Post's song : "La leva calcistica del '68" performed by Francesco de Gregori
vendredi, mars 06, 2026
Le meilleur, sinon rien
samedi, février 28, 2026
Ici Paris
Post's song : "All this time" performed by Sting
2/26
mercredi, décembre 31, 2025
2025 : il mio futuro? Vivere a modo mio.
Post's song : "Elegantly wasted" performed by INXX
dimanche, décembre 28, 2025
Natale "mantecato"
Questo è il secondo Natale con la stessa formazione : una piccola tradizione che sta prendendo forma, intervallata da una Pasqua condivisa, come una parentesi luminosa tra un inverno e l’altro. Questa volta abbiamo preso un’auto a noleggio partendo direttamente da casa ed era la prima volta che ci capitava. Per cinque giorni e in cinque, con spostamenti relativamente brevi tutti al Nord, abbiamo dovuto ripensare alle nostre abitudini e ai mezzi : le auto di uso quotidiano, affidabili quanto compatte, non sarebbero bastate, tra borse, regali, giacconi e persino un ukulele. Tra spintoni gentili visto che i sedili posteriori non erano comodissimi, ci siamo organizzati come si poteva, stringendoci un po’ per stare insieme. Anche questo, in fondo, faceva parte del viaggio. Al momento del ritiro, la Renault Clio color orange era ancora un semplice mezzo, anonimo e funzionale, ma già prometteva qualcosa : quell’arancione acceso, un po’ festoso, sembrava fatto apposta per accompagnare un Natale frizzante. Solo più avanti in corso d’opera, durante la visita allo showroom della cantina storica Mionetto (specializzata nella produzione di prosecco in varie tipologie), quel colore avrebbe finalmente trovato il suo nome. Da quel momento in poi, la Clio sarebbe diventata color Mionetto, e non avrebbe potuto chiamarsi in nessun altro modo. Abbiamo percorso i quasi trecento chilometri che ci separavano dalla base scelta a Scorzè, una casa su due piani ricavata da un vecchio fienile. All’interno, un meraviglioso camino prometteva calore, profumo di legna e lunghe serate rilassanti. Entrare lì è stato come trovare un porto : lo spazio giusto per contenere noi cinque, le valigie, i giacconi ancora addosso e quella bellissima sensazione che solo certe case sanno dare. La casa sembrava dettare il ritmo lento di un Natale “mantecato”, nome preso in prestito dal baccalà tipico di queste parti, che avremmo gustato subito come antipasto nella piccola osteria del paese, adagiato su una fetta di polenta grigliata, calda e leggermente croccante ai bordi. La cremosità del baccalà e il sapore rustico della polenta si tenevano insieme alla perfezione, come se il viaggio per arrivare fino lì si fosse sciolto in quel piatto. Seduti attorno al tavolo, tra chiacchiere leggere e brindisi, abbiamo capito che quel Natale sarebbe passato anche da lì : dal cibo, dalla condivisione, da ciò che lentamente si lega. Il baccalà mantecato aveva aperto le danze culinarie, quasi un rito di benvenuto. A seguire, il primo piatto : il risotto di gò (ghiozzo) il pesce tipico della zona, con un’armonia delicata tra riso e pesce. Poi è arrivato un fritto misto, croccante e profumato, perfetto per chiudere il pasto. Il tutto era accompagnato da un litro e mezzo di prosecco sfuso, frizzante e leggero, che scorreva tra molteplici brindisi, rendendo l’atmosfera ancora più conviviale. Dopo il rientro dal pranzo, abbiamo deciso di fare un salto a Treviso, per ammirarla con le luci della sera, visto che il buio arrivava già nel tardo pomeriggio. L’impatto con la città è stato emozionante : i canali riflettevano le luci natalizie, il centro storico brillava tra vetrine decorate e luminarie, e le piccole vie acciottolate invitavano a passeggiare lentamente. Abbiamo osservato i portici eleganti, le piazze, le case dalle persiane color pastello, respirando appieno l’atmosfera dei giorni che precedono il Natale. I profumi e i sapori del vin brulé e del sidro di mele caldo, assaggiati in condivisione, si mescolavano all’aria frizzante. Al rientro a Scorzè ci siamo fermati in una pizzeria per prendere cinque pizze d’asporto da consumare a casa, pronte a chiudere in maniera semplice ma gustosa la prima giornata del nostro Natale “mantecato". Il giorno della vigilia, come da previsioni meteo azzeccatissime, la pioggia ci ha accolto già al cancello di casa, sconvolgendo in piccola parte il programma. Abbiamo deciso di dirigerci verso la zona di Valdobbiadene per due motivi principali : il desiderio di incontrare all’Abbazia di Follina Padre Francesco Rigobello, “scoperto” nei primi anni 2000 a Milano, nella Chiesa di San Carlo, e l’occasione di ammirare le colline del prosecco, patrimonio dell’umanità dell’UNESCO. L’incontro con Padre Francesco è stato emozionante : anche lui era sorpreso della nostra visita. Ci avevano colpito, a Milano all’epoca, le sue omelie fuori dal comune, che sfidavano le interpretazioni tradizionali, e insieme le abbiamo ricordate, ripercorrendo le sue frasi e i suoi pensieri, scambiandoci emozioni, gioia e tenerezza. Alla fine ci siamo scambiati le email per inviargli la foto che abbiamo scattato insieme nel chiostro romanico dell’Abbazia di Follina, mantenendo vivo un contatto che ora ci lega a quel ricordo speciale. Dopo tanta emozione, ci siamo concessi un pranzo all’Osteria il Caminetto a un passo dall’Abbazia, proseguendo la scia del “baccalà” : nella versione mantecata, racchiuso in un paninetto, e in quella classica alla vicentina con polenta. Ottima l’insalata di barbabietole scelta da Melanie. A chiudere il pasto, un’altra delizia nata in queste terre : un perfetto tiramisù, dolce e delicato, con il cacao appena spolverato, capace di completare una giornata già così intensa e speciale. Nel pomeriggio, dopo il pranzo, ci siamo inoltrati all’interno delle famose colline del prosecco, fermandoci proprio alla cantina Mionetto di Valdobbiadene, a cui avevo già fatto riferimento parlando del colore dell’auto. Anche sotto un cielo grigio e piovoso, lo showroom sembrava sospeso nel tempo, tra file ordinate di bottiglie. La serata della vigilia l’abbiamo trascorsa in casa, assaggiando formaggi locali e un fiocco di prosciutto crudo, accompagnati da una bottiglia di Tignanello del 2018, portata da Edoardo, che se l’era aggiudicata in un’asta aziendale. Il camino acceso, le luci soffuse e i sapori di quella serata hanno reso quel momento di convivialità familiare un preludio perfetto al Natale ormai alle porte. Il giorno di Natale, il tempo meteo è stato clemente, senza pioggia e senza la cupezza della giornata precedente. Avevamo prenotato il tavolo del nostro pranzo all’Antica Trattoria Agnoletti di Giavera del Montello, in provincia di Treviso, ma prima di arrivarci abbiamo deciso di fare un salto proprio a Treviso per rivederla con la luce del giorno. Ripercorrendo i luoghi visti con le luminarie, ci siamo soffermati anche al Duomo, dove siamo arrivati nel finale della messa di Natale, per la solennità del momento. Mentre percorrevamo la strada verso il ristorante, Edoardo ha fatto uscire dalle casse della Clio l’anteprima della sua nuova canzone, “Thank You”, subito approvata come canzone del viaggio. Bellissima sia nella musica che nel testo, un canto di ringraziamenti tradotto per noi via “WhatsApp" dal nipote artista. Il pranzo all’Antica Trattoria Agnoletti è stato luculliano e di buona qualità, dedicato per lo più alla carne, senza traccia, ahinoi, dell’amato baccalà mantecato dei giorni precedenti. Nel tardo pomeriggio siamo rientrati a casa giusto il tempo per una brevissima sosta, prima di dirigerci nella vicina Mirano per assistere al cinema al divertente film di Checco Zalone, “Buen Camino”. La cena, quella sera, l’abbiamo praticamente saltata, sazi del pranzo abbondante e felici per la giornata trascorsa insieme. Il giorno di Santo Stefano ci siamo diretti a Venezia in treno da Noale/Scorzè e, in appena mezz’ora, siamo arrivati alla Stazione di Santa Lucia. La giornata meteo era splendida : sole meraviglioso e cielo terso, un vero regalo che rendeva la città lagunare ancora più magica. Al mattino abbiamo percorso le calli e i canali, ammirando il Ponte di Rialto e le piccole botteghe. La città, non troppo affollata, ci ha permesso di godere ogni scorcio, dalle gondole lungo l’acqua alle persiane color pastello degli edifici storici. Per il pranzo ci siamo fermati all’Ostaria “Il Diavolo e l’Aquasanta”. Per quattro di noi baccalà mantecato con polenta gialla, mentre Melanie ha scelto le sarde in saor. Per me, Vito e Betty, anche il fegato con cipolle alla veneta, mentre Edoardo ha optato per una pasta al nero di seppia e Melanie per quella con zucchine e totani. A chiudere, cinque forchette per condividere un tiramisù eccellente. Tutto il pranzo è stato sempre accompagnato dal prosecco. Dopo pranzo ci siamo diretti verso San Marco e, di fronte al Ponte dei Sospiri, abbiamo cercato