insolito per le nostre scorribande : febbraio, con un tempo meteo sorprendentemente meraviglioso. Io, Betty e Vito ci lasciamo trasportare tra un ristorante mai provato e altri diventati ormai certezze, lunghe camminate per strade che sembrano cambiare a ogni angolo, pedalate su piste ciclabili mai percorse e scorci inediti su attrazioni iconiche come la Tour Eiffel o il Sacro Cuore, senza dimenticare la scoperta di nuovi angoli della città. Tutto nasce come pretesto per assistere al musical scritto e musicato da Sting, “The Last Ship”, proprio per la presenza carismatica dell’artista sul palco. Come da tradizione degli ultimi anni, il taxi a prezzo fisso ci porta dall’aeroporto di Orly alle nostre basi nel quartiere di Montparnasse, in piena Rive Gauche. Scelsi Montparnasse nel lontano 2003 per ragioni sentimentali e cinematografiche, sognando un appuntamento con Silvia post-addio sulla scia del film Love Affair : nella pellicola era l’Empire State Building di New York, mentre qui a Parigi la mia attenzione era tutta per la Tour Montparnasse. Mai scelta, negli anni seguenti, si è rivelata più azzeccata : il quartiere è animato sia al mattino che alla sera, e l’incrocio, che sembra una piccola piazza, dove si trova l’entrata della metropolitana di Edgar Quinet, mi riporta sempre a quel 2003. Da allora lo sento come la mia comfort zone parigina, un luogo familiare dove tutto sembra trovare il suo ritmo. Passeggiare per le sue strade permette di respirare quell’atmosfera unica : Montparnasse, con i suoi storici caffè e brasserie, è stato da sempre teatro di incontri artistici e letterari, e ogni angolo porta con sé un’eco di quell’energia creativa. Dall’hotel ci siamo incamminati verso Rue de Rennes, godendoci le prime impressioni della città con il sole che illuminava le facciate dei palazzi. La passeggiata ci porta fino a Rue Bonaparte, tra vetrine eleganti, caffè storici e negozi d’arte, respirando l’atmosfera del quartiere e lasciandoci trasportare dal ritmo unico di Parigi. Ogni angolo sembra raccontare una storia diversa, e anche in queste prime ore ci rendiamo conto di quanto la città possa sorprendere, anche per chi, come noi, la conosce già da tempo. Arrivati al lungo Senna, il sole di febbraio illumina l’acqua mentre attraversiamo il Pont des Arts, la passerella in legno che collega l’Institut de France a una parte del Louvre, scoprendo la città da un’angolazione insolita. Dall’altra parte, sulla Rive Droite, ci accolgono le storiche bouquinistes, traboccanti di libri, poster, cartoline e oggetti di ogni tipo. Passeggiare tra quegli scaffali verdi e consumati dal tempo è come sfogliare un album di storia parigina, con sorprese nascoste dietro ogni copertina. Proseguendo lungo Rue de Rivoli, entriamo nel cuore del Marais, tra negozi vintage ricchi di originalità e altre vetrine raffinate, fino a raggiungere la maestosa Place des Vosges, con la sua architettura armoniosa e l’atmosfera che da secoli caratterizza questo angolo storico di Parigi. Con i cellulari aperti sulle mappe della città, puntiamo verso i due obiettivi che completeranno la giornata in modo perfetto. Arrivati davanti allo storico ristorante Bofinger, nella zona della Bastiglia — una vera istituzione parigina, aperta nel 1864 — restiamo colpiti dalla sua presenza scenica. Le sale, rinnovate nel tempo con un sontuoso mix di decorazioni Art Nouveau e Belle Époque, tra vetri colorati, boiserie lavorate, specchi incisi e divanetti in pelle, restituiscono un’atmosfera che sembra portarci indietro nel tempo senza togliere nulla alla convivialità del presente. Sfogliando il menù — tra piatti classici della cucina francese e specialità alsaziane - chiediamo come poter fare per cenare senza aver prenotato; ricevute le indicazioni, facciamo prima una tappa lungo il Canal Saint‑Martin, fino al ponte passerella intitolato a Jane Birkin, godendoci l’ora del tramonto e il lento scorrere dell’acqua. Al ritorno, il Bofinger ci accoglie al nostro tavolo : l’atmosfera è calda e avvolgente, perfetta per concludere la giornata con piatti che celebrano la tradizione francese — zuppa di cipolle gratinata al Munster (formaggio) e scaloppa di foie gras appena scottata — accompagnati da un servizio che sembra fondersi con la lunga storia del locale. Con le luci della sera ci muoviamo verso la metropolitana : i quasi 20 km percorsi in un solo pomeriggio si fanno sentire tutti. Le prime ore parigine si rivelano elettrizzanti e, come sempre, sorprendenti, trasmettendoci la sensazione che ogni angolo della città abbia qualcosa da raccontare e da emozionare, e invitandoci a sognare anche nei giorni a seguire. Il giorno dopo si apre con il ritrovo con Betty e Vito nella piazzetta all’incrocio di Edgar Quinet, dove le prime bancarelle del mercato aprono al pubblico. Da qui ci dirigiamo verso Rue de la Gaité per la prima colazione : il nostro locale preferito, Le Plomb du Cantal, aprirà il giorno seguente, quindi optiamo per la seconda scelta, il Tournesol. Qui ci godiamo il rituale caffè au lait, baguette con burro e marmellata di fragola e succo d’arancia fresco. Dopo colazione, come da tradizione, visitiamo il cimitero di Montparnasse, che consideriamo un giardino ricco di storia e memoria. Omaggiamo sempre le nostre “vecchie conoscenze” Gainsbourg e Jane Birkin, ormai quasi di famiglia, che hanno ispirato luoghi a noi cari di Parigi. Tra le tombe ci sorprende una coppia di pappagallini che sbuca da un albero, con lo skyline della Tour Montparnasse sullo sfondo : un piccolo momento di meraviglia che ci emoziona. Ora siamo pronti per il nostro giro classico. Dopo una mia tribolazione con l’app per le biciclette, partiamo, transitando davanti all’abitazione di Gérard Depardieu, per proseguire verso la Cappella di Nostra Signora della Medaglia Miracolosa in Rue du Bac, luogo di pellegrinaggio e meta di un altro dei nostri riti parigini. Continuiamo poi verso l’Hôtel des Invalides, la Tour Eiffel e i Grand e Petit Palais, godendo di scorci ormai familiari ma sempre emozionanti. Per l’ora di pranzo raggiungiamo il tavolo prenotato al ristorante Au Vieux Paris d’Arcole, nascosto in una stradina dietro Notre Dame, dove ognuno di noi gusta la propria grande porzione di foie gras scottato e un assiette di ottimi formaggi da condividere. All’uscita dal pranzo, ci dirigiamo a piedi dall’Île de la Cité verso l’Île Saint-Louis, per poi attraversare il Pont Louis-Philippe e raggiungere i tavolini all’aperto del locale omonimo sulla Rive Droite, fronte sole, per un caffè e un momento di relax, assaporando l’atmosfera di questa zona di Parigi. Dal locale imbocchiamo poi la stradina che costeggia il retro della chiesa dei Santi Gervasio e Protasio : l’interno è freddo come temperatura dopo il sole della pausa. All’uscita troviamo una novità assoluta nel nostro girovagare per Parigi : le Jardin du 13 novembre 2015, il giardino commemorativo nato per ricordare gli attentati di quel tragico giorno. Blocchi di granito, incisi con i nomi delle persone scomparse e i luoghi colpiti — tra cui il Bataclan, teatro del più alto numero di vittime — sono disposti in modo da invitare alla riflessione e alla memoria. Sempre a piedi, costeggiamo il lungo Senna, il cui livello in questi giorni tocca la pavimentazione a causa delle piogge passate — fortunatamente noi le abbiamo evitate — e torniamo sulla Rive Gauche per prendere le biciclette. Percorriamo costeggiando il fiume la lunghissima pista ciclabile che ci conduce fino a Boulogne‑Billancourt, quasi un’ora di bellissima pedalata ancora con la luce del sole, su un percorso che non avevamo mai provato nelle precedenti scorribande parigine. A Boulogne‑Billancourt sorge La Seine Musicale, il centro musicale e teatrale sull’Île Seguin, dedicato ai concerti e ai musical, con spazi che dominano il fiume e accolgono grandi produzioni artistiche. È qui che si trova il teatro per l’evento che ha generato questo viaggio : il musical “The Last Ship” di Sting, che Vito, con la sua grande cultura musicale, ci aveva caldeggiato, un po’ come anni prima era successo con Jimmy Buffett e i nostri conseguenti dieci anni di appuntamenti settembrini nella capitale francese. Lo spettacolo è stato un vero successo teatrale : quasi due ore e mezza di musica e narrazione intensa, ambientata in gran parte nei cantieri navali di Newcastle, con musiche originali e alcune canzoni già note come “All This Time” dall’album “The Soul Cages”. La rappresentazione era in inglese, con traduzioni in francese sui lati degli schermi, che purtroppo non mi hanno permesso di seguire appieno la storia. Nonostante ciò, è stato un bell’evento, emozionante e curato in ogni dettaglio. All’uscita, vista l’ora tarda, abbiamo preso la metropolitana e, una volta tornati in zona Montparnasse, tre caffè au lait hanno chiuso la giornata intensa per ritmo e lunghezza, con il senso di aver vissuto appieno ogni momento. La seconda giornata ci ha visti immergerci completamente in Parigi, tra rituali consolidati e scoperte nuove. Dalla colazione a Montparnasse alla passeggiata tra tombe e pappagallini, dai classici scorci cittadini fino alla pedalata lungo la Senna e all’emozione di “The Last Ship” a La Seine Musicale : ogni momento ha unito storia, musica, luce e movimento, lasciandoci con la sensazione che la città continui a sorprendere e a raccontarsi, anche a chi crede di conoscerla. Il terzo giorno si apre ancora con il sole e una temperatura gradevole. Questa volta sarà il nostro Plomb du Cantal a regalarci il momento felice della prima colazione: caffè au lait, succo d’arancia fresco, croissant fragrante e una mezza piccola baguette con burro e marmellata di albicocca. Il tutto a un prezzo imbattibile: 6,80 euro. Con tutta questa energia in corpo e per evitare le salite che portano a Montmartre, prendiamo la metropolitana, che nella prima parte sulla linea 6 permette di vedere, con la luce del sole, il profilo unico della Tour Eiffel. Arrivati alla fermata Anvers, il tempo di una piccola camminata e la figura del Sacro Cuore appare nel suo bianco splendore, incorniciata dal cielo terso e azzurro. La lunga scalinata laterale, a fianco di quella pedonale centrale, ci fa arrancare, ma il risultato visivo all’arrivo sulla Place du Tertre è sempre straordinario. Quest’anno l’abbiamo vista nel suo splendore completo, senza i tavoli dei ristoranti a coprire le tele degli artisti che dipingono ritratti da portare a casa come souvenir personalizzati e artistici. Scendiamo poi dalla parte opposta a quella che in genere percorriamo, uno scorcio nuovo della basilica che ci regala una prospettiva diversa e sorprendente. Dopo una breve camminata, riprendiamo i nostri “cavalli a pedali” e ci dirigiamo verso la zona del Palais Royal, vicino al Louvre. Quest’anno troviamo qualche difficoltà nel lasciare le biciclette nelle stazioni apposite, ma per fortuna l’app Vélib’ ci aiuta a trovare spazi nelle vicinanze. Sta arrivando l’ora di pranzo. Percorriamo tutto il giardino del Palais Royal per sbucare dalla parte opposta, dove si trovano il ristorante Le Grand Colbert e la Galerie Vivienne. La nostra destinazione è il Caffè Bistrot Victoires, che ci ricorda subito le cene post‑concerto di Jimmy Buffett degli anni d’oro che abbiamo visto. Non è possibile prenotare, ma al nostro arrivo siamo fortunati : non c’è coda, nonostante il locale sia già pieno. Il locale è splendido e il rapporto qualità-prezzo eccezionale. Io e Betty scegliamo la tartare di salmone appena scottata, accompagnata da insalata fresca, mentre Vito opta per una loro specialità : l’entrecôte al timo fumante con patatine fritte. E cosa c’è di meglio di un flûte di champagne per suggellare questo splendido pranzo? Ça va sans dire. Il grande barattolo di moutarde al centro tavola ci ha permesso di spazzolare almeno due cestini di pane fresco delizioso e il piatto di formaggi da condividere insieme a un bicchiere di rosso Malbec. Il dopo pranzo, sempre con un sole caldo, lo trascorriamo camminando verso la Chiesa di Saint‑Eustache, nella zona del Forum des Halles. La chiesa è mastodontica, imponente nel suo stile gotico, e gli interni sono splendidi e catturano lo sguardo a ogni passo. Peccato che uno dei pezzi più interessanti, il trittico in bronzo di Keith Haring, fosse in trasferta. Nonostante la sua assenza, la visita resta emozionante e ci permette di apprezzare la magnificenza della chiesa. All’uscita, ci fermiamo a prendere un po’ di sole sulle panchine in marmo con vista sul giardino e sulla Bourse de Commerce, uno di quei momenti di pausa perfetta : luce calda e la città che scorre lenta davanti a noi. Riprendiamo poi la camminata verso il Centre Pompidou, attualmente in ristrutturazione. Qui riprendiamo le biciclette e ci dirigiamo verso le Galeries Lafayette. Sulla strada ci fermiamo davanti all’Olympia, che in serata avrebbe ospitato la cerimonia dei César, l’equivalente francese degli Oscar. Per noi, che adoriamo la scrittura e le interpretazioni del cinema transalpino, così diverse e affascinanti rispetto ad altre produzioni, è un’emozione particolare trovarci proprio lì. Peccato non poter assistere dal vivo alla premiazione, ma lo faremo in tv nella camera dei nostri hotel. Arrivati alle Galeries Lafayette, restiamo incantati dalla cupola centrale in stile Art Déco, uno spettacolo di vetri colorati che illumina l’interno del grande magazzino. Decidiamo di salire sulla terrazza panoramica, da cui si apre un bel panorama di Parigi, con la Tour Eiffel che spicca all’orizzonte tra tetti e cupole. Tornati a terra, ci dirigiamo verso Place Vendôme per la tradizionale “toccata e fuga” all’interno del Ritz, icona dello stile e dell’eleganza parigina. Facciamo poi una piccola pausa per le nostre gambe ai Giardini delle Tuileries, prima di riprendere le biciclette e tornare alla nostra zona. Senza passare dalle camere, arriviamo al ristorante Le Plomb du Cantal, nella piccola piazzetta  verde vicino al nostro hotel. Evitiamo così la coda che di solito si forma per la cena, che non può essere prenotata. Al Plomb du Cantal, una delle nostre certezze parigine, propongono piatti della cucina dell’Auvergne, una regione del centro della Francia. La scelta cade per tutti su un’omelette “baveuse” con tre uova, accompagnata da una pentola di aligot — purè filante con formaggio e aglio — da condividere. Una caraffa di rosso della zona suggella al meglio la nostra ultima serata parigina. Al rientro nelle camere, ci concediamo la visione della premiazione dei César francesi. È incredibile vedere attori che fanno parte della nostra vita cinematografica, che abbiamo seguito nei loro film e amato negli anni : un finale perfetto per chiudere questa intensa giornata nella Ville Lumière. Il terzo giorno ci ha visto immergerci completamente in Parigi, tra rituali quotidiani e piccole sorprese : la colazione al Plomb du Cantal, la salita al Sacro Cuore, la pedalata verso Palais Royal, con la sosta per il pranzo al Bistrot Victoires, la passeggiata tra Galeries Lafayette, Place Vendôme e la contemplazione della Chiesa di Saint‑Eustache. Ogni passo unisce architettura, storia e vita quotidiana, mentre il tramonto ci ha accompagnato verso l’ultima cena al Plomb du Cantal con omelette e aligot, e la visione dei César ha chiuso la giornata con emozione e senso di appartenenza al cinema francese che tanto amiamo. L’ultima mattina ci accoglie con un cielo ancora limpido e una luce chiara che illumina i tetti della casa di fronte al mio hotel. Dopo la colazione, replica perfetta del giorno prima, al Plomb du Cantal, ci concediamo un’ultima pedalata verso il Quartiere Latino. Ci fermiamo a salutare i ragazzi di Signorvino, Beatrice in primis, e dove abbiamo conosciuto la new entry Zeno. Un saluto affettuoso, di quelli che sanno già di arrivederci. Poi ci immergiamo nelle stradine del quartiere, a quell’ora ancora tranquille, tra ristoranti e negozi di souvenir, godendoci il ritmo lento di chi sa che il viaggio sta per concludersi. Decidiamo quindi di andare a Notre-Dame. La coda per entrare è scorrevole e gli interni sono meravigliosi, luminosi, solenni. Cercavamo la Corona di Spine, la reliquia legata alla Passione di Cristo, che purtroppo è visibile solo nel tardo pomeriggio quando viene esposta nel suo reliquiario per la venerazione. Ci accontentiamo della bellezza dell’insieme, che dopo la rinascita recente emoziona ancora di più. All’uscita ci dirigiamo verso un’altra certezza del nostro vivere Parigi : il pranzo al Bistrot de Paris, tanto caro a Serge Gainsbourg e, per riflesso, anche a noi. L’accoglienza è sempre calorosa, premurosa al tavolo, sincera. Prima di scegliere i piatti dal menù regalo a Ioannis la Nutellina personalizzata celebrativa che nelle visite precedenti avevo già donato ad Ahmed, Gabriel e Ben — piccoli rituali che creano legami. Le scelte dei piatti saranno diverse : Betty opta per la dorade (orata) con salsa allo champagne, Vito si lancia sulla guancia di manzo con verdure cotte, io resto fedele alla classica tartare con patatine fritte. Una caraffa di ottimo rosso della Valle della Loira accompagna il tutto e il finale è una generosa mousse al cioccolato da condividere. A sorpresa arriva anche un bicchiere di rosso della Côte du Rhône, offerto con grande cortesia da Guillaume, maître di sala. Noi, senza dirlo, abbiamo già deciso che al prossimo giro ci sarà una Nutellina per lui. Il locale è perfetto per assaporare l’atmosfera e imprimere nella memoria l’odore di Parigi, il chiacchiericcio dei commensali, la luce che entra dalle vetrate, la disposizione dei tavoli : piccoli dettagli che, anche senza fretta, ricordano quanto sia intensa la vita in questa città. Poi è davvero tempo di tornare verso l’hotel, questa volta a piedi, sotto una pioggerellina leggera e non fastidiosa, quasi un saluto discreto. Recuperiamo i bagagli e ci dirigiamo verso l’aeroporto in taxi, come all’andata. Il viaggio di ritorno è un misto di dolce stanchezza fisica e soddisfazione : tre giorni pieni di luce, sapori, musica, arte e momenti condivisi che resteranno scolpiti nei ricordi, con la certezza che Parigi, ancora una volta, ci ha sorpresi e conquistati. Parigi non è mai solo una città. È un’abitudine che ritorna, un rito che si rinnova, un filo invisibile che ogni volta mi riporta qui. È nella colazione del mattino, nelle camminate e nelle pedalate lungo la Senna, nelle luci che accendono la sera, nei bistrot dove il tempo rallenta davanti a un bicchiere di rosso o a una coppa di champagne. Ogni viaggio aggiunge un tassello : un volto, una musica, un sapore, una luce diversa sui tetti. E quando l’aereo si stacca da terra, non è un addio ma un semplice “au revoir". Perché Parigi non si lascia mai davvero : resta addosso, discreta e presente, pronta a farsi ritrovare al prossimo ritorno. Avevo visto e scritto bene già nel 2003. E, a distanza di anni, continuo a scoprire che riesco a guardarla con occhi diversi ogni volta che torno. Ed è forse questo che mi sorprende di più : cambiare io, mentre Parigi continua a sorprendermi. Forse perché la formula del diario di viaggio e delle sensazioni non è solo un modo di raccontare, ma un modo per prolungare l’aver vissuto qualcosa. E anche per fissare quei dettagli che la mia memoria, ogni tanto, si prende una pausa non programmata.

