Soste di pensiero in un tempo che corre ... male.
Oggi, nel giorno in cui torno a contare gli anni, pubblico un mio scritto nato dal richiamo di scrivere cose diverse dal solito. L’ho terminato ad agosto, mese in cui, ogni anno, in questo spazio dove di solito traccio mappe di strade percorse e mete raggiunte, lascio da parte la geografia e mi volto verso ciò che sfugge agli occhi : la vita nascosta dentro il quotidiano, i gesti che non si fotografano. Celebro proprio questo : il semplice e il vero che abitano ogni giorno. Una vita che non si mostra, ma si rivela solo a chi sa rallentare, ascoltare, restare. Questo è il mio viaggio interiore, un omaggio al tempo invisibile che ci attraversa e ci trasforma, senza fretta, senza rumore. In un tempo in cui tutto corre veloce e spesso pure male visto questo periodo storico, e si perde il contatto con ciò che conta davvero, ho sentito il bisogno di fermarmi e riflettere. Questo racconto esistenziale nasce da quelle pause necessarie, da pensieri semplici ma profondi, che parlano di autenticità, semplicità e presenza. Non è una grande rivoluzione, ma una piccola filosofia personale, una ricerca minima per ritrovare un equilibrio, anche, e soprattutto, sapendo che la vita, per come la sento io, non ha un vero senso.
Il punto di rottura
Ho iniziato a scrivere queste riflessioni in ospedale, a fine marzo, mentre mi somministravano per via endovenosa l’ennesima dose di antibiotico. Guardavo fuori dalla finestra e mi chiedevo se e quando sarei potuto tornare a una vita normale. Dopo un esame endoscopico di routine, tra l’altro andato bene, un batterio si era fatto strada nel mio corpo senza invito. Da lì, un ricovero forzato, la febbre, le flebo, e soprattutto il tempo : tanto tempo per pensare. Quando il corpo rallenta, la mente accelera. Le domande arrivano in silenzio, ma non smettono più di bussare. Mi sono ritrovato a riflettere sulla mia vita, sugli errori commessi, sulle emozioni forti vissute, sulle donne che hanno incrociato il mio cammino, sui viaggi intrapresi per cercare risposte che forse non volevo davvero trovare. E intanto ero lì, fermo, immobile, con il desiderio di guarire, ma soprattutto di tornare a vivere con autenticità. Più che ripartire da un senso, volevo proprio guarire.
Le false promesse della quotidianità
Quando si è costretti a fermarsi, ci si promette grandi cambiamenti. Si pensa di eliminare il superfluo, in senso materiale e immateriale, e di semplificare la vita. Si desidera mettere ordine nei pensieri, aggrapparsi alle cose buone, costruire qualcosa di nuovo su fondamenta più sincere. Ma poi si torna alla vita di prima, e quelle promesse si dissolvono nel rumore quotidiano. Io stesso ho fatto spesso questi propositi, ma ho finito per assecondare il quieto vivere. Ho sempre pensato che vedere felici le persone accanto a me bastasse per essere felice. E invece no. Soffro di una dipendenza emotiva che mi frena, che mi spinge a voler accontentare tutti, a non dire mai “no”, a temere il conflitto anche quando so di essere dalla parte della ragione. Vivere così, alla lunga, logora. Mi sento distante da chi sono quando agisco così.
La disumanizzazione digitale
C'è però una causa ancora più profonda di questo malessere : il mondo in cui viviamo. Un mondo che corre veloce verso la digitalizzazione totale, verso una connessione costante e sempre più invasiva. Un mondo che ha trasformato ogni cosa, anche la più semplice, in un’esperienza mediata da uno schermo.
Io non ci sto.