eventuali balzi del delfino Mimmo, che sta vivendo il suo momento d’oro in quel tratto della laguna. Abbiamo poi visitato l’originale e particolare libreria Acqua Alta, un vero piccolo labirinto di libri, dove volumi antichi e moderni si accumulano ovunque, in scaffali, vasche da bagno e persino gondole ripiene di testi, creando un’atmosfera unica, pittoresca e surreale. Al ritorno da Venezia, dove siamo stati per otto ore, abbiamo ordinato altre cinque pizze nella pizzeria adiacente alla casa, chiudendo così la giornata con semplicità ma con la stessa gioia di sempre. L’ultimo giorno, sempre con un sole lucente e un cielo limpido, prima di dirigerci verso Verona, abbiamo provato a seguire la strada dei mulini vicino a Scorzè. Il tragitto non era accessibile alle auto e quindi abbiamo deviato per vedere da fuori lo stabilimento dell’Acqua San Benedetto che, a nostra insaputa, abbiamo scoperto che si trovava proprio a Scorzè. Arrivati a Verona, ci siamo diretti prima in Piazza delle Erbe e poi all’Arena, dove abbiamo potuto ammirare da vicino il fascino unico della città scaligera. Per il pranzo, visto il tempo meteo meraviglioso, abbiamo mangiato all’aperto con lo scenario maestoso dell’Arena davanti. Prima di ripartire abbiamo fatto un salto al negozio Bauli vicino Piazza delle Erbe per una condivisione del Minuto Bauli : il "Minuto di Bauli” è il nuovo format di pasticceria/laboratorio che trasforma il classico impasto del pandoro in un dolce da gustare tutto l'anno, farcito al momento con varie creme (noi abbiamo scelto la classica pasticcera) o confetture, ideale per una pausa veloce o una merenda come la nostra. Sull’ultimo tratto di autostrada, il sole calante ha tinto l’orizzonte di tutte le sfumature dell’arcobaleno, delicate e pastello, trasformando l’ultima luce del viaggio in un quadro sospeso degno di un dipinto in stile Folon, fino alla riconsegna dell’auto presa a noleggio. Ogni mattina, nelle quattro notti trascorse nella bellissima casa di Scorzè, io, Betty e Vito ci siamo concessi una colazione nella piccola Pasticceria Ore Liete di Scorzè, dove Lamberto, il gentile ed empatico proprietario, ci accoglieva con sorrisi e consigli sulle cose da visitare davanti a latte macchiati, cappuccini, brioche fresche appena sfornate. Le serate a casa sono state altrettanto preziose : davanti al camino, premurosamente e professionalmente acceso e rinvigorito da Melanie, ci siamo goduti i film che hanno accompagnato i nostri momenti di relax : da “È tutta fortuna” con Martin Short e Danny Glover e “Una fuga per tre” sempre con Martin Short e Nick Nolte fino a "National Lampoon's Christmas Vacation" con Chevy Chase, chiudendo ogni giornata con il calore della casa, la compagnia della famiglia e la magia del nostro Natale mantecato. Alla fine, quel baccalà mantecato non era solo un piatto : era l’emblema del viaggio stesso, dei legami familiari, delle novità che abbiamo scoperto, delle strade percorse e dei piccoli rituali condivisi, come un filo invisibile che unisce ogni momento di questa avventura.
Post's song : "Thank you" performed by Edward Fox and The Animal Kingdom
12/25
jeudi, octobre 16, 2025
Il sorprendente, straordinario rosso calabrese
Sette giorni tra mare, monti, sapori e incontri di Calabria
È stata una settimana intensa, in compagnia di Vito e Betty con l’entusiasmo e la curiosità di chi non ha smesso di meravigliarsi. Abbiamo attraversato la Calabria da costa a montagna, da borghi sospesi nel tempo a spiagge che abbagliano di luce, tra incontri, belle conversazioni e momenti di autentica bellezza. Un viaggio così denso di emozioni che avrei potuto scrivere sette racconti, uno per ogni giorno, per cercare di restituire almeno in parte l’intensità di ciò che abbiamo vissuto. Al ritorno, qualcosa dentro di me mi invita a guardare a come ero prima, ora che la salute mi ricorda quanto tutto sia fragile. Riprendo la routine quotidiana, e insieme sento il bisogno di alleggerire : lasciare andare il superfluo, le cose inutili, ma anche ciò che affolla lo spazio intorno e dentro di me. Ci sono viaggi che non finiscono con il ritorno; continuano a vivere dentro di te, a fare spazio a ciò che conta davvero.
Giorno 1 – Pizzo Calabro
Era la prima volta per tutti e tre che visitavamo la Calabria : l’ultima delle venti regioni italiane a completare il nostro personale mosaico di viaggi. Come già accaduto con la Sardegna, ci siamo chiesti perché non fossimo venuti prima. Avevo sempre detto che avrei visitato l’Italia quando fossi andato in pensione, ma il Covid, in qualche modo, aveva già anticipato questo progetto, spingendomi a guardare più da vicino il nostro Paese. Ho visitato molti Paesi europei, spesso da solo, ma questo viaggio era diverso: condiviso, più lento e allo stesso tempo pieno di pensieri positivi. Tutto è iniziato a Lamezia Terme, dove abbiamo ritirato una Panda bianca a noleggio, la nostra compagna di viaggio per tutta la settimana. Prima tappa : Pizzo Calabro. Il sole ci ha accolto con un sorriso, così come il nostro primo pranzo, alle tre del pomeriggio : frittura di calamari da condividere, tonno alla griglia, vino bianco frizzante della casa e, per finire, una scelta di amari che ci ha subito introdotti al gusto forte e deciso della regione. Già in questo primo pranzo abbiamo avuto uno scambio cordiale con i gestori del ristorante Antonio e Giuseppe, che ci hanno consigliato vini, amari e posti da visitare. Tanto ci siamo trovati bene che siamo tornati da loro anche la sera, per una pizza con salame e ’nduja, preceduta da polpette di melanzane e di carne, il tutto accompagnato da un fresco rosso locale. Nel pomeriggio avevamo cercato un alloggio: il primo posto che avevamo adocchiato su internet era al completo, ma la seconda scelta si è rivelata un colpo di fortuna. Abbiamo trovato una casa accogliente e curata, con tutti i comfort, a parte i “mille” gradini per raggiungerla ! Pizzo ha una grande piazza vivace, piena di bar, ristoranti e gelaterie : celebre, ovviamente, per il suo tartufo di Pizzo. Il primo tramonto ci ha regalato colori caldi e un buon auspicio per i giorni a venire.
Giorno 2 – Tropea
Il mattino seguente siamo partiti da Pizzo alla scoperta della chiesetta di Piedigrotta, scavata nella roccia e affacciata direttamente sul mare. Un luogo sorprendente, quasi surreale, dove statue scolpite nella pietra raccontano scene religiose molto suggestive. A metà mattinata abbiamo raggiunto la seconda tappa del viaggio: Tropea. Una cittadina mozzafiato, sospesa tra cielo e mare, con la sua rupe imponente e il santuario che domina dall’alto un mare turchese dalle sfumature quasi caraibiche. Anche qui, per risalire al centro storico, i gradini non mancavano: faticosi, sì, ma affrontati con il sorriso di chi è felice di esserci. Dopo aver ammirato il panorama dalla torre, ci siamo concessi un pranzo leggero ma tipico : insalata di tonno e cipolla rossa di Tropea, accompagnata da una birra fresca. Nel pomeriggio, Vito e Betty si sono tuffati in mare, mentre io mi sono limitato a “pucciare i piedi”. Non ho mai amato fare il bagno, non sento proprio il beneficio dell’acqua come loro, che invece nuotano felici. Era successo anche a Koufonissi, in Grecia in compagnia di Cinzia, Paola e Andrea. Il tardo pomeriggio lo abbiamo dedicato a un giro tra le vie del centro storico di Tropea, vivace e colorato. Come benvenuto, un gelato… alla cipolla ! Sì, proprio alla cipolla rossa. Mi ha divertito leggere che in certi periodi dell’anno ne propongono anche uno al tonno. Il tramonto di Tropea è stato qualcosa di indescrivibile : nuvole infuocate, l’isola di Stromboli in primo piano e, sullo sfondo, le altre isole che sembravano galleggiare nel mare. Abbiamo concluso la giornata con una cena in un ristorantino del centro: fileja alla cipolla rossa di Tropea per Vito, e per me e Betty una gustosa pasta (scialatielli) con mollica di pane, alici, pomodorini e peperoncino a parte, che abbiamo dosato con attenzione. Proprio durante la cena, abbiamo scambiato qualche parola con il cameriere Rocco, un ragazzo gentile e chiacchierone, fiero della sua terra. Ci ha raccontato di come, d’estate, Tropea si riempia di vita ma che, d’inverno, “restano solo il mare e i pochi di sempre”. Nelle sue parole c’era un misto di malinconia e orgoglio, quella stessa fierezza che si ritrova nei sapori forti dei piatti calabresi. La Calabria è terra di passioni e contrasti, di sole e di piccante e noi, da buoni turisti prudenti, chiedevamo sempre ai camerieri: “È troppo piccante o accettabile ?”. Ottima la bottiglia di Cirò rosso, perfetto compagno della serata, e per chiudere, immancabili, altri amari calabresi. Abbiamo ormai capito che la Calabria è davvero la patria degli amari, ognuno con la sua storia e il suo profumo di erbe.