Post's song : "All this time" performed by Sting

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mercredi, décembre 31, 2025

2025 : il mio futuro? Vivere a modo mio.

Dall’esperienza di quest’anno, la voglia di seguire il mio cammino. Quest’anno ho viaggiato molto in compagnia, soprattutto con mio fratello Vito e mia cognata Betty. Con loro ho riscoperto grandi città come Genova e Roma, respirato il mare in Sardegna e Calabria, e naturalmente non è mancata la mia Parigi di sempre, un appuntamento fisso da oltre vent’anni. Insieme a Vito, Betty e al nipote Edoardo con Melanie, abbiamo trascorso anche la Pasqua nelle Langhe e, come novità, la vacanza di Natale in un’area che unisce le province di Treviso e Venezia. Ci sono stati anche momenti più tranquilli : qualche giorno in montagna a Branzi con Vito, Betty e sua sorella Anna, una giornata al lago di Stresa con Anna e Paolo, e un viaggio in solitaria in Provenza per ammirare la piena fioritura della lavanda. Altre avventure mi hanno portato in Grecia, in una piccola isola delle Piccole Cicladi, la meravigliosa Koufonissi, da Cinzia, Andrea e Paola, e in Germania con Anna e Umberto, giustificando il viaggio con il pretesto di un concerto. Sulla salute, quello che doveva essere un anno tranquillo di follow-up si è trasformato in una lunga battaglia dove per quasi nove mesi ho convissuto con un maledetto batterio introdotto durante una cistoscopia di controllo. Ma ci sono momenti che valgono tutto : le risate che esplodono durante le cene con Anna, Umberto e Luca in zona comasca; quelle con gli amici Dottori Meri e Frenk (scritti così, non Mary e Frank); qualche pranzo a casa di Paola e Lucio, con le decennali partite a scala 40 solo con Lucio nel dopo pasto oppure quelli gourmet dello chef Fanto (da CInzia e Andrea). Ci sono gli innumerevoli pranzi con Vito e Betty in centro, o le domeniche nel nostro ristorante di riferimento, dove le meravigliose specialità pugliesi rendono ogni incontro speciale; in qualche occasione si è aggiunta Maria Grazia e il cugino Meme, rendendo l’atmosfera ancora più calorosa.  Non mancano nemmeno i gesti quotidiani che rendono speciale ogni rapporto : gli sms mattutini con Umberto, le email e le lunghe telefonate confidenziali con Anna, e le più brevi ma sempre divertenti telefonate con Lucio. Come non sono mancati nemmeno i momenti di condivisione e quelli più intime e personali : ho aiutato mio fratello Roberto nella stesura del suo libro di vita, e ogni mattina ho goduto delle insostituibili colazioni alla Pasticceria Motta, con quel delizioso croissant al profumo di burro e vaniglia, glassato di zucchero, che accompagno al mio latte macchiato. E poi gli incontri mattutini sul Viale Monza con Nataliya la mia traduttrice del blog in lingua cirillica. Sempre più spesso mi trovo “schifato” dagli atteggiamenti di chi pensa di sapere tutto di tutto e di tutti, senza accorgersi (lo spero) di quanto siano incredibilmente contraddittori, e dall’uso ossessivo degli smartphone da parte di alcune persone, come se tutto dovesse ruotare attorno agli schermi, a scapito dei rapporti reali. Molto di quello che vedono e leggono è banale, sterile e soprattutto opinabile, eppure tutti lo presentano come se fosse una illuminazione divina. In un anno fatto di viaggi, di sfide sul fronte salute e di incontri, ciò che porto con me è la consapevolezza che la vita, nei suoi gesti più semplici, sa sempre sorprendere. Tra una città riscossa, un pranzo condiviso, una partita del mio Chelsea in TV, un croissant al mattino e le piccole conversazioni quotidiane, c’è un filo invisibile che lega tutto : la capacità di sentire, di essere presenti, e di accogliere ogni momento, piccolo o grande, come unico e irripetibile. Quest’anno ho raggiunto i 500 voli, un traguardo che mi fa sorridere pensando a tutti i cieli attraversati e ai paesaggi che ho visto. Negli ultimi anni, dopo il periodo post-Covid, ho viaggiato meno in aereo, ma sento che con il 2026 voglio riprendere a volare, a scoprire nuovi posti e a respirare quell’emozione unica che solo partire sa regalare. Per il 2026 desidero un anno profondamente personale e intimo, dedicato a me stesso. Prima di tutto la salute, poi una stabilità economica più solida e, chissà, forse qualche sorpresa anche sul fronte affettivo e sentimentale. E naturalmente auguro salute e serenità a chi mi vuole bene, senza chiedere altro. Che sia un anno in cui ogni attimo, piccolo o grande, venga vissuto con consapevolezza, in cui le piccole felicità quotidiane continuino a fiorire e in cui ci sia spazio per coltivare ciò che davvero conta, senza fretta, senza rumore, solo con la quieta intensità della vita vissuta a modo mio. Il 2026 è davanti a me : lo voglio vivere con salute, serenità e attenzione a ciò che rende la vita vera.  Alla fine di questo anno sento di poter dire una cosa semplice, senza rabbia e senza recriminazioni : nella vita mi sento ancora un po’ in credito. E lo dico pur sapendo di essere stato fortunato. Per questo il primo pensiero va ai miei genitori, che non ci sono più, e ai quali devo tutto ciò che sono : i valori, il modo di stare al mondo, la capacità di dare senza fare conti. Forse è proprio per questo che, nel tempo, ho spesso dato più di quanto abbia ricevuto. L’ho fatto senza calcolo, perché era naturale così, e non me ne pento. Oggi però ne sono consapevole, e questa consapevolezza è diventata una forma di rispetto verso me stesso. Il futuro lo immagino così : continuare a vivere con gratitudine, ma anche con maggiore attenzione a ciò che ritorna, senza smettere di essere quello che sono. Se c’è ancora qualcosa che la vita mi deve, arriverà. E se non arriverà, resterà comunque il valore di tutto ciò che ho dato. Mentre scrivo questo post di fine anno, che mi serve per riassumere quanto vissuto, visto e fatto, penso a quello che sta avvenendo in questi giorni: tutti a chiedere ‘“Cosa fai l’ultimo dell’anno?”, come se fosse fondamentale sapere ogni dettaglio della vita altrui. Io, invece, non pongo mai questa domanda e non amo né l’inizio né la fine dell’anno. Per me, ogni giorno è una fine e un inizio.