Giorno 3 – Scilla e Chianalea
L’indomani lasciamo la splendida Tropea e scendiamo ancora verso sud, lungo la costa tirrenica, fino al punto che guarda la Sicilia, all’imbocco del suo canale. La meta del giorno è Scilla, una delle perle più suggestive della Calabria. Dall’alto della cittadina si scende verso la spiaggia di Marina Grande, dove il mare brilla sotto un sole generoso. Il meteo è ancora dalla nostra parte, e questo basta perché Vito e Betty si tuffino subito in acqua, felici come bambini. Io, invece, approfitto per cercare un alloggio per la notte : trovo un B&B su Booking, ma decido di chiamare direttamente la struttura. Mi risponde Giusy, gentile e disponibile, che mi offre due camere con colazione inclusa a un prezzo persino migliore. Una scelta perfetta, come si rivelerà più tardi. Davanti al tratto di spiaggia dove Vito e Betty si sono immersi, un ristorante affacciato sul mare ha subito catturato la nostra attenzione, con il suo menù invitante e la vista aperta sull’orizzonte: il Sunset Bistrot dell’Hotel Le Sirene. A darci il benvenuto è Aldo (Gesualdo), il proprietario, un uomo accogliente ed empatico, che in pochi minuti ci fa sentire ospiti e non clienti. Iniziamo con una frittura di calamari da condividere, accompagnata da un piatto di alici fritte offertoci da Aldo. Come portata principale, ci propongono, al posto degli involtini di pesce spada non disponibili, un pesce simile, probabilmente smeriglio, cotto in padella con olive, pomodorini rossi e gialli e capperi. Una vera delizia, da gustare fino all’ultima goccia di sugo, complice anche il pane al rosmarino fatto in casa. Aldo continua a coccolarci : con il caffè arrivano dei piccoli dolcetti alle mandorle, e, mentre pranziamo, un uomo si avvicina con una tastiera Yamaha. È Antonio (Ruoppolo) un architetto prestato alla musica, che inizia a suonare brani in stile jazz di grandi artisti italiani e internazionali. Un’atmosfera magica, che si fa ancora più personale quando, durante le pause, scopriamo che Antonio e Vito hanno un’amicizia in comune. La conversazione si scalda, nascono confidenze e promesse : “se voi pensate di ritornare per cena, io tornerò stasera”. Affare fatto. Nel pomeriggio, dopo aver preso possesso delle camere al B&B, torniamo sul mare per una passeggiata che ci porta fino a Chianalea, a pochi passi da Scilla. È un borgo marinaro incantevole, con case costruite direttamente sugli scogli, vicoli stretti e scorci che si aprono sul Castello Ruffo, visibile dall’altro lato rispetto alla spiaggia del mattino. Si ritorna alla Marina Grande di Scilla per un altro bagno per Vito e Betty, mentre io mi godo il sole e l’atmosfera del luogo. All’ora del tramonto, un piccolo aperitivo con un Crodino biondo ci accompagna mentre il sole scende sul mare, colorando le barche e le facciate delle case. Poi risaliamo a piedi verso la Chiesa Madre dell’Immacolata, per poi ridiscendere lentamente, con le luci dei lampioni a disegnare riflessi dorati sulla sabbia e sulle onde. Come promesso, torniamo al ristorante di Aldo, dove ci accolgono lui e Antonio, già pronto con la tastiera. Le prime note sono di Pino Daniele, e la serata prende subito un tono speciale, fatto di musica, profumi di mare e complicità. A cena, cozze all’nduja con ricotta salata e paccheri con sugo di melanzane, pesce spada e pomodorini : un trionfo di sapori, che chiudiamo, naturalmente, con l’ennesimo giro di “scarpetta” e un bicchierino di amaro Silano. Antonio si unisce a noi a fine serata, raccontandoci aneddoti e incontri della sua vita musicale, tra artisti, concerti e viaggi. Una chiacchierata piena di curiosità e umanità, che chiude un’altra giornata meravigliosa e intensa, baciata dal sole, dalla buona cucina e da nuove conoscenze genuine e appassionate.
Giorno 4 – Reggio Calabria, Riace e la forza degli incontri
Il quarto giorno calabrese si apre con il sole che filtra dalle finestre delle nostre stanze e con l’attesa della colazione, promessa da Giusy, la proprietaria del B&B. La sorpresa arriva presto: Giusy si presenta sorridente, con un sacchetto pieno di cornetti da pasticceria, fragranti e profumati, da accompagnare alle bevande calde che prepara sul momento per noi. Mentre ci serve il caffellatte, nasce spontaneamente una piacevole chiacchierata che spazia tra mille temi: i suoi quattro figli piccoli, la corsa quotidiana tra scuola, sport e cucina, il famoso ponte sullo Stretto, “il sogno degli ignoranti al governo”, e le località da visitare per proseguire il nostro viaggio. La simpatia e la schiettezza di Giusy rendono quella colazione un momento autentico e familiare, uno di quelli che ti restano dentro. Dopo i saluti, partiamo verso Reggio Calabria, distante una ventina di minuti. La sera precedente avevamo prenotato i biglietti per visitare i Bronzi di Riace, capolavori assoluti della scultura greca del V secolo a.C., custoditi nel Museo Archeologico Nazionale. Entrare nella sala che li ospita è un momento quasi solenne: le due statue, perfette e misteriose, emanano una forza che toglie il fiato. Le ammiriamo da ogni prospettiva. Visiteremo anche altri interessanti reperti del museo. All’uscita dal museo ci incamminiamo lungo il Corso Garibaldi, elegante e animato, che si snoda per quasi due chilometri parallelo al lungomare Falcomatà, definito da molti “il più bel chilometro d’Italia”. Il “Corso” è davvero un salotto a cielo aperto: palazzi eleganti, negozi curati, persone che passeggiano con calma in questo periodo dell’anno. Durante la camminata, contatto telefonicamente la mia amica Caterina, che tutti chiamano Meri, la nostra cardiologa e, ormai, un’amica di lunga data. I miei trascorsi al Poliambulatorio di Via Andrea Doria mi hanno fatto conoscere tanti professionisti, alcuni diventati compagni di viaggio nella vita. Meri, nata proprio a Reggio Calabria, ci racconta con affetto della sua città e ci dà un consiglio imperdibile : quello di provare il gelato della gelateria Cesare, il chiosco verde sul lungomare, un vero pezzo di storia di Reggio. Detto fatto. Raggiungiamo la storica gelateria Cesare, che da oltre cent’anni rappresenta l’emblema gustoso della città. Io e Betty optiamo per una coppetta, mentre Vito, con il suo instancabile entusiasmo, sceglie una brioche col gelato, farcita con i gusti tipici locali, tra cui il celebre bergamotto, profumato e intenso. Ogni cucchiaino è una piccola magia, un incontro tra freschezza e memoria. Di fronte al chiosco entriamo, per curiosità, nel punto vendita Callipo, attratti dalle vetrine colorate e dai prodotti ittici d’eccellenza : tonno, filetti, paté e specialità di mare in mille varianti. Una vetrina perfetta per chi ama portarsi a casa un po’ di Calabria, anche solo in un barattolo di vetro. All’uscita del negozio riprendiamo la nostra Panda bianca e ci dirigiamo ancora più a sud, spinti dalla curiosità di raggiungere il punto più estremo della Calabria, con la speranza di trovare un ristorantino fronte mare. Speranza svanita, complice il periodo di bassa stagione. Così decidiamo di proseguire la nostra “corsa” verso la costa ionica, in direzione Soverato, fermandoci nel pomeriggio al McDonald di Siderno per un veloce panino al pollo fritto. Lungo il percorso facciamo tappa nel borgo di Caulonia, paese natale di un nostro amico, Ilario, oggi trapiantato al Nord. Vito lo chiama al telefono, e da lì parte una lunga e piacevole conversazione sui luoghi della zona e sui ricordi condivisi del passato. Il pomeriggio è ancora lungo, così riprendiamo la strada verso Riace, spinti da un desiderio profondo : incontrare Mimmo Lucano, l’uomo che ha creato il celebre Modello Riace. Il “Modello Riace” rappresenta un sistema di accoglienza e integrazione dei migranti basato su un’idea semplice e rivoluzionaria: ridare vita a un borgo spopolato attraverso la solidarietà. Case vuote riassegnate, botteghe riaperte, una comunità viva e multiculturale. Un modello che ha ricevuto riconoscimenti internazionali e che ha trovato nella politica italiana attuale un muro di incomprensione e arroganza, segno dei tempi che viviamo. E la fortuna è dalla nostra parte. Appena parcheggiata l’auto, quasi di fronte al municipio, Vito riconosce Mimmo Lucano seduto a un tavolino, intento a parlare con due signore. Un vero flash. Ci avviciniamo e, con semplicità, ci uniamo alla conversazione. Mimmo ci accoglie con gentilezza e, tra una parola e l’altra, ci racconta la sua storia : le difficoltà, le accuse ingiuste, la sua visione di un’Italia più giusta e solidale. Le sue parole, pacate ma profonde, ci toccano dentro. Un incontro che lascia il segno, suggellato da una foto insieme, scattata con emozione e gratitudine. Dopo l’incontro, passeggiamo per le vie del paese fotografando i murales che raccontano la storia di Riace e ci fermiamo al frantoio sociale, un’altra testimonianza concreta di comunità e collaborazione. Con l’emozione ancora nell’aria, riprendiamo il viaggio verso Soverato, dove ci attende un appartamento vista mare. La cena sarà semplice, hamburger di pesce e birra, seguita, passeggiando, da un gelato sulla via principale del paese. Un’altra giornata all’insegna del bel tempo, delle splendide località e degli incontri che arricchiscono l’anima.
Giorno 5 – Soverato, Badolato e Le Castella
Il quinto giorno si apre con i raggi dell’alba che filtrano decisi dalle lunghe fessure delle finestre dell’appartamento. La colazione la facciamo in una pasticceria del centro. Poi partiamo per una toccata e fuga a Badolato, un altro dei tanti borghi arroccati che punteggiano la Calabria. La breve sosta ci regala un momento di pura dolcezza: un bicchiere di latte di mandorla fresco, gustato nella piccola piazza del paese. Rientriamo a Soverato giusto in tempo per parcheggiare la nostra fidata Panda, raggiungere l’unico stabilimento balneare aperto (il Lido San Domenico) e noleggiare due lettini e un ombrellone. È finalmente il momento di un bagno insieme: la temperatura dell’acqua è così piacevole che, per qualche minuto, mi concedo anch’io un tuffo, rompendo la mia solita distanza dal mare. Vito e Betty, invece, restano a lungo in acqua, mentre io scatto qualche foto alla costa e al cielo terso. Più tardi, Vito prosegue la camminata sulla battigia fino a un tratto di spiaggia dove un gruppo di pescatori pesca i tonnetti. Decine di canne infisse nella sabbia, tutte allineate: uno spettacolo curioso e nuovo per noi. Quando arriva l’ora di pranzo, il nostro tavolo vista mare è già pronto. Ordiniamo l’ennesimo, delizioso fritto di calamari da condividere e, come piatto principale, linguine con tonnetto locale e pomodorini, piatto generoso, da “scarpetta” finale, accompagnato da un fresco bianco frizzante Monamour di Spadafora. Una combinazione perfetta di mare, sole e sapore. Dopo pranzo, la pigrizia prende il sopravvento : Vito e Betty si concedono una pennichella sui lettini, mentre io decido di replicare la camminata mattutina di Vito verso i pescatori, per scattare qualche istantanea. Al mio ritorno, cambio della guardia : io mi sdraio e mi lascio andare al sonno, mentre loro tornano a passeggiare per mostrare a Betty il punto dei tonnetti. Quando il sole comincia a scendere e la spiaggia perde la sua luce piena, decidiamo di ripartire verso Capo Rizzuto. Sulla strada, proprio all’ora del tramonto, ci imbattiamo nella località di Le Castella, e la decisione è immediata : trascorrere lì la notte. Le Castella si rivela una vera sorpresa, dominata dal suo castello aragonese che emerge dalle acque come in un sogno. Passeggiamo nel buio della sera lungo il mare, affascinati dalle luci che si riflettono sulle mura del castello. La cena lascia spazio solo a qualcosa di leggero: un gelato per me e Vito, un latte macchiato per Betty. La serata si chiude nell’alloggio, in un’atmosfera tranquilla. Cerchiamo in rete il film “Tutto può succedere”, con Diane Keaton, scomparsa il giorno prima : un piccolo omaggio inatteso a un’attrice che ci ha accompagnato con unicità e classe. Il film poi termina nella sfarzosa brasserie Le Grand Colbert di Parigi, locale che abbiamo avuto modo di frequentare più volte durante le nostre sortite francesi, e con quella scena nella mente si chiude un’altra bellissima giornata di viaggio, fatta di sole e di mare..
Giorno 6 – Dal mare alla montagna, da Capo RIzzuto alla Sila
Il sesto giorno si apre con il sole ancora a farci compagnia. Dopo una colazione in una pasticceria, con meravigliose paste alla crema di fiordilatte, si parte dritti verso Capo Rizzuto, dove davanti a una “panchina gigante” ci autoscattiamo un’istantanea con lo sfondo della rocca sul mare. Il panorama si distende fino a Capocolonna, che raggiungeremo di lì a poco. Da Capocolonna a Crotone sono appena venti minuti di macchina : la tappa è d’obbligo per rendere omaggio alla statua di Rino Gaetano, qui nato, il cantautore scomparso in giovane età in un incidente stradale. Breve sosta in città, giusto il tempo di attraversare un piccolo mercato colorato di rosso (cassette di pomodori, peperoni, peperoncini, cipolle di Tropea e ‘njduja nel budello) e acquistare in una salumeria un assaggio di capocollo, di salsiccia tipica (non piccante) e di formaggio locale. Tutto gustato seduti sugli scalini del Duomo di Crotone. La costa è lì, a un passo. Perché non concedersi ancora un tuffo prima di lasciare il mare per i monti, con un pranzo vista panoramica ? La struttura del Lido degli Scogli, sul tragitto, è aperta. Vito e Betty pareggiano il loro primato di bagno in tarda stagione; io li seguo con lo sguardo, godendomi il contrasto tra il blu dell’acqua e la calma del luogo. Il tempo di asciugarsi ed è ora di pranzo. Il ristorante gode di un’ampia sala luminosa con splendida vista sul mare. Si accede attraversando corridoi tappezzati di fotografie di ospiti illustri e non. Un calice di vino bianco, frizzante per Vito e Betty, fermo per me, accompagna gli spaghetti alle vongole (per me e Betty) e il polipo con patate leggermente piccante per Vito. È il momento di salutare la costa ionica e puntare verso l’entroterra, con destinazione da scegliere nel Parco Nazionale della Sila, il più vicino possibile ai Giganti della Sila, meta iniziale dell’ultimo giorno. Dal mare della Magna Grecia alle montagne silane in appena ottanta chilometri : tutta la bellezza e la varietà paesaggistica della Calabria concentrata in un percorso “foliage” che conduce fino a Camigliatello Silano, destinazione decisa sul momento. Camigliatello è una località turistica montana, a 1.300 metri d’altitudine. L’aria, citata come la più pulita d’Europa, ci avvolge subito. La scelta dell’hotel si rivela magnifica per il rapporto qualità-prezzo, complice il periodo autunnale. Una struttura a quattro stelle, con tanto di ristorante dalle specialità tipiche. Sembra di essere in Trentino-Alto Adige, con un’atmosfera quasi natalizia. Ci accoglie Eugenia, altro incontro felice. Dopo una breve passeggiata per respirare l’aria di montagna, mettiamo le gambe sotto il tavolo del ristorante dell’hotel, chiamato curiosamente Giùdilì. Le scelte enogastronomiche sono impeccabili : una bottiglia di vino rosso calabrese “I Gelsi” (Cabernet Sauvignon, Gaglioppo e Merlot), un antipasto di cacio al tegamino con crema di porcini e sbriciolata di guanciale, e le patate silane doc ‘mbacchiuse, saltate in padella fino a diventare perfettamente appiccicate. Squisita anche la minestra calabra con fagioli borlotti, patate e cicoria. Dalla sala ristorante ci spostiamo nella sala bar, dove Eugenia ci offre due amari calabresi d’eccellenza : l’Amaro Silano e l’Amaro Supremo Capobranco. Un’ulteriore piacevole chiacchierata su luoghi, sugli amari e sulla vita d’albergo conclude la serata. Stanchi ma felici, ci ritiriamo nelle nostre stanze.