Post's song : "Elegantly wasted" performed by INXX

dimanche, décembre 28, 2025

Natale "mantecato"

Questo è il secondo Natale con la stessa formazione : una piccola tradizione che sta prendendo forma, intervallata da una Pasqua condivisa, come una parentesi luminosa tra un inverno e l’altro. Questa volta abbiamo preso un’auto a noleggio partendo direttamente da casa ed era la prima volta che ci capitava. Per cinque giorni e in cinque, con spostamenti relativamente brevi tutti al Nord, abbiamo dovuto ripensare alle nostre abitudini e ai mezzi : le auto di uso quotidiano, affidabili quanto compatte, non sarebbero bastate, tra borse, regali, giacconi e persino un ukulele. Tra spintoni gentili visto che i sedili posteriori non erano comodissimi, ci siamo organizzati come si poteva, stringendoci un po’ per stare insieme. Anche questo, in fondo, faceva parte del viaggio. Al momento del ritiro, la Renault Clio color orange era ancora un semplice mezzo, anonimo e funzionale, ma già prometteva qualcosa : quell’arancione acceso, un po’ festoso, sembrava fatto apposta per accompagnare un Natale frizzante. Solo più avanti in corso d’opera, durante la visita allo showroom della cantina storica Mionetto (specializzata nella produzione di prosecco in varie tipologie), quel colore avrebbe finalmente trovato il suo nome. Da quel momento in poi, la Clio sarebbe diventata color Mionetto, e non avrebbe potuto chiamarsi in nessun altro modo. Abbiamo percorso i quasi trecento chilometri che ci separavano dalla base scelta a Scorzè, una casa su due piani ricavata da un vecchio fienile. All’interno, un meraviglioso camino prometteva calore, profumo di legna e lunghe serate rilassanti. Entrare lì è stato come trovare un porto : lo spazio giusto per contenere noi cinque, le valigie, i giacconi ancora addosso e quella bellissima sensazione che solo certe case sanno dare. La casa sembrava dettare il ritmo lento di un Natale “mantecato”, nome preso in prestito dal baccalà tipico di queste parti, che avremmo gustato subito come antipasto nella piccola osteria del paese, adagiato su una fetta di polenta grigliata, calda e leggermente croccante ai bordi. La cremosità del baccalà e il sapore rustico della polenta si tenevano insieme alla perfezione, come se il viaggio per arrivare fino lì si fosse sciolto in quel piatto. Seduti attorno al tavolo, tra chiacchiere leggere e brindisi, abbiamo capito che quel Natale sarebbe passato anche da lì : dal cibo, dalla condivisione, da ciò che lentamente si lega. Il baccalà mantecato aveva aperto le danze culinarie, quasi un rito di benvenuto. A seguire, il primo piatto : il risotto di gò (ghiozzo) il pesce tipico della zona, con un’armonia delicata tra riso e pesce. Poi è arrivato un fritto misto, croccante e profumato, perfetto per chiudere il pasto. Il tutto era accompagnato da un litro e mezzo di prosecco sfuso, frizzante e leggero, che scorreva tra molteplici brindisi, rendendo l’atmosfera ancora più conviviale. Dopo il rientro dal pranzo, abbiamo deciso di fare un salto a Treviso, per ammirarla con le luci della sera, visto che il buio arrivava già nel tardo pomeriggio. L’impatto con la città è stato emozionante : i canali riflettevano le luci natalizie, il centro storico brillava tra vetrine decorate e luminarie, e le piccole vie acciottolate invitavano a passeggiare lentamente. Abbiamo osservato i portici eleganti, le piazze, le case dalle persiane color pastello, respirando appieno l’atmosfera dei giorni che precedono il Natale. I profumi e i sapori del vin brulé e del sidro di mele caldo, assaggiati in condivisione, si mescolavano all’aria frizzante. Al rientro a Scorzè ci siamo fermati in una pizzeria per prendere cinque pizze d’asporto da consumare a casa, pronte a chiudere in maniera semplice ma gustosa la prima giornata del nostro Natale “mantecato". Il giorno della vigilia, come da previsioni meteo azzeccatissime, la pioggia ci ha accolto già al cancello di casa, sconvolgendo in piccola parte il programma. Abbiamo deciso di dirigerci verso la zona di Valdobbiadene per due motivi principali : il desiderio di incontrare all’Abbazia di Follina Padre Francesco Rigobello, “scoperto” nei primi anni 2000 a Milano, nella Chiesa di San Carlo, e l’occasione di ammirare le colline del prosecco, patrimonio dell’umanità dell’UNESCO. L’incontro con Padre Francesco è stato emozionante : anche lui era sorpreso della nostra visita. Ci avevano colpito, a Milano all’epoca, le sue omelie fuori dal comune, che sfidavano le interpretazioni tradizionali, e insieme le abbiamo ricordate, ripercorrendo le sue frasi e i suoi pensieri, scambiandoci emozioni, gioia e tenerezza. Alla fine ci siamo scambiati le email per inviargli la foto che abbiamo scattato insieme nel chiostro romanico dell’Abbazia di Follina, mantenendo vivo un contatto che ora ci lega a quel ricordo speciale. Dopo tanta emozione, ci siamo concessi un pranzo all’Osteria il Caminetto a un passo dall’Abbazia, proseguendo la scia del “baccalà” : nella versione mantecata, racchiuso in un paninetto, e in quella classica alla vicentina con polenta. Ottima l’insalata di barbabietole scelta da Melanie. A chiudere il pasto, un’altra delizia nata in queste terre : un perfetto tiramisù, dolce e delicato, con il cacao appena spolverato, capace di completare una giornata già così intensa e speciale. Nel pomeriggio, dopo il pranzo, ci siamo inoltrati all’interno delle famose colline del prosecco, fermandoci proprio alla cantina Mionetto di Valdobbiadene, a cui avevo già fatto riferimento parlando del colore dell’auto. Anche sotto un cielo grigio e piovoso, lo showroom sembrava sospeso nel tempo, tra file ordinate di bottiglie. La serata della vigilia l’abbiamo trascorsa in casa, assaggiando formaggi locali e un fiocco di prosciutto crudo, accompagnati da una bottiglia di Tignanello del 2018, portata da Edoardo, che se l’era aggiudicata in un’asta aziendale. Il camino acceso, le luci soffuse e i sapori di quella serata hanno reso quel momento di convivialità familiare un preludio perfetto al Natale ormai alle porte. Il giorno di Natale, il tempo meteo è stato clemente, senza pioggia e senza la cupezza della giornata precedente. Avevamo prenotato il tavolo del nostro pranzo all’Antica Trattoria Agnoletti di Giavera del Montello, in provincia di Treviso, ma prima di arrivarci abbiamo deciso di fare un salto proprio a Treviso per rivederla con la luce del giorno. Ripercorrendo i luoghi visti con le luminarie, ci siamo soffermati anche al Duomo, dove siamo arrivati nel finale della messa di Natale, per la solennità del momento. Mentre percorrevamo la strada verso il ristorante, Edoardo ha fatto uscire dalle casse della Clio l’anteprima della sua nuova canzone, “Thank You”, subito approvata come canzone del viaggio. Bellissima sia nella musica che nel testo, un canto di ringraziamenti tradotto per noi via “WhatsApp" dal nipote artista. Il pranzo all’Antica Trattoria Agnoletti è stato luculliano e di buona qualità, dedicato per lo più alla carne, senza traccia, ahinoi, dell’amato baccalà mantecato dei giorni precedenti. Nel tardo pomeriggio siamo rientrati a casa giusto il tempo per una brevissima sosta, prima di dirigerci nella vicina Mirano per assistere al cinema al divertente film di Checco Zalone, “Buen Camino”. La cena, quella sera, l’abbiamo praticamente saltata, sazi del pranzo abbondante e felici per la giornata trascorsa insieme. Il giorno di Santo Stefano ci siamo diretti a Venezia in treno da Noale/Scorzè e, in appena mezz’ora, siamo arrivati alla Stazione di Santa Lucia. La giornata meteo era splendida : sole meraviglioso e cielo terso, un vero regalo che rendeva la città lagunare ancora più magica. Al mattino abbiamo percorso le calli e i canali, ammirando il Ponte di Rialto e le piccole botteghe. La città, non troppo affollata, ci ha permesso di godere ogni scorcio, dalle gondole lungo l’acqua alle persiane color pastello degli edifici storici. Per il pranzo ci siamo fermati all’Ostaria “Il Diavolo e l’Aquasanta”. Per quattro di noi baccalà mantecato con polenta gialla, mentre Melanie ha scelto le sarde in saor. Per me, Vito e Betty, anche il fegato con cipolle alla veneta, mentre Edoardo ha optato per una pasta al nero di seppia e Melanie per quella con zucchine e totani. A chiudere, cinque forchette per condividere un tiramisù eccellente. Tutto il pranzo è stato sempre accompagnato dal prosecco. Dopo pranzo ci siamo diretti verso San Marco e, di fronte al Ponte dei Sospiri, abbiamo cercato eventuali balzi del delfino Mimmo, che sta vivendo il suo momento d’oro in quel tratto della laguna. Abbiamo poi visitato l’originale e particolare libreria Acqua Alta, un vero piccolo labirinto di libri, dove volumi antichi e moderni si accumulano ovunque, in scaffali, vasche da bagno e persino gondole ripiene di testi, creando un’atmosfera unica, pittoresca e surreale. Al ritorno da Venezia, dove siamo stati per otto ore, abbiamo ordinato altre cinque pizze nella pizzeria adiacente alla casa, chiudendo così la giornata con semplicità ma con la stessa gioia di sempre. L’ultimo giorno, sempre con un sole lucente e un cielo limpido, prima di dirigerci verso Verona, abbiamo provato a seguire la strada dei mulini vicino a Scorzè. Il tragitto non era accessibile alle auto e quindi abbiamo deviato per vedere da fuori lo stabilimento dell’Acqua San Benedetto che, a nostra insaputa, abbiamo scoperto che si trovava proprio a Scorzè. Arrivati a Verona, ci siamo diretti prima in Piazza delle Erbe e poi all’Arena, dove abbiamo potuto ammirare da vicino il fascino unico della città scaligera. Per il pranzo, visto il tempo meteo meraviglioso, abbiamo mangiato all’aperto con lo scenario maestoso dell’Arena davanti. Prima di ripartire abbiamo fatto un salto al negozio Bauli vicino Piazza delle Erbe per una condivisione del Minuto Bauli : il "Minuto di Bauli” è il nuovo format di pasticceria/laboratorio che trasforma il classico impasto del pandoro in un dolce da gustare tutto l'anno, farcito al momento con varie creme (noi abbiamo scelto la classica pasticcera) o confetture, ideale per una pausa veloce o una merenda come la nostra. Sull’ultimo tratto di autostrada, il sole calante ha tinto l’orizzonte di tutte le sfumature dell’arcobaleno, delicate e pastello, trasformando l’ultima luce del viaggio in un quadro sospeso degno di un dipinto in stile Folon, fino alla riconsegna dell’auto presa a noleggio. Ogni mattina, nelle quattro notti trascorse nella bellissima casa di Scorzè, io, Betty e Vito ci siamo concessi una colazione nella piccola Pasticceria Ore Liete di Scorzè, dove Lamberto, il gentile ed empatico proprietario, ci accoglieva con sorrisi e consigli sulle cose da visitare davanti a latte macchiati, cappuccini, brioche fresche appena sfornate. Le serate a casa sono state altrettanto preziose : davanti al camino, premurosamente e professionalmente acceso e rinvigorito da Melanie, ci siamo goduti i film che hanno accompagnato i nostri momenti di relax : da “È tutta fortuna” con Martin Short e Danny Glover e “Una fuga per tre” sempre con Martin Short e Nick Nolte fino a "National Lampoon's Christmas Vacation" con Chevy Chase, chiudendo ogni giornata con il calore della casa, la compagnia della famiglia e la magia del nostro Natale mantecato. Alla fine, quel baccalà mantecato non era solo un piatto : era l’emblema del viaggio stesso, dei legami familiari, delle novità che abbiamo scoperto, delle strade percorse e dei piccoli rituali condivisi, come un filo invisibile che unisce ogni momento di questa avventura.