Giorno 7 – Dalla Sila al mare: il cerchio si chiude
jeudi, septembre 18, 2025
Relazione programmatica dell'essenziale
Soste di pensiero in un tempo che corre ... male.
Oggi, nel giorno in cui torno a contare gli anni, pubblico un mio scritto nato dal richiamo di scrivere cose diverse dal solito. L’ho terminato ad agosto, mese in cui, ogni anno, in questo spazio dove di solito traccio mappe di strade percorse e mete raggiunte, lascio da parte la geografia e mi volto verso ciò che sfugge agli occhi : la vita nascosta dentro il quotidiano, i gesti che non si fotografano. Celebro proprio questo : il semplice e il vero che abitano ogni giorno. Una vita che non si mostra, ma si rivela solo a chi sa rallentare, ascoltare, restare. Questo è il mio viaggio interiore, un omaggio al tempo invisibile che ci attraversa e ci trasforma, senza fretta, senza rumore. In un tempo in cui tutto corre veloce e spesso pure male visto questo periodo storico, e si perde il contatto con ciò che conta davvero, ho sentito il bisogno di fermarmi e riflettere. Questo racconto esistenziale nasce da quelle pause necessarie, da pensieri semplici ma profondi, che parlano di autenticità, semplicità e presenza. Non è una grande rivoluzione, ma una piccola filosofia personale, una ricerca minima per ritrovare un equilibrio, anche, e soprattutto, sapendo che la vita, per come la sento io, non ha un vero senso.
Il punto di rottura
Ho iniziato a scrivere queste riflessioni in ospedale, a fine marzo, mentre mi somministravano per via endovenosa l’ennesima dose di antibiotico. Guardavo fuori dalla finestra e mi chiedevo se e quando sarei potuto tornare a una vita normale. Dopo un esame endoscopico di routine, tra l’altro andato bene, un batterio si era fatto strada nel mio corpo senza invito. Da lì, un ricovero forzato, la febbre, le flebo, e soprattutto il tempo : tanto tempo per pensare. Quando il corpo rallenta, la mente accelera. Le domande arrivano in silenzio, ma non smettono più di bussare. Mi sono ritrovato a riflettere sulla mia vita, sugli errori commessi, sulle emozioni forti vissute, sulle donne che hanno incrociato il mio cammino, sui viaggi intrapresi per cercare risposte che forse non volevo davvero trovare. E intanto ero lì, fermo, immobile, con il desiderio di guarire, ma soprattutto di tornare a vivere con autenticità. Più che ripartire da un senso, volevo proprio guarire.
Le false promesse della quotidianità
Quando si è costretti a fermarsi, ci si promette grandi cambiamenti. Si pensa di eliminare il superfluo, in senso materiale e immateriale, e di semplificare la vita. Si desidera mettere ordine nei pensieri, aggrapparsi alle cose buone, costruire qualcosa di nuovo su fondamenta più sincere. Ma poi si torna alla vita di prima, e quelle promesse si dissolvono nel rumore quotidiano. Io stesso ho fatto spesso questi propositi, ma ho finito per assecondare il quieto vivere. Ho sempre pensato che vedere felici le persone accanto a me bastasse per essere felice. E invece no. Soffro di una dipendenza emotiva che mi frena, che mi spinge a voler accontentare tutti, a non dire mai “no”, a temere il conflitto anche quando so di essere dalla parte della ragione. Vivere così, alla lunga, logora. Mi sento distante da chi sono quando agisco così.
La disumanizzazione digitale
C'è però una causa ancora più profonda di questo malessere : il mondo in cui viviamo. Un mondo che corre veloce verso la digitalizzazione totale, verso una connessione costante e sempre più invasiva. Un mondo che ha trasformato ogni cosa, anche la più semplice, in un’esperienza mediata da uno schermo.
Io non ci sto.
Non accetto che leggere un menù al ristorante implichi dover inquadrare un QR code. Non sopporto di dover usare un’app per pagare un parcheggio, con l’obbligo di inserire una carta di credito. Perché ogni gesto quotidiano dev’essere filtrato da un dispositivo? Perché tutto ciò che prima era umano e diretto è diventato digitale, automatizzato, impersonale? Vorrei che gli smartphone sparissero da luoghi di socialità e cultura come ristoranti, cinema, teatri. Vorrei che tornassimo a vivere quei momenti con presenza reale, senza notifiche, distrazioni o fotocamere costantemente attive. Durante le vacanze a Koufonissi, piccola isola delle Cicladi in Grecia, insieme ad Andrea abbiamo provato a disintossicarci : smartphone accesi solo al mattino e alla sera. Ho ripensato a quel piacere semplice del passato, come quando ascoltavo la musica da un vecchio iPod. Senza Internet, senza interruzioni. Senza quei fastidiosi “messaggi vocali”, una forma di comunicazione che non sopporto, perché impedisce un dialogo spontaneo, perché impone un monologo a cui non si può rispondere subito. Mi irrita anche l’aspettativa di una risposta ai messaggi scritti. Se qualcuno mi scrive per chiedermi qualcosa e io rispondo subito, poi mi infastidisco quando devo aspettare anche ore per una controreplica. Non sono io quello che ha bisogno di risposta immediata. Spesso si dà per scontato che tutti siano sempre disponibili, reperibili, pronti. Ma la reciprocità è rara. Non è una questione di ansia : è una questione di rispetto. E ogni ricorrenza non fa che accentuare questa ossessione : Natale, Pasqua, Capodanno, Ferragosto, le vigilie … giorni che dovrebbero essere caldi, condivisi, eppure si riducono a un frastuono di messaggi, foto, video e notifiche. Basterebbe spegnere il cellulare; eppure, quando lo si riaccende, li troveremmo lì, pronti a raffica. La presenza reale sparisce. La festa diventa rumore. Ogni attimo sembra dover essere visto, sempre, da tutti, come se il valore del momento non esistesse senza l’approvazione digitale. Rimpiango i tempi in cui si comunicava solo quando serviva, con il telefono fisso, con chi davvero contava. Oggi invece ti chiedono “Dove sei ?”, “Cosa stai facendo ?” come se fosse normale. Ma non è normale. È un’invasione, mascherata da interesse. Ultima considerazione su questo tipo di fenomeno sociale che trovo allucinante : trovo assurdo e triste vedere un bambino già con un cellulare in mano solo per intrattenerlo, per distrarlo, per tenerlo buono, o a un ragazzino solo per poterlo sorvegliare o illudersi di controllarlo. Così non li si protegge. Non è educazione, è la rinuncia a insegnare davvero, è un modo comodo per abituarli fin da subito alla dipendenza e così si spegne la curiosità ancor prima di nascere. E quando vedo una coppia o due coppie sedute allo stesso tavolo, ciascuno immerso nel proprio cellulare, lo trovo inquietante : condividono uno spazio senza guardarsi, senza parlare, senza vivere il momento. È il simbolo più chiaro di quanto la tecnologia ci stia svuotando.
Il teatrino social e l’analfabetismo emotivo
Non uso i social, ma a volte leggo quello che vi circola. E ne rimango sempre più disturbato. È un mondo fatto di apparenza, giudizi sommari, frasi urlate, violenza verbale. Un luogo dove il confronto è diventato scontro, dove il sarcasmo ha preso il posto della gentilezza, dove la rabbia viene scambiata per autenticità. È diventato un posto dove ognuno vuole mettere in mostra sé stesso, un continuo scambio di commenti anche pesanti, frasi fatte e indignazione facile dietro uno schermo. Un luogo dove non si comunica : si recita. E male aggiungerei. Penso che eliminare completamente la possibilità di inserire commenti su tutti i social potrebbe cancellare radicalmente la diffusione di polemiche, insulti e disinformazione. Senza la sezione commenti, l’attenzione resterebbe solo sui contenuti, creando uno spazio più rispettoso e meno nocivo. Ma ciò che trovo più inquietante è questa smania ridicola di mostrarsi, di farsi un selfie ovunque, di dire “guardatemi, sono qui”, come se il valore dell’esperienza dipendesse dal fatto che gli altri lo sappiano. Sono diventati spettatori di loro stessi, impegnati a costruire una versione digitale della propria vita più interessante di quella reale. È una messinscena continua. Il viaggio, la cena, il concerto : tutto esiste solo se condiviso, solo se validato da i cuoricini e dai “mi piace”. I social non connettono: alienano. Non avvicinano: dividono. Sono sistemi che alimentano la dipendenza facendoli passare per progresso. Se non li usi ? Allora non esisti, non sei moderno, non stai al passo. Tutto ciò è esattamente il contrario, non è evoluzione, è regressione. E non è solo colpa delle piattaforme. È un problema più grande : le persone che li usano si stanno abituando alla superficialità. L’empatia si è ridotta a emoji e Il dolore è diventato qualcosa da esibire.
La folla ovunque, il silenzio da nessuna parte
Ovunque vada, sento la confusione addosso: ristoranti, concerti, viaggi, eventi… tutto è diventato massa, consumo, rumore. È sempre più difficile trovare momenti di vera calma, spazi non affollati, luoghi dove poter respirare davvero. Non amo le lunghe tavolate. Preferisco i pranzi o le cene con poche persone, quattro il numero perfetto, cinque o al massimo sei è proprio il limite, perché solo così si può davvero parlare con tutti, ascoltare, condividere e ridere. Nelle tavolate affollate si finisce per parlare solo con chi si ha accanto, sperando che capiti qualcuno di interessante con cui andare oltre le chiacchiere di circostanza. La convivialità, quella vera, richiede intimità, attenzione reciproca, uno spazio in cui ogni voce abbia il suo tempo. I veri amici non sono quelli con cui si esce sempre, ma quelli con cui si condividono cose autentiche : segreti, risate, fragilità. Sono quelli con cui si assaporano le piccole gioie della vita, i piaceri semplici, un caffè al tavolo guardando il modo intorno, una camminata, una chiacchierata senza fretta. È in questi momenti che si misura la profondità di un legame. Non servono grandi eventi per sentirsi vicini : basta la verità di un momento condiviso. Il mondo di oggi è disumano. Freddo. Ipnotizzato da se stesso. La gentilezza è in via d’estinzione. L’ascolto è raro. La presenza reale è un’eccezione. Gran parte delle persone si muove per abitudine, o semplicemente perché “così fan tutti”. E sullo sfondo, mi inquieta la crescita dell’odio e dell’intolleranza. L’avanzata delle destre in molte parti del mondo non è un caso: è figlia della paura, e si nutre della disumanizzazione. Alimenta muri, semina divisione, promette ordine ma costruisce gabbie. Non è questo il futuro che voglio.
La sottile differenza tra ascoltare e parlare di sé.
C’è una differenza sottile che separa l’ascolto dalla semplice esposizione di gusti personali. Quando racconto qualcosa che ho fatto, o che ho visto, o che ho sentito, non sto cercando giudizi né approvazione. Racconto perché voglio condividere, far entrare l’altro in un frammento della mia vita. Eppure, spesso, la risposta arriva subito: “A me non piace” oppure “Io preferisco altro”. Non è una risposta sbagliata, ma non è quello che cercavo. Non voglio pareri: voglio che il racconto diventi qualcosa di comune, uno spazio condiviso. Mi viene in mente una situazione qualunque. Parlavo di qualcosa che avevo fatto, o visto, o sentito — magari un film che mi aveva colpito, una canzone nuova, un passo di un libro, un luogo visitato, un piatto assaggiato, un ristorante con una location sorprendente. Raccontavo il momento, i dettagli, le sensazioni. E invece di restare con me in quell’attimo, spesso arriva un: “Io non lo farei mai, preferisco altro.” Capita anche quando si parla di qualcosa di più intimo. Uno dice: “Ho un dolore” o “Ho un acciacco”, e l’altro risponde subito: “Anch’io.” Ma non è una gara. Non serve competere, né confrontare i propri malanni. Il racconto non cercava approvazione o parità, ma condivisione: uno spazio in cui sentirsi accolti, senza trasformare tutto in confronto. È lì che si capisce la differenza tra parlare con qualcuno e parlare di sé davanti a qualcuno. Nel primo caso c’è incontro: il racconto diventa comune, un ponte tra due esperienze. Nel secondo, invece, l’altro sostituisce la tua voce con le proprie opinioni. Ricordo conversazioni più lente, silenziose ma dense: momenti in cui parli di una giornata, di una piccola gioia, di un pensiero che pesa, e l’altro resta lì con te. Non interrompe, non contrappone. Solo condivide. Solo ascolta. E in quel silenzio senti che le tue parole trovano spazio anche nell’altro. È in quei silenzi e in quelle pause che la comunicazione diventa relazione vera, non solo parola. Non sempre serve una risposta: a volte basta condividere, respirare lo stesso tempo, camminare insieme tra le parole, i gesti, i piccoli dettagli che rendono grande un momento semplice. E poi mi fanno sorridere quelli che dicono di avere “la cosa migliore in assoluto”, qualunque essa sia. È il loro gusto, non quello di tutti. Così come le esperienze che racconto, o i pomeriggi passati a osservare il mondo, non cercano approvazione universale. Cerco condivisione. Cerco che l’altro cammini con me tra le parole e i silenzi, e magari scopra qualcosa di suo nel mio racconto.
Aspettativa zero, riconoscenza zero. Per fortuna, Coca‑Cola Zero.
Quando dire “no” diventa un atto di cura verso sé stessi. Chi pensa che io tenga a non essere dimenticato non ha capito nulla : Anna, Umberto, VitoBetty, Lucio e Milva provvedono ogni giorno o settimanalmente, nell’ordine, con un’email, un sms e due telefonate, whatapps a ricordarmi che esisto. Con loro mi fa piacere. Per altri invece non sono una persona : sono una soluzione rapida, un servizio sempre disponibile. Non tutti, ci mancherebbe, perché ci sono amici veri, pochi per fortuna, che fanno parte della mia vita, anche se li vedo o sento meno. Per quegli altri, io ho meno bisogno di loro di quanto loro ne abbiano di me. I problemi li risolvo sempre e pure in fretta. Così finisco per sembrare scontato. “Lui c’è sempre, tanto risponde subito.” E infatti, se scrivo io, magari rispondono dopo ore o giorni. Ma se sono loro a cercarmi e non rispondo subito, scatta l’allarme: “Tutto ok?” “Ma dove sei finito?” “Mi stavo preoccupando.” È paradossale: se ci sono, è normale. Se non ci sono, diventa un problema. Una volta una donna molto intelligente mi ha detto : «Hai un carattere di merda». Ci sono rimasto male, ovvio. Poi ha aggiunto : «Sei troppo buono, e la tua bontà ti si ritorce contro. Non è cattiveria degli altri : è abitudine». Aveva ragione. C’è anche un altro equivoco che non sopporto. Vivo da solo, e nessuno conosce davvero la mia vita privata, tranne Anna, la mia amica del cuore, che sa tutto, soprattutto quella con le donne che ne fanno parte. Per molti questa è già una colpa. Mi guardano come se fossi incompleto: “Starà bene? Avrà bisogno di compagnia? Avrà bisogno di noi?”. La verità è l’opposto : sto bene nei miei silenzi, nei miei spazi. Non mi pesa. Non mi manca niente. Proiettano su di me ansie, dubbi e incertezze, come se fossero i miei. Io invece la vivo come libertà. Non è isolamento, è respiro. La tecnologia peggiora le cose. Un tempo un favore si chiudeva con un grazie detto guardandoti negli occhi, con un caffè o una stretta di mano. Ora si chiude con una spunta blu, un like, un’emoji. E io resto lì, con la sensazione di aver fatto tanto per niente. Così ho deciso : aspettativa zero, riconoscenza zero. Non mi illudo più. Non voglio più passare per scontato solo perché ci sono sempre. Se mando un messaggio, rispondo quando mi va. Se qualcuno chiede un favore, non è detto che dirò subito sì. Non sono un servizio clienti sempre attivo. L’unico “zero” che ancora mi piace è quello della bottiglia rossa in frigo : Coca-Cola Zero. Quello sì che è uno zero sincero: zero calorie, zero zuccheri, zero prese in giro. Apro la bottiglia, il tappo si solleva e sento l’effervescenza. Bevo. Mi regala un momento puro di freschezza. Non dico che sia facile cambiare: il mio carattere è sempre lì, pronto a scattare appena qualcuno ha bisogno. Ma sto imparando a rallentare, a non essere sempre il primo a rispondere, a lasciare spazio agli altri. Se qualcuno si arrabbia perché non sono disponibile, peggio per lui. Chi tiene davvero a me imparerà a vedermi per quello che sono, non solo per quello che faccio. Non sono “quello che c’è sempre”. Sono una persona. Proteggere i miei tempi e il mio equilibrio non è egoismo. È necessario. Ne va della mia salute. Chi mi vuole bene davvero lo sa : non solo i nomi iniziali, ma anche quei pochi amici veri che fanno parte della mia vita.