Post's song : "Thank you" performed by Edward Fox and The Animal Kingdom

12/25

jeudi, octobre 16, 2025

Il sorprendente, straordinario rosso calabrese

Sette giorni tra mare, monti, sapori e incontri di Calabria


È stata una settimana intensa, in compagnia di Vito e Betty con l’entusiasmo e la curiosità di chi non ha smesso di meravigliarsi. Abbiamo attraversato la Calabria da costa a montagna, da borghi sospesi nel tempo a spiagge che abbagliano di luce, tra incontri, belle conversazioni e momenti di autentica bellezza. Un viaggio così denso di emozioni che avrei potuto scrivere sette racconti, uno per ogni giorno, per cercare di restituire almeno in parte l’intensità di ciò che abbiamo vissuto. Al ritorno, qualcosa dentro di me mi invita a guardare a come ero prima, ora che la salute mi ricorda quanto tutto sia fragile. Riprendo la routine quotidiana, e insieme sento il bisogno di alleggerire : lasciare andare il superfluo, le cose inutili, ma anche ciò che affolla lo spazio intorno e dentro di me. Ci sono viaggi che non finiscono con il ritorno; continuano a vivere dentro di te, a fare spazio a ciò che conta davvero.


Giorno 1 – Pizzo Calabro


Era la prima volta per tutti e tre che visitavamo la Calabria : l’ultima delle venti regioni italiane a completare il nostro personale mosaico di viaggi. Come già accaduto con la Sardegna, ci siamo chiesti perché non fossimo venuti prima. Avevo sempre detto che avrei visitato l’Italia quando fossi andato in pensione, ma il Covid, in qualche modo, aveva già anticipato questo progetto, spingendomi a guardare più da vicino il nostro Paese. Ho visitato molti Paesi europei, spesso da solo, ma questo viaggio era diverso: condiviso, più lento e allo stesso tempo pieno di pensieri positivi. Tutto è iniziato a Lamezia Terme, dove abbiamo ritirato una Panda bianca a noleggio, la nostra compagna di viaggio per tutta la settimana. Prima tappa : Pizzo Calabro. Il sole ci ha accolto con un sorriso, così come il nostro primo pranzo, alle tre del pomeriggio : frittura di calamari da condividere, tonno alla griglia, vino bianco frizzante della casa e, per finire, una scelta di amari che ci ha subito introdotti al gusto forte e deciso della regione. Già in questo primo pranzo abbiamo avuto uno scambio cordiale con i gestori del ristorante Antonio e Giuseppe, che ci hanno consigliato vini, amari e posti da visitare. Tanto ci siamo trovati bene che siamo tornati da loro anche la sera, per una pizza con salame e ’nduja, preceduta da polpette di melanzane e di carne, il tutto accompagnato da un fresco rosso locale. Nel pomeriggio avevamo cercato un alloggio: il primo posto che avevamo adocchiato su internet era al completo, ma la seconda scelta si è rivelata un colpo di fortuna. Abbiamo trovato una casa accogliente e curata, con tutti i comfort, a parte i “mille” gradini per raggiungerla ! Pizzo ha una grande piazza vivace, piena di bar, ristoranti e gelaterie : celebre, ovviamente, per il suo tartufo di Pizzo. Il primo tramonto ci ha regalato colori caldi e un buon auspicio per i giorni a venire.


Giorno 2 – Tropea


Il mattino seguente siamo partiti da Pizzo alla scoperta della chiesetta di Piedigrotta, scavata nella roccia e affacciata direttamente sul mare. Un luogo sorprendente, quasi surreale, dove statue scolpite nella pietra raccontano scene religiose molto suggestive. A metà mattinata abbiamo raggiunto la seconda tappa del viaggio: Tropea. Una cittadina mozzafiato, sospesa tra cielo e mare, con la sua rupe imponente e il santuario che domina dall’alto un mare turchese dalle sfumature quasi caraibiche. Anche qui, per risalire al centro storico, i gradini non mancavano: faticosi, sì, ma affrontati con il sorriso di chi è felice di esserci. Dopo aver ammirato il panorama dalla torre, ci siamo concessi un pranzo leggero ma tipico : insalata di tonno e cipolla rossa di Tropea, accompagnata da una birra fresca. Nel pomeriggio, Vito e Betty si sono tuffati in mare, mentre io mi sono limitato a “pucciare i piedi”. Non ho mai amato fare il bagno, non sento proprio il beneficio dell’acqua come loro, che invece nuotano felici. Era successo anche a Koufonissi, in Grecia in compagnia di Cinzia, Paola e Andrea. Il tardo pomeriggio lo abbiamo dedicato a un giro tra le vie del centro storico di Tropea, vivace e colorato. Come benvenuto, un gelato… alla cipolla ! Sì, proprio alla cipolla rossa. Mi ha divertito leggere che in certi periodi dell’anno ne propongono anche uno al tonno. Il tramonto di Tropea è stato qualcosa di indescrivibile : nuvole infuocate, l’isola di Stromboli in primo piano e, sullo sfondo, le altre isole che sembravano galleggiare nel mare. Abbiamo concluso la giornata con una cena in un ristorantino del centro: fileja alla cipolla rossa di Tropea per Vito, e per me e Betty una gustosa pasta (scialatielli) con mollica di pane, alici, pomodorini e peperoncino a parte, che abbiamo dosato con attenzione. Proprio durante la cena, abbiamo scambiato qualche parola con il cameriere Rocco, un ragazzo gentile e chiacchierone, fiero della sua terra. Ci ha raccontato di come, d’estate, Tropea si riempia di vita ma che, d’inverno, “restano solo il mare e i pochi di sempre”. Nelle sue parole c’era un misto di malinconia e orgoglio, quella stessa fierezza che si ritrova nei sapori forti dei piatti calabresi. La Calabria è terra di passioni e contrasti, di sole e di piccante e noi, da buoni turisti prudenti, chiedevamo sempre ai camerieri: “È troppo piccante o accettabile ?”. Ottima la bottiglia di Cirò rosso, perfetto compagno della serata, e per chiudere, immancabili, altri amari calabresi. Abbiamo ormai capito che la Calabria è davvero la patria degli amari, ognuno con la sua storia e il suo profumo di erbe.


Giorno 3 – Scilla e Chianalea


L’indomani lasciamo la splendida Tropea e scendiamo ancora verso sud, lungo la costa tirrenica, fino al punto che guarda la Sicilia, all’imbocco del suo canale. La meta del giorno è Scilla, una delle perle più suggestive della Calabria. Dall’alto della cittadina si scende verso la spiaggia di Marina Grande, dove il mare brilla sotto un sole generoso. Il meteo è ancora dalla nostra parte, e questo basta perché Vito e Betty si tuffino subito in acqua, felici come bambini. Io, invece, approfitto per cercare un alloggio per la notte : trovo un B&B su Booking, ma decido di chiamare direttamente la struttura. Mi risponde Giusy, gentile e disponibile, che mi offre due camere con colazione inclusa a un prezzo persino migliore. Una scelta perfetta, come si rivelerà più tardi. Davanti al tratto di spiaggia dove Vito e Betty si sono immersi, un ristorante affacciato sul mare ha subito catturato la nostra attenzione, con il suo menù invitante e la vista aperta sull’orizzonte: il Sunset Bistrot dell’Hotel Le Sirene. A darci il benvenuto è Aldo (Gesualdo), il proprietario, un uomo accogliente ed empatico, che in pochi minuti ci fa sentire ospiti e non clienti. Iniziamo con una frittura di calamari da condividere, accompagnata da un piatto di alici fritte offertoci da Aldo. Come portata principale, ci propongono, al posto degli involtini di pesce spada non disponibili, un pesce simile, probabilmente smeriglio, cotto in padella con olive, pomodorini rossi e gialli e capperi. Una vera delizia, da gustare fino all’ultima goccia di sugo, complice anche il pane al rosmarino fatto in casa. Aldo continua a coccolarci : con il caffè arrivano dei piccoli dolcetti alle mandorle, e, mentre pranziamo, un uomo si avvicina con una tastiera Yamaha. È Antonio (Ruoppolo) un architetto prestato alla musica, che inizia a suonare brani in stile jazz di grandi artisti italiani e internazionali. Un’atmosfera magica, che si fa ancora più personale quando, durante le pause, scopriamo che Antonio e Vito hanno un’amicizia in comune. La conversazione si scalda, nascono confidenze e promesse : “se voi pensate di ritornare per cena, io tornerò stasera”. Affare fatto. Nel pomeriggio, dopo aver preso possesso delle camere al B&B, torniamo sul mare per una passeggiata che ci porta fino a Chianalea, a pochi passi da Scilla. È un borgo marinaro incantevole, con case costruite direttamente sugli scogli, vicoli stretti e scorci che si aprono sul Castello Ruffo, visibile dall’altro lato rispetto alla spiaggia del mattino. Si ritorna alla Marina Grande di Scilla per un altro bagno per Vito e Betty, mentre io mi godo il sole e l’atmosfera del luogo. All’ora del tramonto, un piccolo aperitivo con un Crodino biondo ci accompagna mentre il sole scende sul mare, colorando le barche e le facciate delle case. Poi risaliamo a piedi verso la Chiesa Madre dell’Immacolata, per poi ridiscendere lentamente, con le luci dei lampioni a disegnare riflessi dorati sulla sabbia e sulle onde. Come promesso, torniamo al ristorante di Aldo, dove ci accolgono lui e Antonio, già pronto con la tastiera. Le prime note sono di Pino Daniele, e la serata prende subito un tono speciale, fatto di musica, profumi di mare e complicità. A cena, cozze all’nduja con ricotta salata e paccheri con sugo di melanzane, pesce spada e pomodorini : un trionfo di sapori, che chiudiamo, naturalmente, con l’ennesimo giro di “scarpetta” e un bicchierino di amaro Silano. Antonio si unisce a noi a fine serata, raccontandoci aneddoti e incontri della sua vita musicale, tra artisti, concerti e viaggi. Una chiacchierata piena di curiosità e umanità, che chiude un’altra giornata meravigliosa e intensa, baciata dal sole, dalla buona cucina e da nuove conoscenze genuine e appassionate.