Non ho soluzioni grandi. Non cerco rivoluzioni. Ma sento la necessità profonda di difendere alcuni valori che ritengo fondamentali: il rispetto, la lentezza, la gentilezza, la presenza. La verità, intesa come contatto umano, come comunicazione diretta, come tempo condiviso senza schermi in mezzo.
Credo ancora che piccoli gesti possano fare la differenza:
– spegnere lo smartphone per qualche ora,
– ascoltare davvero una persona,
– scegliere il dialogo diretto invece del messaggio,
– privilegiare il silenzio invece del rumore.
Voglio impegnarmi a coltivare questi gesti nella mia vita quotidiana. Voglio che diventino abitudini, non eccezioni. Questo sono le abitudini da inseguire. Voglio vivere in modo semplice, umano, essenziale.
La mia filosofia minima o “minimalista”
La mia filosofia personale, alla fine, si regge su poche parole. Un tempo erano due: salute e amore che comprende anche l'amicizia, quella vera. Ora ne aggiungo altre: rispetto, semplicità, leggerezza. Non ho bisogno di altro. “Ritenta, sarai più fortunato”, si diceva un tempo. Forse è davvero così. Prima o poi, la strada tornerà ad essere libera. Senza traffico. Senza notifiche. Senza rumore. Una sera, durante un aperitivo con alcuni ex compagni di scuola, una ragazza mi ha detto una frase che mi ha spiazzato: “uno come te dovrebbe avere accanto una donna speciale.” L’ha detto senza enfasi, ma con una dolcezza che mi ha toccato. Forse quella donna l’ho incontrata, e me la sono lasciata scappare. O forse no. Forse stare da soli, ogni tanto, serve. Per capire cosa conta davvero. Per imparare a bastarsi, ma anche per riconoscere, quando accadrà, la presenza giusta, silenziosa, semplice, umana, in mezzo al rumore del mondo.
Finale
E alla fine, infilo gli auricolari, quelli che zittiscono il mondo, schiaccio play e prende vita la musica della playlist dei miei viaggi. Mi incammino lungo la Martesana, il naviglio vicino casa mia, con l’acqua che scorre leggera. Ogni passo è un battito, ogni nota musicale un ricordo che mi sfiora e intorno il silenzio che si piega alla musica. I ricordi dei viaggi degli ultimi vent’anni mi portano alle prime ore che seguono l’alba o a quelle che precedono il tramonto, alle bellezze di posti prima a me sconosciuti, ritorni e partenze. Cammino e non sono più sulla Martesana, sono altrove, nel mio mondo fatto di suoni e silenzi scelti, dove tutto ha il ritmo del cuore.
Manifesto personale
Voglio una vita più semplice, più vera, più mia. In un mondo che corre, urla, esibisce e pretende, io scelgo di rallentare. Scelgo di ascoltare il silenzio, il mio corpo, i miei pensieri, le mie emozioni. Non mi interessa partecipare alla corsa collettiva verso il nulla. Rifiuto l'apparenza, la connessione continua, l'obbligo di esserci sempre. Non ho bisogno di raccontare ogni momento con un selfie. Non voglio dover dimostrare dove sono, cosa faccio, con chi sto. La mia vita non ha bisogno di spettatori, ma di senso. Scelgo relazioni vere. Preferisco una telefonata sincera a cento messaggi vuoti. Scelgo chi mi ascolta davvero, chi non ha bisogno di chiedermi dove sono per sentirmi vicino. Voglio circondarmi solo di chi sa rispettare il silenzio, lo spazio, la libertà. Riduco il superfluo. Non solo nelle cose, ma nei pensieri, nei doveri inutili, nei rapporti forzati. Voglio liberarmi dal rumore, dal peso delle aspettative, dalla pressione di dover essere altro da me. Coltivo la gentilezza. In un mondo che si indurisce, io voglio restare umano. Un sorriso, un gesto semplice, un'attenzione sincera valgono più di mille parole. La gentilezza è rivoluzionaria. È un modo per restare vivi. Mi impegno ad ascoltarmi. Ad accettare il mio carattere, le mie fragilità, le mie contraddizioni. A non giudicarmi per quello che non sono, ma a riconoscere con onestà quello che voglio diventare. Scelgo l'amore e la salute come orizzonti. Non cerco la perfezione. Cerco equilibrio. Voglio amare ed essere amato, prendermi cura di me stesso, affrontare la vita con più leggerezza. Senza illusioni, ma con presenza. Non voglio tutto. Voglio ciò che conta. Non ho bisogno di riempire le giornate. Ho bisogno di sentirle. Non ho bisogno di essere ovunque. Ho bisogno di esserci, di stare dove sto davvero bene, e soprattutto voglio allontanarmi il più possibile dai problemi di salute, vivendo un lungo periodo di serenità.
L’illusione della conoscenza altrui
Spesso ci chiediamo perché la gente che vive in coppia pensi di sapere come si stia da soli. È come se la loro esperienza fosse l’unica vera e valida, e la nostra, da single, fosse un passo falso o una condizione di mancanza. Ci capita spesso di sentire frasi del tipo : “Ma come fate a stare da soli?”, oppure : “Ah, io non viaggerei mai da solo …”, “Non mangerei mai senza compagnia …”, “Non farei mai passeggiate in solitario …”, o ancora : “Tu non hai figli, non puoi capire”, quest’ultima anche detta da coppie a coppie. Loro non sanno che stare da soli regala tempo prezioso, tempo per pensieri su mille argomenti diversi, per riflettere e guardare dentro noi stessi. Non sanno che questa solitudine non è vuoto, ma una porta aperta : ci apre la mente, ci fa scoprire nuovi mondi interiori, significa indipendenza. E poi, quanto è bello mettersi gli auricolari, ascoltare musica mentre camminiamo e lasciar andare la fantasia, viaggiare con la mente lontano. Eppure, queste esperienze sembrano così incomprensibili a chi non le vive. La verità è che molti di noi sono stati in una coppia, io compreso, per periodi lunghi e significativi della propria vita. Abbiamo vissuto altre storie, sia prima di quelle relazioni sia dopo. Abbiamo amato, perso, imparato. Abbiamo avuto esperienze diverse che ci hanno donato una mente più aperta e una visione più ampia della vita e delle sue sfumature. Eppure, nonostante questo, ci ritroviamo spesso a dover difendere, interiormente, la scelta di vivere periodi da soli, di godere della nostra indipendenza. Non riusciamo a capire come possano pensare che la loro realtà sia migliore della nostra, come se mancasse qualcosa nelle nostre vite solo perché, in certi momenti, scegliamo di stare senza una relazione fissa o una famiglia tradizionale. Questo ci irrita, perché sappiamo che loro non sanno : fanno solo supposizioni. Parlano di qualcosa che non conoscono, eppure si sentono in diritto di dire come dovremmo vivere o cosa sia giusto per noi.
La presunzione del giudizio
Questo atteggiamento non riguarda solo la nostra condizione, ma mille altre situazioni: “Io farei così …”, “Tu sbagli …”, “Io so bene come va la vita.” Ma davvero pensano che le loro regole valgano per tutti ? Come se ci fosse un unico modo di vivere. In realtà, questa sicurezza nasce spesso da una paura nascosta, dal bisogno di controllare l’ignoto. Se non conoscono davvero la nostra vita, cercano di dominarla con le parole, come chi vuole convincere gli altri con la propria verità. Come se la nostra vita fosse un argomento di pubblico dibattito, come se avessero il diritto di giudicare scelte intime e personali. A me è capitato. Quando lasciai una ragazza per un'altra e successivamente questa altra ragazza lasciò me. Qualcuno mi disse : "Non abbiamo compreso la tua decisione di lasciare la prima ragazza e, onestamente, non avevamo condiviso la tua scelta.” Confesso che, di fronte a queste parole, non potei fare a meno di sentirmi imbarazzato e pensare: ‘Ma come vi permettete ?“. Cosa potreste sapere voi della mia vita, delle mie scelte e dei miei sentimenti?” Chi siete voi per giudicare ? Io non giudico mai gli altri. E’ la loro vita. Ho capito che non si può cambiare il modo in cui vedono le cose e che cercare di spiegarci o difenderci spesso ci porterebbe solo a scendere sul loro piano, facendoci perdere energie e serenità. Così abbiamo imparato a riconoscere l’irritazione quando arriva, a non farci trascinare dai giudizi, a mettere confini gentili ma fermi.