Giorno 4 – Reggio Calabria, Riace e la forza degli incontri


Il quarto giorno calabrese si apre con il sole che filtra dalle finestre delle nostre stanze e con l’attesa della colazione, promessa da Giusy, la proprietaria del B&B. La sorpresa arriva presto: Giusy si presenta sorridente, con un sacchetto pieno di cornetti da pasticceria, fragranti e profumati, da accompagnare alle bevande calde che prepara sul momento per noi. Mentre ci serve il caffellatte, nasce spontaneamente una piacevole chiacchierata che spazia tra mille temi: i suoi quattro figli piccoli, la corsa quotidiana tra scuola, sport e cucina, il famoso ponte sullo Stretto, “il sogno degli ignoranti al governo”, e le località da visitare per proseguire il nostro viaggio. La simpatia e la schiettezza di Giusy rendono quella colazione un momento autentico e familiare, uno di quelli che ti restano dentro. Dopo i saluti, partiamo verso Reggio Calabria, distante una ventina di minuti. La sera precedente avevamo prenotato i biglietti per visitare i Bronzi di Riace, capolavori assoluti della scultura greca del V secolo a.C., custoditi nel Museo Archeologico Nazionale. Entrare nella sala che li ospita è un momento quasi solenne: le due statue, perfette e misteriose, emanano una forza che toglie il fiato. Le ammiriamo da ogni prospettiva. Visiteremo anche altri interessanti reperti del museo. All’uscita dal museo ci incamminiamo lungo il Corso Garibaldi, elegante e animato, che si snoda per quasi due chilometri parallelo al lungomare Falcomatà, definito da molti “il più bel chilometro d’Italia”. Il “Corso” è davvero un salotto a cielo aperto: palazzi eleganti, negozi curati, persone che passeggiano con calma in questo periodo dell’anno. Durante la camminata, contatto telefonicamente la mia amica Caterina, che tutti chiamano Meri, la nostra cardiologa e, ormai, un’amica di lunga data. I miei trascorsi al Poliambulatorio di Via Andrea Doria mi hanno fatto conoscere tanti professionisti, alcuni diventati compagni di viaggio nella vita. Meri, nata proprio a Reggio Calabria, ci racconta con affetto della sua città e ci dà un consiglio imperdibile : quello di provare il gelato della gelateria Cesare, il chiosco verde sul lungomare, un vero pezzo di storia di Reggio. Detto fatto. Raggiungiamo la storica gelateria Cesare, che da oltre cent’anni rappresenta l’emblema gustoso della città. Io e Betty optiamo per una coppetta, mentre Vito, con il suo instancabile entusiasmo, sceglie una brioche col gelato, farcita con i gusti tipici locali, tra cui il celebre bergamotto, profumato e intenso. Ogni cucchiaino è una piccola magia, un incontro tra freschezza e memoria. Di fronte al chiosco entriamo, per curiosità, nel punto vendita Callipo, attratti dalle vetrine colorate e dai prodotti ittici d’eccellenza : tonno, filetti, paté e specialità di mare in mille varianti. Una vetrina perfetta per chi ama portarsi a casa un po’ di Calabria, anche solo in un barattolo di vetro. All’uscita del negozio riprendiamo la nostra Panda bianca e ci dirigiamo ancora più a sud, spinti dalla curiosità di raggiungere il punto più estremo della Calabria, con la speranza di trovare un ristorantino fronte mare. Speranza svanita, complice il periodo di bassa stagione. Così decidiamo di proseguire la nostra “corsa” verso la costa ionica, in direzione Soverato, fermandoci nel pomeriggio al McDonald di Siderno per un veloce panino al pollo fritto. Lungo il percorso facciamo tappa nel borgo di Caulonia, paese natale di un nostro amico, Ilario, oggi trapiantato al Nord. Vito lo chiama al telefono, e da lì parte una lunga e piacevole conversazione sui luoghi della zona e sui ricordi condivisi del passato. Il pomeriggio è ancora lungo, così riprendiamo la strada verso Riace, spinti da un desiderio profondo : incontrare Mimmo Lucano, l’uomo che ha creato il celebre Modello Riace. Il “Modello Riace” rappresenta un sistema di accoglienza e integrazione dei migranti basato su un’idea semplice e rivoluzionaria: ridare vita a un borgo spopolato attraverso la solidarietà. Case vuote riassegnate, botteghe riaperte, una comunità viva e multiculturale. Un modello che ha ricevuto riconoscimenti internazionali e che ha trovato nella politica italiana attuale un muro di incomprensione e arroganza, segno dei tempi che viviamo. E la fortuna è dalla nostra parte. Appena parcheggiata l’auto, quasi di fronte al municipio, Vito riconosce Mimmo Lucano seduto a un tavolino, intento a parlare con due signore. Un vero flash. Ci avviciniamo e, con semplicità, ci uniamo alla conversazione. Mimmo ci accoglie con gentilezza e, tra una parola e l’altra, ci racconta la sua storia : le difficoltà, le accuse ingiuste, la sua visione di un’Italia più giusta e solidale. Le sue parole, pacate ma profonde, ci toccano dentro. Un incontro che lascia il segno, suggellato da una foto insieme, scattata con emozione e gratitudine. Dopo l’incontro, passeggiamo per le vie del paese fotografando i murales che raccontano la storia di Riace e ci fermiamo al frantoio sociale, un’altra testimonianza concreta di comunità e collaborazione. Con l’emozione ancora nell’aria, riprendiamo il viaggio verso Soverato, dove ci attende un appartamento vista mare. La cena sarà semplice, hamburger di pesce e birra, seguita, passeggiando, da un gelato sulla via principale del paese. Un’altra giornata all’insegna del bel tempo, delle splendide località e degli incontri che arricchiscono l’anima.


Giorno 5 – Soverato, Badolato e Le Castella


Il quinto giorno si apre con i raggi dell’alba che filtrano decisi dalle lunghe fessure delle finestre dell’appartamento. La colazione la facciamo in una pasticceria del centro. Poi partiamo per una toccata e fuga a Badolato, un altro dei tanti borghi arroccati che punteggiano la Calabria. La breve sosta ci regala un momento di pura dolcezza: un bicchiere di latte di mandorla fresco, gustato nella piccola piazza del paese. Rientriamo a Soverato giusto in tempo per parcheggiare la nostra fidata Panda, raggiungere l’unico stabilimento balneare aperto (il Lido San Domenico) e noleggiare due lettini e un ombrellone. È finalmente il momento di un bagno insieme: la temperatura dell’acqua è così piacevole che, per qualche minuto, mi concedo anch’io un tuffo, rompendo la mia solita distanza dal mare. Vito e Betty, invece, restano a lungo in acqua, mentre io scatto qualche foto alla costa e al cielo terso. Più tardi, Vito prosegue la camminata sulla battigia fino a un tratto di spiaggia dove un gruppo di pescatori pesca i tonnetti. Decine di canne infisse nella sabbia, tutte allineate: uno spettacolo curioso e nuovo per noi. Quando arriva l’ora di pranzo, il nostro tavolo vista mare è già pronto. Ordiniamo l’ennesimo, delizioso fritto di calamari da condividere e, come piatto principale, linguine con tonnetto locale e pomodorini, piatto generoso, da “scarpetta” finale, accompagnato da un fresco bianco frizzante Monamour di Spadafora. Una combinazione perfetta di mare, sole e sapore. Dopo pranzo, la pigrizia prende il sopravvento : Vito e Betty si concedono una pennichella sui lettini, mentre io decido di replicare la camminata mattutina di Vito verso i pescatori, per scattare qualche istantanea. Al mio ritorno, cambio della guardia : io mi sdraio e mi lascio andare al sonno, mentre loro tornano a passeggiare per mostrare a Betty il punto dei tonnetti. Quando il sole comincia a scendere e la spiaggia perde la sua luce piena, decidiamo di ripartire verso Capo Rizzuto. Sulla strada, proprio all’ora del tramonto, ci imbattiamo nella località di Le Castella, e la decisione è immediata : trascorrere lì la notte. Le Castella si rivela una vera sorpresa, dominata dal suo castello aragonese che emerge dalle acque come in un sogno. Passeggiamo nel buio della sera lungo il mare, affascinati dalle luci che si riflettono sulle mura del castello. La cena lascia spazio solo a qualcosa di leggero: un gelato per me e Vito, un latte macchiato per Betty. La serata si chiude nell’alloggio, in un’atmosfera tranquilla. Cerchiamo in rete il film “Tutto può succedere”, con Diane Keaton, scomparsa il giorno prima : un piccolo omaggio inatteso a un’attrice che ci ha accompagnato con unicità e classe. Il film poi termina nella sfarzosa brasserie Le Grand Colbert di Parigi, locale che abbiamo avuto modo di frequentare più volte durante le nostre sortite francesi, e con quella scena nella mente si chiude un’altra bellissima giornata di viaggio, fatta di sole e di mare..


Giorno 6 – Dal mare alla montagna, da Capo RIzzuto alla Sila


Il sesto giorno si apre con il sole ancora a farci compagnia. Dopo una colazione in una pasticceria, con meravigliose paste alla crema di fiordilatte, si parte dritti verso Capo Rizzuto, dove davanti a una “panchina gigante” ci autoscattiamo un’istantanea con lo sfondo della rocca sul mare. Il panorama si distende fino a Capocolonna, che raggiungeremo di lì a poco. Da Capocolonna a Crotone sono appena venti minuti di macchina : la tappa è d’obbligo per rendere omaggio alla statua di Rino Gaetano, qui nato, il cantautore scomparso in giovane età in un incidente stradale. Breve sosta in città, giusto il tempo di attraversare un piccolo mercato colorato di rosso (cassette di pomodori, peperoni, peperoncini, cipolle di Tropea e ‘njduja nel budello) e acquistare in una salumeria un assaggio di capocollo, di salsiccia tipica (non piccante) e di formaggio locale. Tutto gustato seduti sugli scalini del Duomo di Crotone. La costa è lì, a un passo. Perché non concedersi ancora un tuffo prima di lasciare il mare per i monti, con un pranzo vista panoramica ? La struttura del Lido degli Scogli, sul tragitto, è aperta. Vito e Betty pareggiano il loro primato di bagno in tarda stagione; io li seguo con lo sguardo, godendomi il contrasto tra il blu dell’acqua e la calma del luogo. Il tempo di asciugarsi ed è ora di pranzo. Il ristorante gode di un’ampia sala luminosa con splendida vista sul mare. Si accede attraversando corridoi tappezzati di fotografie di ospiti illustri e non. Un calice di vino bianco, frizzante per Vito e Betty, fermo per me, accompagna gli spaghetti alle vongole (per me e Betty) e il polipo con patate leggermente piccante per Vito. È il momento di salutare la costa ionica e puntare verso l’entroterra, con destinazione da scegliere nel Parco Nazionale della Sila, il più vicino possibile ai Giganti della Sila, meta iniziale dell’ultimo giorno. Dal mare della Magna Grecia alle montagne silane in appena ottanta chilometri : tutta la bellezza e la varietà paesaggistica della Calabria concentrata in un percorso “foliage” che conduce fino a Camigliatello Silano, destinazione decisa sul momento. Camigliatello è una località turistica montana, a 1.300 metri d’altitudine. L’aria, citata come la più pulita d’Europa, ci avvolge subito. La scelta dell’hotel si rivela magnifica per il rapporto qualità-prezzo, complice il periodo autunnale. Una struttura a quattro stelle, con tanto di ristorante dalle specialità tipiche. Sembra di essere in Trentino-Alto Adige, con un’atmosfera quasi natalizia. Ci accoglie Eugenia, altro incontro felice. Dopo una breve passeggiata per respirare l’aria di montagna, mettiamo le gambe sotto il tavolo del ristorante dell’hotel, chiamato curiosamente Giùdilì. Le scelte enogastronomiche sono impeccabili : una bottiglia di vino rosso calabrese “I Gelsi” (Cabernet Sauvignon, Gaglioppo e Merlot), un antipasto di cacio al tegamino con crema di porcini e sbriciolata di guanciale, e le patate silane doc ‘mbacchiuse, saltate in padella fino a diventare perfettamente appiccicate. Squisita anche la minestra calabra con fagioli borlotti, patate e cicoria. Dalla sala ristorante ci spostiamo nella sala bar, dove Eugenia ci offre due amari calabresi d’eccellenza : l’Amaro Silano e l’Amaro Supremo Capobranco. Un’ulteriore piacevole chiacchierata su luoghi, sugli amari e sulla vita d’albergo conclude la serata. Stanchi ma felici, ci ritiriamo nelle nostre stanze.


Giorno 7 – Dalla Sila al mare: il cerchio si chiude


Ultimo giorno di questo viaggio itinerante e intenso. Siamo al giorno numero sette. Svegliarsi e vedere gli alberi della montagna dalla finestra della camera è una sensazione strana dopo giorni di mare. C’è ancora il sole, e così abbiamo fatto l’en plein. Ricca colazione nella sala dell’hotel e poi via, verso i Giganti della Sila. Sono maestosi pini larici ultracentenari, la cui età si aggira intorno ai 350 anni e la cui altezza può raggiungere i 45 metri. Si trovano all’interno della Riserva Naturale del Parco Nazionale della Sila : un percorso di circa mezz’ora, facile e ben segnalato, che si snoda in un silenzio fatto di luce e di colori autunnali. Pian piano che si ridiscende verso il mare, destinazione Falerna Marina, vicino Lamezia Terme, iniziamo a spogliarci dell’abbigliamento : via il piumino, via la felpa, via la maglietta. Ed eccoci di nuovo in costume, sui lettini dell’elegante struttura bianca del Riva Restaurant & Lounge Bar. Il tempo dell’ultimo bagno, record stagionale per Vito e Betty, e arriva l’ora di pranzo.Il ristorante è una magnifica location sul mare. Pranziamo all’aperto, con calici di Cirò bianco, frittura di gamberi e calamari per Vito e Betty, e spaghetti con cozze e zucchine per me. Da uno scambio di messaggi con “Cappe” Daniele, figlio del mio amico Umberto, comandante pilota Ryanair, arriva la dritta per l’ultima chicca del viaggio : il bagno nella vasca termale gratuita accanto alle Terme di Caronte. Prima però ci concediamo un gelato alla Coneria Italiana, adiacente al Corso Numistrano, un locale dove il tempo sembra essersi fermato agli anni Sessanta, con tanto di musica d’epoca. Eccoci finalmente alla vasca termale gratuita vicino alle Terme di Caronte. E’ una vasca naturale alimentata da acqua sulfurea che sgorga a 39°, accanto alla quale una cascata di acqua fredda del torrente permette di rinfrescarsi nelle giornate calde. Proprio qui, immersi pacificamente nell’acqua calda, abbiamo conosciuto Angela, una signora della nostra età, gentile e loquace, che ci ha raccontato di tanti luoghi belli da visitare, alcuni già attraversati in questo viaggio, altri che diventeranno meta di un futuro ritorno in Calabria, quando se ne presenterà l’occasione buona. È stato il momento più rilassante e surreale del viaggio : il sole che cala, il vapore dell’acqua, le parole di Angela e la sensazione di aver davvero chiuso un cerchio. Un altro viaggio gioioso, fatto di cultura, di incontri amichevoli, di paesaggi magnifici e di una cucina autentica, un vero e proprio spot pubblicitario per la bellezza italiana. Guardando indietro, realizzo con soddisfazione che in soli sette giorni abbiamo attraversato e dormito in tutte e cinque le province della Calabria : Catanzaro, Vibo Valentia, Reggio Calabria, Crotone e Cosenza. Un percorso completo, da costa a montagna, che ci ha permesso di vivere appieno la varietà straordinaria di questa regione. Il Sud Italia ha qualcosa di unico, difficile da spiegare ma facile da sentire. Ti accoglie con semplicità e calore, con quella gentilezza spontanea che non ha bisogno di parole. È un Sud autentico, vero, che profuma di mare e di terra, di cose fatte con amore e senza fretta. Qui il tempo scorre diversamente, più umano, più sincero. È un Sud che sa farti sentire a casa anche se sei lontano, che ti lascia addosso il sapore delle persone, dei luoghi e dei momenti condivisi. Spero solo che il Sud non si lasci mai influenzare troppo dal Nord, che non perda la sua essenza, la sua genuinità, quel modo tutto suo di vivere e di accogliere che lo rende così speciale.

Con il volo di ritorno da Lamezia Terme a Orio al Serio ho tagliato il traguardo dei 500 voli, dal mio primo Napoli Capodichino–Milano Linate del 1981. Mi ero prefissato questo obiettivo : raggiungerlo al termine di un viaggio così bello è stata la consacrazione perfetta. 

Post's song : "Back on the chain gang" performed by Pretenders
10/25

jeudi, septembre 18, 2025

Relazione programmatica dell'essenziale

Filosofia minimalista


Soste di pensiero in un tempo che corre ... male.


Oggi, nel giorno in cui torno a contare gli anni, pubblico un mio scritto nato dal richiamo di scrivere cose diverse dal solito. L’ho terminato ad agosto, mese in cui, ogni anno, in questo spazio dove di solito traccio mappe di strade percorse e mete raggiunte, lascio da parte la geografia e mi volto verso ciò che sfugge agli occhi : la vita nascosta dentro il quotidiano, i gesti che non si fotografano. Celebro proprio questo : il semplice e il vero che abitano ogni giorno. Una vita che non si mostra, ma si rivela solo a chi sa rallentare, ascoltare, restare. Questo è il mio viaggio interiore, un omaggio al tempo invisibile che ci attraversa e ci trasforma, senza fretta, senza rumore. In un tempo in cui tutto corre veloce e spesso pure male visto questo periodo storico, e si perde il contatto con ciò che conta davvero, ho sentito il bisogno di fermarmi e riflettere. Questo racconto esistenziale nasce da quelle pause necessarie, da pensieri semplici ma profondi, che parlano di autenticità, semplicità e presenza. Non è una grande rivoluzione, ma una piccola filosofia personale, una ricerca minima per ritrovare un equilibrio, anche, e soprattutto, sapendo che la vita, per come la sento io, non ha un vero senso.


Il punto di rottura


Ho iniziato a scrivere queste riflessioni in ospedale, a fine marzo, mentre mi somministravano per via endovenosa l’ennesima dose di antibiotico. Guardavo fuori dalla finestra e mi chiedevo se e quando sarei potuto tornare a una vita normale. Dopo un esame endoscopico di routine, tra l’altro andato bene, un batterio si era fatto strada nel mio corpo senza invito. Da lì, un ricovero forzato, la febbre, le flebo, e soprattutto il tempo : tanto tempo per pensare. Quando il corpo rallenta, la mente accelera. Le domande arrivano in silenzio, ma non smettono più di bussare. Mi sono ritrovato a riflettere sulla mia vita, sugli errori commessi, sulle emozioni forti vissute, sulle donne che hanno incrociato il mio cammino, sui viaggi intrapresi per cercare risposte che forse non volevo davvero trovare. E intanto ero lì, fermo, immobile, con il desiderio di guarire, ma soprattutto di tornare a vivere con autenticità. Più che ripartire da un senso, volevo proprio guarire.


Le false promesse della quotidianità

Quando si è costretti a fermarsi, ci si promette grandi cambiamenti. Si pensa di eliminare il superfluo, in senso materiale e immateriale, e di semplificare la vita. Si desidera mettere ordine nei pensieri, aggrapparsi alle cose buone, costruire qualcosa di nuovo su fondamenta più sincere. Ma poi si torna alla vita di prima, e quelle promesse si dissolvono nel rumore quotidiano. Io stesso ho fatto spesso questi propositi, ma ho finito per assecondare il quieto vivere. Ho sempre pensato che vedere felici le persone accanto a me bastasse per essere felice. E invece no. Soffro di una dipendenza emotiva che mi frena, che mi spinge a voler accontentare tutti, a non dire mai “no”, a temere il conflitto anche quando so di essere dalla parte della ragione. Vivere così, alla lunga, logora. Mi sento distante da chi sono quando agisco così.

La disumanizzazione digitale

C'è però una causa ancora più profonda di questo malessere : il mondo in cui viviamo. Un mondo che corre veloce verso la digitalizzazione totale, verso una connessione costante e sempre più invasiva. Un mondo che ha trasformato ogni cosa, anche la più semplice, in un’esperienza mediata da uno schermo.

Io non ci sto.

Non accetto che leggere un menù al ristorante implichi dover inquadrare un QR code. Non sopporto di dover usare un’app per pagare un parcheggio, con l’obbligo di inserire una carta di credito. Perché ogni gesto quotidiano dev’essere filtrato da un dispositivo? Perché tutto ciò che prima era umano e diretto è diventato digitale, automatizzato, impersonale? Vorrei che gli smartphone sparissero da luoghi di socialità e cultura come ristoranti, cinema, teatri. Vorrei che tornassimo a vivere quei momenti con presenza reale, senza notifiche, distrazioni o fotocamere costantemente attive. Durante le vacanze a Koufonissi, piccola isola delle Cicladi in Grecia, insieme ad Andrea abbiamo provato a disintossicarci : smartphone accesi solo al mattino e alla sera. Ho ripensato a quel piacere semplice del passato, come quando ascoltavo la musica da un vecchio iPod. Senza Internet, senza interruzioni. Senza quei fastidiosi “messaggi vocali”, una forma di comunicazione che non sopporto, perché impedisce un dialogo spontaneo, perché impone un monologo a cui non si può rispondere subito. Mi irrita anche l’aspettativa di una risposta ai messaggi scritti. Se qualcuno mi scrive per chiedermi qualcosa e io rispondo subito, poi mi infastidisco quando devo aspettare anche ore per una controreplica. Non sono io quello che ha bisogno di risposta immediata. Spesso si dà per scontato che tutti siano sempre disponibili, reperibili, pronti. Ma la reciprocità è rara. Non è una questione di ansia : è una questione di rispetto. E ogni ricorrenza non fa che accentuare questa ossessione : Natale, Pasqua, Capodanno, Ferragosto, le vigilie … giorni che dovrebbero essere caldi, condivisi, eppure si riducono a un frastuono di messaggi, foto, video e notifiche. Basterebbe spegnere il cellulare; eppure, quando lo si riaccende, li troveremmo lì, pronti a raffica. La presenza reale sparisce. La festa diventa rumore. Ogni attimo sembra dover essere visto, sempre, da tutti, come se il valore del momento non esistesse senza l’approvazione digitale. Rimpiango i tempi in cui si comunicava solo quando serviva, con il telefono fisso, con chi davvero contava. Oggi invece ti chiedono “Dove sei ?”, “Cosa stai facendo ?” come se fosse normale. Ma non è normale. È un’invasione, mascherata da interesse. Ultima considerazione su questo tipo di fenomeno sociale che trovo allucinante : trovo assurdo e triste vedere un bambino già con un cellulare in mano solo per intrattenerlo, per distrarlo, per tenerlo buono, o a un ragazzino solo per poterlo sorvegliare o illudersi di controllarlo. Così non li si protegge. Non è educazione, è la rinuncia a insegnare davvero, è un modo comodo per abituarli fin da subito alla dipendenza e così si spegne la curiosità ancor prima di nascere. E quando vedo una coppia o due coppie sedute allo stesso tavolo, ciascuno immerso nel proprio cellulare, lo trovo inquietante : condividono uno spazio senza guardarsi, senza parlare, senza vivere il momento. È il simbolo più chiaro di quanto la tecnologia ci stia svuotando.

Il teatrino social e l’analfabetismo emotivo

Non uso i social, ma a volte leggo quello che vi circola. E ne rimango sempre più disturbato. È un mondo fatto di apparenza, giudizi sommari, frasi urlate, violenza verbale. Un luogo dove il confronto è diventato scontro, dove il sarcasmo ha preso il posto della gentilezza, dove la rabbia viene scambiata per autenticità. È diventato un posto dove ognuno vuole mettere in mostra sé stesso, un continuo scambio di commenti anche pesanti, frasi fatte e indignazione facile dietro uno schermo. Un luogo dove non si comunica : si recita. E male aggiungerei. Penso che eliminare completamente la possibilità di inserire commenti su tutti i social potrebbe cancellare radicalmente la diffusione di polemiche, insulti e disinformazione. Senza la sezione commenti, l’attenzione resterebbe solo sui contenuti, creando uno spazio più rispettoso e meno nocivo. Ma ciò che trovo più inquietante è questa smania ridicola di mostrarsi, di farsi un selfie ovunque, di dire “guardatemi, sono qui”, come se il valore dell’esperienza dipendesse dal fatto che gli altri lo sappiano. Sono diventati spettatori di loro stessi, impegnati a costruire una versione digitale della propria vita più interessante di quella reale. È una messinscena continua. Il viaggio, la cena, il concerto : tutto esiste solo se condiviso, solo se validato da i cuoricini e dai “mi piace”. I social non connettono: alienano. Non avvicinano: dividono. Sono sistemi che alimentano la dipendenza facendoli passare per progresso. Se non li usi ? Allora non esisti, non sei moderno, non stai al passo. Tutto ciò è esattamente il contrario, non è evoluzione, è regressione. E non è solo colpa delle piattaforme. È un problema più grande : le persone che li usano si stanno abituando alla superficialità. L’empatia si è ridotta a emoji e Il dolore è diventato qualcosa da esibire.