Il valore della propria esperienza
Ricordiamo a noi stessi che la nostra esperienza è valida, unica, e non deve essere approvata da nessuno per esistere. La nostra vita, le nostre scelte, il nostro percorso sono nostri. Nessuno può entrare nelle nostre menti o giudicare il nostro cammino se non noi stessi. Ognuno ha il diritto di camminare sul proprio sentiero, con le proprie regole e le proprie scelte.
La coscienza personale in un mondo sopravvalutato
Tutto appare sopravvalutato.
Tutto appare più grande del necessario.
Stamattina mi sono svegliato con un pensiero ostinato : tutto, in questo mondo, è sopravvalutato. Persone, cose, persino idee… tutto appare più grande del necessario, più importante di quanto davvero sia. Non vediamo ciò che è, ma ciò che desideriamo che sia. Così finiamo per innamorarci delle nostre illusioni più che della realtà.
Chi stabilisce i valori? Le mode, il potere, le tradizioni. Ma la coscienza non tace, non si lascia ingannare. Puoi leggere mille leggi, ascoltare mille voci, seguire mille esempi; la coscienza stabilisce cosa è giusto e cosa non lo è. È l’unico giudice che non puoi corrompere.
Anche il gusto, che crediamo naturale, è in gran parte appreso. Ciò che chiamiamo “raffinato” è spesso ciò che ci hanno insegnato ad ammirare. E la novità ? Brilla un istante, ci cattura, ci illude, poi cade, uguale a tutte le altre.
Eppure ogni mattina inizia un piccolo miracolo : la luce lenta del sole che entra dalla finestra, il latte caldo con il caffè nella tazza e il profumo di un fresco croissant. La mia felicità del giorno è qui, tra queste piccole cose : un film commedia francese, un pasto in una taverna greca davanti al mare, una sosta in un bistrot parigino lontano dalla folla, una conversazione sincera.
Vorrei che il mondo intero facesse un passo indietro. Vorrei più leggerezza. Vorrei sognare che queste piccole cose siano quelle che davvero muovono la nostra vita. Vorrei quasi che il mondo tornasse al passato, al bianco e nero, dove tutto correva più lento e si respirava di più. Basta fretta : di fare, di sapere, di dimostrare.
E in questo spazio sospeso, senza clamore, scopro che la libertà non è correre, possedere o apparire : è ascoltare, respirare, sentire, e lasciare che le piccole cose muovano la vita. La coscienza, invece, resta. Non cambia con le stagioni né con le mode. È la sola voce che ci appartiene davvero. Forse la libertà comincia qui : nello smettere di inseguire ciò che il mondo esalta, e nell’imparare, finalmente, ad ascoltarla.
Tutto il resto?
Tutto appare sopravvalutato.
Tutto appare più grande del necessario.
La molteplicità delle risposte
Ma allora ci chiediamo: chi stabilisce la regola dello star bene? Chi decide qual è la ragione delle cose? Forse la vita non ha una sola risposta giusta, ma mille sfumature diverse. E la vera libertà è accettare questa molteplicità senza cercare di imporre una verità unica. Questa è la più grande conquista che possiamo fare : vivere la nostra vita con sincerità, senza lasciare che gli altri definiscano chi siamo o come dobbiamo essere.
Credo che con questo racconto di riflessioni ho già scritto il riassunto che faccio puntualmente a fine anno. Sentivo il bisogno di anticiparlo e rileggendolo prima di pubblicarlo, mi sono accorto di aver scritto, senza volerlo, una sorta di “relazione programmatica”, un po’ come quella che fa Tom Cruise in Jerry Maguire, con tutte le conseguenze del caso.
Marcare il giorno
Oggi mi sento come un fiume in piena. Amo il giorno più della notte : il giorno è bianco, luce, vita. La notte invece è nera, buia, fatta di dubbi. Per questo scelgo di alzarmi presto e partire dalle piccole abitudini del mattino : mi aiutano a restare vicino alla luce e lontano dal buio dei pensieri. Dopo i rituali quotidiani (farmaci, doccia, invio di email ad Anna, la mia amica del cuore, e di un sms, un po’ arcaico, a Umberto) esco di casa per la colazione. Mi infilo gli auricolari con la musica prescelta e parto. È il mio modo di marcare il territorio che mi circonda. Come fanno gli animali (in genere i cani) anche io, in questo periodo della vita, con sei mesi di problemi urologici, marco il territorio tra bar, locali e posti nascosti, lasciando il mio piccolo contributo. Percorro la via fino in fondo : il mondo si è già svegliato. Alla pasticceria o al bar, tolgo gli auricolari per rispetto e celebro il mio rito : non il tè come gli inglesi o come gli asiatici, ma il mio personale benvenuto al giorno. Latte caldo macchiato e un croissant da intingere, tutto burro ma leggerissimo e soffice. È questo il momento della giornata che preferisco. Finita la colazione, indosso di nuovo gli auricolari e mi lascio guidare dalla musica lungo il viale. Dopo un po’ di isolati, infilo la strada pedonale e ciclabile che costeggia la Martesana, il naviglio di zona e arrivo fino alla Cascina de’ Pomm. Poi il giro si apre in modo circolare : attraverso la strada davanti al supermercato e arrivo fino al cimitero, dove rendo omaggio ai miei genitori. Un tempo spruzzavo il profumo di mia madre su un cartoncino, da infilare nella fessura della celletta, come un biglietto al Muro del Pianto di Gerusalemme. Ora non lo faccio più, perché è in compagnia di mio padre, e visto che usava anche lui un’essenza forte, non vorrei mischiarli. Vado da loro per chiedere, ringraziare e ricordare, dicendo due preghiere per loro. Riparto. Un saluto alla fiorista, che da anni cattura la mia attenzione con la sua bellezza semplice: capelli corti, biondi, occhi azzurri, ma soprattutto una luce interiore che ho imparato a riconoscere col tempo. Un pensiero complicato, a volte. Poi inizia la salita verso casa, supero il ponte della ferrovia e prendo la via di ritorno dal lato opposto rispetto alla partenza. Il giro si chiude, il territorio è marcato, la mia giornata può iniziare. In realtà questo giro talvolta lo faccio al contrario, sempre però partendo dal punto fermo della prima colazione. Da quando sono in pensione sto cercando di costruire la mia giornata “perfetta”, dentro la quale possano trovare posto incontri e sorprese. Ricordo che, nel mio anno sabbatico forzato (non lo avevo scelto io) mi ero organizzato una routine precisa: ginnastica al mattino, camminata e, dopo pranzo, cinema. Col tempo mi sono accorto che quell’anno, pur imposto, è stato in realtà un dono inatteso, perché mi ha dato la possibilità di esserci quando era davvero necessario. Ora vorrei disegnarne uno nuovo, inevitabilmente influenzato dalla salute e dall’età. La scrittura mi sta aiutando molto in questo periodo della vita. È come un secondo passo, parallelo a quello che faccio quando cammino. Con la musica in sottofondo, i pensieri si accendono, si intrecciano, diventano più chiari. Alcuni scorrono via, altri si fissano e chiedono di essere messi sulla pagina. Scrivere è un modo per non lasciarli svanire, per dare un senso al movimento che porto dentro. Camminare e scrivere mi aiutano a dare ordine alla giornata. I miei rituali restano, ma dentro sognerei la crescita di un sentimento nuovo, legato a una presenza femminile che mi stimolerebbe come una musa.
A chi potrà criticare le mie osservazioni sui social citando il mio blog, rispondo anticipatamente senza giri di parole: è un diario personale, rigorosamente chiuso. Non è un’arena né una passerella per ipocriti. Chi non lo capirà sarà semplicemente fuori posto. Sinceramente, il giudizio degli altri non mi interessa più : vivo il mio mondo.”
Canzone del post
Ho scelto "Lifeline" degli Spandau Ballet non solo per il suo titolo che risuona con il tema di questo racconto, ma anche per un motivo molto personale. È del 1983 (*), un anno che ha segnato un cambiamento decisivo nella mia vita, un tempo in cui ho iniziato a tracciare il mio cammino e a incontrare persone che hanno lasciato un segno profondo. Quel momento è diventato per me un filo sottile che unisce passato e presente, emozioni e consapevolezza.
(*) Era l’anno in cui ho preso la patente, comprato la prima macchina e vissuto il mio primo vero grande amore.
"Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.”
Post's song : "Lifeline" performed by Spandau Ballet