La folla ovunque, il silenzio da nessuna parte

Ovunque vada, sento la confusione addosso: ristoranti, concerti, viaggi, eventi… tutto è diventato massa, consumo, rumore. È sempre più difficile trovare momenti di vera calma, spazi non affollati, luoghi dove poter respirare davvero. Non amo le lunghe tavolate. Preferisco i pranzi o le cene con poche persone, quattro il numero perfetto, cinque o al massimo sei è proprio il limite, perché solo così si può davvero parlare con tutti, ascoltare, condividere e ridere. Nelle tavolate affollate si finisce per parlare solo con chi si ha accanto, sperando che capiti qualcuno di interessante con cui andare oltre le chiacchiere di circostanza. La convivialità, quella vera, richiede intimità, attenzione reciproca, uno spazio in cui ogni voce abbia il suo tempo. I veri amici non sono quelli con cui si esce sempre, ma quelli con cui si condividono cose autentiche : segreti, risate, fragilità. Sono quelli con cui si assaporano le piccole gioie della vita, i piaceri semplici, un caffè al tavolo guardando il modo intorno, una camminata, una chiacchierata senza fretta. È in questi momenti che si misura la profondità di un legame. Non servono grandi eventi per sentirsi vicini : basta la verità di un momento condiviso. Il mondo di oggi è disumano. Freddo. Ipnotizzato da se stesso. La gentilezza è in via d’estinzione. L’ascolto è raro. La presenza reale è un’eccezione. Gran parte delle persone si muove per abitudine, o semplicemente perché “così fan tutti”. E sullo sfondo, mi inquieta la crescita dell’odio e dell’intolleranza. L’avanzata delle destre in molte parti del mondo non è un caso: è figlia della paura, e si nutre della disumanizzazione. Alimenta muri, semina divisione, promette ordine ma costruisce gabbie. Non è questo il futuro che voglio.

La sottile differenza tra ascoltare e parlare di sé.

C’è una differenza sottile che separa l’ascolto dalla semplice esposizione di gusti personali. Quando racconto qualcosa che ho fatto, o che ho visto, o che ho sentito, non sto cercando giudizi né approvazione. Racconto perché voglio condividere, far entrare l’altro in un frammento della mia vita. Eppure, spesso, la risposta arriva subito: “A me non piace” oppure “Io preferisco altro”. Non è una risposta sbagliata, ma non è quello che cercavo. Non voglio pareri: voglio che il racconto diventi qualcosa di comune, uno spazio condiviso. Mi viene in mente una situazione qualunque. Parlavo di qualcosa che avevo fatto, o visto, o sentito — magari un film che mi aveva colpito, una canzone nuova, un passo di un libro, un luogo visitato, un piatto assaggiato, un ristorante con una location sorprendente. Raccontavo il momento, i dettagli, le sensazioni. E invece di restare con me in quell’attimo, spesso arriva un: “Io non lo farei mai, preferisco altro.” Capita anche quando si parla di qualcosa di più intimo. Uno dice: “Ho un dolore” o “Ho un acciacco”, e l’altro risponde subito: “Anch’io.” Ma non è una gara. Non serve competere, né confrontare i propri malanni. Il racconto non cercava approvazione o parità, ma condivisione: uno spazio in cui sentirsi accolti, senza trasformare tutto in confronto. È lì che si capisce la differenza tra parlare con qualcuno e parlare di sé davanti a qualcuno. Nel primo caso c’è incontro: il racconto diventa comune, un ponte tra due esperienze. Nel secondo, invece, l’altro sostituisce la tua voce con le proprie opinioni. Ricordo conversazioni più lente, silenziose ma dense: momenti in cui parli di una giornata, di una piccola gioia, di un pensiero che pesa, e l’altro resta lì con te. Non interrompe, non contrappone. Solo condivide. Solo ascolta. E in quel silenzio senti che le tue parole trovano spazio anche nell’altro. È in quei silenzi e in quelle pause che la comunicazione diventa relazione vera, non solo parola. Non sempre serve una risposta: a volte basta condividere, respirare lo stesso tempo, camminare insieme tra le parole, i gesti, i piccoli dettagli che rendono grande un momento semplice. E poi mi fanno sorridere quelli che dicono di avere “la cosa migliore in assoluto”, qualunque essa sia. È il loro gusto, non quello di tutti. Così come le esperienze che racconto, o i pomeriggi passati a osservare il mondo, non cercano approvazione universale. Cerco condivisione. Cerco che l’altro cammini con me tra le parole e i silenzi, e magari scopra qualcosa di suo nel mio racconto.

Aspettativa zero, riconoscenza zero. Per fortuna, Coca‑Cola Zero.

Quando dire “no” diventa un atto di cura verso sé stessi. Chi pensa che io tenga a non essere dimenticato non ha capito nulla : Anna, Umberto, VitoBetty, Lucio e Milva provvedono ogni giorno o settimanalmente, nell’ordine, con un’email, un sms e due telefonate, whatapps a ricordarmi che esisto. Con loro mi fa piacere. Per altri invece non sono una persona : sono una soluzione rapida, un servizio sempre disponibile. Non tutti, ci mancherebbe, perché ci sono amici veri, pochi per fortuna, che fanno parte della mia vita, anche se li vedo o sento meno. Per quegli altri, io ho meno bisogno di loro di quanto loro ne abbiano di me. I problemi li risolvo sempre e pure in fretta. Così finisco per sembrare scontato. “Lui c’è sempre, tanto risponde subito.” E infatti, se scrivo io, magari rispondono dopo ore o giorni. Ma se sono loro a cercarmi e non rispondo subito, scatta l’allarme: “Tutto ok?” “Ma dove sei finito?” “Mi stavo preoccupando.” È paradossale: se ci sono, è normale. Se non ci sono, diventa un problema. Una volta una donna molto intelligente mi ha detto : «Hai un carattere di merda». Ci sono rimasto male, ovvio. Poi ha aggiunto : «Sei troppo buono, e la tua bontà ti si ritorce contro. Non è cattiveria degli altri : è abitudine». Aveva ragione. C’è anche un altro equivoco che non sopporto. Vivo da solo, e nessuno conosce davvero la mia vita privata, tranne Anna, la mia amica del cuore, che sa tutto, soprattutto quella con le donne che ne fanno parte. Per molti questa è già una colpa. Mi guardano come se fossi incompleto: “Starà bene? Avrà bisogno di compagnia? Avrà bisogno di noi?”. La verità è l’opposto : sto bene nei miei silenzi, nei miei spazi. Non mi pesa. Non mi manca niente. Proiettano su di me ansie, dubbi e incertezze, come se fossero i miei. Io invece la vivo come libertà. Non è isolamento, è respiro. La tecnologia peggiora le cose. Un tempo un favore si chiudeva con un grazie detto guardandoti negli occhi, con un caffè o una stretta di mano. Ora si chiude con una spunta blu, un like, un’emoji. E io resto lì, con la sensazione di aver fatto tanto per niente. Così ho deciso : aspettativa zero, riconoscenza zero. Non mi illudo più. Non voglio più passare per scontato solo perché ci sono sempre. Se mando un messaggio, rispondo quando mi va. Se qualcuno chiede un favore, non è detto che dirò subito sì. Non sono un servizio clienti sempre attivo. L’unico “zero” che ancora mi piace è quello della bottiglia rossa in frigo : Coca-Cola Zero. Quello sì che è uno zero sincero: zero calorie, zero zuccheri, zero prese in giro. Apro la bottiglia, il tappo si solleva e sento l’effervescenza. Bevo. Mi regala un momento puro di freschezza. Non dico che sia facile cambiare: il mio carattere è sempre lì, pronto a scattare appena qualcuno ha bisogno. Ma sto imparando a rallentare, a non essere sempre il primo a rispondere, a lasciare spazio agli altri. Se qualcuno si arrabbia perché non sono disponibile, peggio per lui. Chi tiene davvero a me imparerà a vedermi per quello che sono, non solo per quello che faccio. Non sono “quello che c’è sempre”. Sono una persona. Proteggere i miei tempi e il mio equilibrio non è egoismo. È necessario. Ne va della mia salute. Chi mi vuole bene davvero lo sa : non solo i nomi iniziali, ma anche quei pochi amici veri che fanno parte della mia vita.

Ripartire da pochi, semplici valori

Non ho soluzioni grandi. Non cerco rivoluzioni. Ma sento la necessità profonda di difendere alcuni valori che ritengo fondamentali: il rispetto, la lentezza, la gentilezza, la presenza. La verità, intesa come contatto umano, come comunicazione diretta, come tempo condiviso senza schermi in mezzo.

Credo ancora che piccoli gesti possano fare la differenza:
– spegnere lo smartphone per qualche ora,
– ascoltare davvero una persona,
– scegliere il dialogo diretto invece del messaggio,
– privilegiare il silenzio invece del rumore.
Voglio impegnarmi a coltivare questi gesti nella mia vita quotidiana. Voglio che diventino abitudini, non eccezioni. Questo sono le abitudini da inseguire. Voglio vivere in modo semplice, umano, essenziale.

La mia filosofia minima o “minimalista”


La mia filosofia personale, alla fine, si regge su poche parole. Un tempo erano due: salute e amore che comprende anche l'amicizia, quella vera. Ora ne aggiungo altre: rispetto, semplicità, leggerezza. Non ho bisogno di altro. “Ritenta, sarai più fortunato”, si diceva un tempo. Forse è davvero così. Prima o poi, la strada tornerà ad essere libera. Senza traffico. Senza notifiche. Senza rumore. Una sera, durante un aperitivo con alcuni ex compagni di scuola, una ragazza mi ha detto una frase che mi ha spiazzato: “uno come te dovrebbe avere accanto una donna speciale.” L’ha detto senza enfasi, ma con una dolcezza che mi ha toccato. Forse quella donna l’ho incontrata, e me la sono lasciata scappare. O forse no. Forse stare da soli, ogni tanto, serve. Per capire cosa conta davvero. Per imparare a bastarsi, ma anche per riconoscere, quando accadrà, la presenza giusta, silenziosa, semplice, umana, in mezzo al rumore del mondo.

Finale 


E alla fine, infilo gli auricolari, quelli che zittiscono il mondo, schiaccio play e prende vita la musica della playlist dei miei viaggi. Mi incammino lungo la Martesana, il naviglio vicino casa mia, con l’acqua che scorre leggera. Ogni passo è un battito, ogni nota musicale un ricordo che mi sfiora e intorno il silenzio che si piega alla musica. I ricordi dei viaggi degli ultimi vent’anni mi portano alle prime ore che seguono l’alba o a quelle che precedono il tramonto, alle bellezze di posti prima a me sconosciuti, ritorni e partenze. Cammino e non sono più sulla Martesana, sono altrove, nel mio mondo fatto di suoni e silenzi scelti, dove tutto ha il ritmo del cuore.


Manifesto personale


Voglio una vita più semplice, più vera, più mia. In un mondo che corre, urla, esibisce e pretende, io scelgo di rallentare. Scelgo di ascoltare il silenzio, il mio corpo, i miei pensieri, le mie emozioni. Non mi interessa partecipare alla corsa collettiva verso il nulla. Rifiuto l'apparenza, la connessione continua, l'obbligo di esserci sempre. Non ho bisogno di raccontare ogni momento con un selfie. Non voglio dover dimostrare dove sono, cosa faccio, con chi sto. La mia vita non ha bisogno di spettatori, ma di senso. Scelgo relazioni vere. Preferisco una telefonata sincera a cento messaggi vuoti. Scelgo chi mi ascolta davvero, chi non ha bisogno di chiedermi dove sono per sentirmi vicino. Voglio circondarmi solo di chi sa rispettare il silenzio, lo spazio, la libertà. Riduco il superfluo. Non solo nelle cose, ma nei pensieri, nei doveri inutili, nei rapporti forzati. Voglio liberarmi dal rumore, dal peso delle aspettative, dalla pressione di dover essere altro da me. Coltivo la gentilezza. In un mondo che si indurisce, io voglio restare umano. Un sorriso, un gesto semplice, un'attenzione sincera valgono più di mille parole. La gentilezza è rivoluzionaria. È un modo per restare vivi. Mi impegno ad ascoltarmi. Ad accettare il mio carattere, le mie fragilità, le mie contraddizioni. A non giudicarmi per quello che non sono, ma a riconoscere con onestà quello che voglio diventare. Scelgo l'amore e la salute come orizzonti. Non cerco la perfezione. Cerco equilibrio. Voglio amare ed essere amato, prendermi cura di me stesso, affrontare la vita con più leggerezza. Senza illusioni, ma con presenza. Non voglio tutto. Voglio ciò che conta. Non ho bisogno di riempire le giornate. Ho bisogno di sentirle. Non ho bisogno di essere ovunque. Ho bisogno di esserci, di stare dove sto davvero bene, e soprattutto voglio allontanarmi il più possibile dai problemi di salute, vivendo un lungo periodo di serenità.


L’illusione della conoscenza altrui

Spesso ci chiediamo perché la gente che vive in coppia pensi di sapere come si stia da soli. È come se la loro esperienza fosse l’unica vera e valida, e la nostra, da single, fosse un passo falso o una condizione di mancanza. Ci capita spesso di sentire frasi del tipo : “Ma come fate a stare da soli?”, oppure : “Ah, io non viaggerei mai da solo …”, “Non mangerei mai senza compagnia …”, “Non farei mai passeggiate in solitario …”, o ancora : “Tu non hai figli, non puoi capire”, quest’ultima anche detta da coppie a coppie. Loro non sanno che stare da soli regala tempo prezioso, tempo per pensieri su mille argomenti diversi, per riflettere e guardare dentro noi stessi. Non sanno che questa solitudine non è vuoto, ma una porta aperta : ci apre la mente, ci fa scoprire nuovi mondi interiori, significa indipendenza. E poi, quanto è bello mettersi gli auricolari, ascoltare musica mentre camminiamo e lasciar andare la fantasia, viaggiare con la mente lontano. Eppure, queste esperienze sembrano così incomprensibili a chi non le vive. La verità è che molti di noi sono stati in una coppia, io compreso, per periodi lunghi e significativi della propria vita. Abbiamo vissuto altre storie, sia prima di quelle relazioni sia dopo. Abbiamo amato, perso, imparato. Abbiamo avuto esperienze diverse che ci hanno donato una mente più aperta e una visione più ampia della vita e delle sue sfumature. Eppure, nonostante questo, ci ritroviamo spesso a dover difendere, interiormente, la scelta di vivere periodi da soli, di godere della nostra indipendenza. Non riusciamo a capire come possano pensare che la loro realtà sia migliore della nostra, come se mancasse qualcosa nelle nostre vite solo perché, in certi momenti, scegliamo di stare senza una relazione fissa o una famiglia tradizionale. Questo ci irrita, perché sappiamo che loro non sanno : fanno solo supposizioni. Parlano di qualcosa che non conoscono, eppure si sentono in diritto di dire come dovremmo vivere o cosa sia giusto per noi.

La presunzione del giudizio

Questo atteggiamento non riguarda solo la nostra condizione, ma mille altre situazioni: “Io farei così …”, “Tu sbagli …”, “Io so bene come va la vita.” Ma davvero pensano che le loro regole valgano per tutti ? Come se ci fosse un unico modo di vivere. In realtà, questa sicurezza nasce spesso da una paura nascosta, dal bisogno di controllare l’ignoto. Se non conoscono davvero la nostra vita, cercano di dominarla con le parole, come chi vuole convincere gli altri con la propria verità. Come se la nostra vita fosse un argomento di pubblico dibattito, come se avessero il diritto di giudicare scelte intime e personali. A me è capitato. Quando lasciai una ragazza per un'altra e successivamente questa altra ragazza lasciò me. Qualcuno mi disse : "Non abbiamo compreso la tua decisione di lasciare la prima ragazza e, onestamente, non avevamo condiviso la tua scelta.” Confesso che, di fronte a queste parole, non potei fare a meno di sentirmi imbarazzato e pensare: ‘Ma come vi permettete ?“. Cosa potreste sapere voi della mia vita, delle mie scelte e dei miei sentimenti?” Chi siete voi per giudicare ? Io non giudico mai gli altri. E’ la loro vita. Ho capito che non si può cambiare il modo in cui vedono le cose e che cercare di spiegarci o difenderci spesso ci porterebbe solo a scendere sul loro piano, facendoci perdere energie e serenità. Così abbiamo imparato a riconoscere l’irritazione quando arriva, a non farci trascinare dai giudizi, a mettere confini gentili ma fermi.

Il valore della propria esperienza


Ricordiamo a noi stessi che la nostra esperienza è valida, unica, e non deve essere approvata da nessuno per esistere. La nostra vita, le nostre scelte, il nostro percorso sono nostri. Nessuno può entrare nelle nostre menti o giudicare il nostro cammino se non noi stessi. Ognuno ha il diritto di camminare sul proprio sentiero, con le proprie regole e le proprie scelte.


La coscienza personale in un mondo sopravvalutato

Tutto appare sopravvalutato.

Tutto appare più grande del necessario.

Stamattina mi sono svegliato con un pensiero ostinato : tutto, in questo mondo, è sopravvalutato. Persone, cose, persino idee… tutto appare più grande del necessario, più importante di quanto davvero sia. Non vediamo ciò che è, ma ciò che desideriamo che sia. Così finiamo per innamorarci delle nostre illusioni più che della realtà.

Chi stabilisce i valori? Le mode, il potere, le tradizioni. Ma la coscienza non tace, non si lascia ingannare. Puoi leggere mille leggi, ascoltare mille voci, seguire mille esempi; la coscienza stabilisce cosa è giusto e cosa non lo è. È l’unico giudice che non puoi corrompere.

Anche il gusto, che crediamo naturale, è in gran parte appreso. Ciò che chiamiamo “raffinato” è spesso ciò che ci hanno insegnato ad ammirare. E la novità ? Brilla un istante, ci cattura, ci illude, poi cade, uguale a tutte le altre.

Eppure ogni mattina inizia un piccolo miracolo : la luce lenta del sole che entra dalla finestra, il latte caldo con il caffè nella tazza e il profumo di un fresco croissant. La mia felicità del giorno è qui, tra queste piccole cose : un film commedia francese, un pasto in una taverna greca davanti al mare, una sosta in un bistrot parigino lontano dalla folla, una conversazione sincera.

Vorrei che il mondo intero facesse un passo indietro. Vorrei più leggerezza. Vorrei sognare che queste piccole cose siano quelle che davvero muovono la nostra vita. Vorrei quasi che il mondo tornasse al passato, al bianco e nero, dove tutto correva più lento e si respirava di più. Basta fretta : di fare, di sapere, di dimostrare.

E in questo spazio sospeso, senza clamore, scopro che la libertà non è correre, possedere o apparire : è ascoltare, respirare, sentire, e lasciare che le piccole cose muovano la vita. La coscienza, invece, resta. Non cambia con le stagioni né con le mode. È la sola voce che ci appartiene davvero. Forse la libertà comincia qui : nello smettere di inseguire ciò che il mondo esalta, e nell’imparare, finalmente, ad ascoltarla.

Tutto il resto?

Tutto appare sopravvalutato.
Tutto appare più grande del necessario.


La molteplicità delle risposte


Ma allora ci chiediamo: chi stabilisce la regola dello star bene? Chi decide qual è la ragione delle cose? Forse la vita non ha una sola risposta giusta, ma mille sfumature diverse. E la vera libertà è accettare questa molteplicità senza cercare di imporre una verità unica. Questa è la più grande conquista che possiamo fare : vivere la nostra vita con sincerità, senza lasciare che gli altri definiscano chi siamo o come dobbiamo essere.

Credo che con questo racconto di riflessioni ho già scritto il riassunto che faccio puntualmente a fine anno. Sentivo il bisogno di anticiparlo e rileggendolo prima di pubblicarlo, mi sono accorto di aver scritto, senza volerlo, una sorta di “relazione programmatica”, un po’ come quella che fa Tom Cruise in Jerry Maguire, con tutte le conseguenze del caso.


Marcare il giorno

Oggi mi sento come un fiume in piena. Amo il giorno più della notte : il giorno è bianco, luce, vita. La notte invece è nera, buia, fatta di dubbi. Per questo scelgo di alzarmi presto e partire dalle piccole abitudini del mattino : mi aiutano a restare vicino alla luce e lontano dal buio dei pensieri. Dopo i rituali quotidiani (farmaci, doccia, invio di email ad Anna, la mia amica del cuore, e di un sms, un po’ arcaico, a Umberto) esco di casa per la colazione. Mi infilo gli auricolari con la musica prescelta e parto. È il mio modo di marcare il territorio che mi circonda. Come fanno gli animali (in genere i cani) anche io, in questo periodo della vita, con sei mesi di problemi urologici, marco il territorio tra bar, locali e posti nascosti, lasciando il mio piccolo contributo. Percorro la via fino in fondo : il mondo si è già svegliato. Alla pasticceria o al bar, tolgo gli auricolari per rispetto e celebro il mio rito : non il tè come gli inglesi o come gli asiatici, ma il mio personale benvenuto al giorno. Latte caldo macchiato e un croissant da intingere, tutto burro ma leggerissimo e soffice. È questo il momento della giornata che preferisco. Finita la colazione, indosso di nuovo gli auricolari e mi lascio guidare dalla musica lungo il viale. Dopo un po’ di isolati, infilo la strada pedonale e ciclabile che costeggia la Martesana, il naviglio di zona e arrivo fino alla Cascina de’ Pomm. Poi il giro si apre in modo circolare : attraverso la strada davanti al supermercato e arrivo fino al cimitero, dove rendo omaggio ai miei genitori. Un tempo spruzzavo il profumo di mia madre su un cartoncino, da infilare nella fessura della celletta, come un biglietto al Muro del Pianto di Gerusalemme. Ora non lo faccio più, perché è in compagnia di mio padre, e visto che usava anche lui un’essenza forte, non vorrei mischiarli. Vado da loro per chiedere, ringraziare e ricordare, dicendo due preghiere per loro. Riparto. Un saluto alla fiorista, che da anni cattura la mia attenzione con la sua bellezza semplice: capelli corti, biondi, occhi azzurri, ma soprattutto una luce interiore che ho imparato a riconoscere col tempo. Un pensiero complicato, a volte. Poi inizia la salita verso casa, supero il ponte della ferrovia e prendo la via di ritorno dal lato opposto rispetto alla partenza. Il giro si chiude, il territorio è marcato, la mia giornata può iniziare. In realtà questo giro talvolta lo faccio al contrario, sempre però partendo dal punto fermo della prima colazione. Da quando sono in pensione sto cercando di costruire la mia giornata “perfetta”, dentro la quale possano trovare posto incontri e sorprese. Ricordo che, nel mio anno sabbatico forzato (non lo avevo scelto io) mi ero organizzato una routine precisa: ginnastica al mattino, camminata e, dopo pranzo, cinema. Col tempo mi sono accorto che quell’anno, pur imposto, è stato in realtà un dono inatteso, perché mi ha dato la possibilità di esserci quando era davvero necessario. Ora vorrei disegnarne uno nuovo, inevitabilmente influenzato dalla salute e dall’età. La scrittura mi sta aiutando molto in questo periodo della vita. È come un secondo passo, parallelo a quello che faccio quando cammino. Con la musica in sottofondo, i pensieri si accendono, si intrecciano, diventano più chiari. Alcuni scorrono via, altri si fissano e chiedono di essere messi sulla pagina. Scrivere è un modo per non lasciarli svanire, per dare un senso al movimento che porto dentro. Camminare e scrivere mi aiutano a dare ordine alla giornata. I miei rituali restano, ma dentro sognerei la crescita di un sentimento nuovo, legato a una presenza femminile che mi stimolerebbe come una musa.

A chi potrà criticare le mie osservazioni sui social citando il mio blog, rispondo anticipatamente senza giri di parole: è un diario personale, rigorosamente chiuso. Non è un’arena né una passerella per ipocriti. Chi non lo capirà sarà semplicemente fuori posto. Sinceramente, il giudizio degli altri non mi interessa più : vivo il mio mondo.”

Canzone del post

Ho scelto "Lifeline" degli Spandau Ballet non solo per il suo titolo che risuona con il tema di questo racconto, ma anche per un motivo molto personale. È del 1983 (*), un anno che ha segnato un cambiamento decisivo nella mia vita, un tempo in cui ho iniziato a tracciare il mio cammino e a incontrare persone che hanno lasciato un segno profondo. Quel momento è diventato per me un filo sottile che unisce passato e presente, emozioni e consapevolezza.


(*) Era l’anno in cui ho preso la patente, comprato la prima macchina e vissuto il mio primo vero grande amore.


"Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.”


Post's song : "Lifeline" performed by Spandau Ballet