Non accetto che leggere un menù al ristorante implichi dover inquadrare un QR code. Non sopporto di dover usare un’app per pagare un parcheggio, con l’obbligo di inserire una carta di credito. Perché ogni gesto quotidiano dev’essere filtrato da un dispositivo? Perché tutto ciò che prima era umano e diretto è diventato digitale, automatizzato, impersonale? Vorrei che gli smartphone sparissero da luoghi di socialità e cultura come ristoranti, cinema, teatri. Vorrei che tornassimo a vivere quei momenti con presenza reale, senza notifiche, distrazioni o fotocamere costantemente attive. Durante le vacanze a Koufonissi, piccola isola delle Cicladi in Grecia, insieme ad Andrea abbiamo provato a disintossicarci : smartphone accesi solo al mattino e alla sera. Ho ripensato a quel piacere semplice del passato, come quando ascoltavo la musica da un vecchio iPod. Senza Internet, senza interruzioni. Senza quei fastidiosi “messaggi vocali”, una forma di comunicazione che non sopporto, perché impedisce un dialogo spontaneo, perché impone un monologo a cui non si può rispondere subito. Mi irrita anche l’aspettativa di una risposta ai messaggi scritti. Se qualcuno mi scrive per chiedermi qualcosa e io rispondo subito, poi mi infastidisco quando devo aspettare anche ore per una controreplica. Non sono io quello che ha bisogno di risposta immediata. Spesso si dà per scontato che tutti siano sempre disponibili, reperibili, pronti. Ma la reciprocità è rara. Non è una questione di ansia : è una questione di rispetto. E ogni ricorrenza non fa che accentuare questa ossessione : Natale, Pasqua, Capodanno, Ferragosto, le vigilie … giorni che dovrebbero essere caldi, condivisi, eppure si riducono a un frastuono di messaggi, foto, video e notifiche. Basterebbe spegnere il cellulare; eppure, quando lo si riaccende, li troveremmo lì, pronti a raffica. La presenza reale sparisce. La festa diventa rumore. Ogni attimo sembra dover essere visto, sempre, da tutti, come se il valore del momento non esistesse senza l’approvazione digitale. Rimpiango i tempi in cui si comunicava solo quando serviva, con il telefono fisso, con chi davvero contava. Oggi invece ti chiedono “Dove sei ?”, “Cosa stai facendo ?” come se fosse normale. Ma non è normale. È un’invasione, mascherata da interesse. Ultima considerazione su questo tipo di fenomeno sociale che trovo allucinante : trovo assurdo e triste vedere un bambino già con un cellulare in mano solo per intrattenerlo, per distrarlo, per tenerlo buono, o a un ragazzino solo per poterlo sorvegliare o illudersi di controllarlo. Così non li si protegge. Non è educazione, è la rinuncia a insegnare davvero, è un modo comodo per abituarli fin da subito alla dipendenza e così si spegne la curiosità ancor prima di nascere. E quando vedo una coppia o due coppie sedute allo stesso tavolo, ciascuno immerso nel proprio cellulare, lo trovo inquietante : condividono uno spazio senza guardarsi, senza parlare, senza vivere il momento. È il simbolo più chiaro di quanto la tecnologia ci stia svuotando.
Il teatrino social e l’analfabetismo emotivo
Non uso i social, ma a volte leggo quello che vi circola. E ne rimango sempre più disturbato. È un mondo fatto di apparenza, giudizi sommari, frasi urlate, violenza verbale. Un luogo dove il confronto è diventato scontro, dove il sarcasmo ha preso il posto della gentilezza, dove la rabbia viene scambiata per autenticità. È diventato un posto dove ognuno vuole mettere in mostra sé stesso, un continuo scambio di commenti anche pesanti, frasi fatte e indignazione facile dietro uno schermo. Un luogo dove non si comunica : si recita. E male aggiungerei. Penso che eliminare completamente la possibilità di inserire commenti su tutti i social potrebbe cancellare radicalmente la diffusione di polemiche, insulti e disinformazione. Senza la sezione commenti, l’attenzione resterebbe solo sui contenuti, creando uno spazio più rispettoso e meno nocivo. Ma ciò che trovo più inquietante è questa smania ridicola di mostrarsi, di farsi un selfie ovunque, di dire “guardatemi, sono qui”, come se il valore dell’esperienza dipendesse dal fatto che gli altri lo sappiano. Sono diventati spettatori di loro stessi, impegnati a costruire una versione digitale della propria vita più interessante di quella reale. È una messinscena continua. Il viaggio, la cena, il concerto : tutto esiste solo se condiviso, solo se validato da i cuoricini e dai “mi piace”. I social non connettono: alienano. Non avvicinano: dividono. Sono sistemi che alimentano la dipendenza facendoli passare per progresso. Se non li usi ? Allora non esisti, non sei moderno, non stai al passo. Tutto ciò è esattamente il contrario, non è evoluzione, è regressione. E non è solo colpa delle piattaforme. È un problema più grande : le persone che li usano si stanno abituando alla superficialità. L’empatia si è ridotta a emoji e Il dolore è diventato qualcosa da esibire.
La folla ovunque, il silenzio da nessuna parte
Ovunque vada, sento la confusione addosso: ristoranti, concerti, viaggi, eventi… tutto è diventato massa, consumo, rumore. È sempre più difficile trovare momenti di vera calma, spazi non affollati, luoghi dove poter respirare davvero. Non amo le lunghe tavolate. Preferisco i pranzi o le cene con poche persone, quattro il numero perfetto, cinque o al massimo sei è proprio il limite, perché solo così si può davvero parlare con tutti, ascoltare, condividere e ridere. Nelle tavolate affollate si finisce per parlare solo con chi si ha accanto, sperando che capiti qualcuno di interessante con cui andare oltre le chiacchiere di circostanza. La convivialità, quella vera, richiede intimità, attenzione reciproca, uno spazio in cui ogni voce abbia il suo tempo. I veri amici non sono quelli con cui si esce sempre, ma quelli con cui si condividono cose autentiche : segreti, risate, fragilità. Sono quelli con cui si assaporano le piccole gioie della vita, i piaceri semplici, un caffè al tavolo guardando il modo intorno, una camminata, una chiacchierata senza fretta. È in questi momenti che si misura la profondità di un legame. Non servono grandi eventi per sentirsi vicini : basta la verità di un momento condiviso. Il mondo di oggi è disumano. Freddo. Ipnotizzato da se stesso. La gentilezza è in via d’estinzione. L’ascolto è raro. La presenza reale è un’eccezione. Gran parte delle persone si muove per abitudine, o semplicemente perché “così fan tutti”. E sullo sfondo, mi inquieta la crescita dell’odio e dell’intolleranza. L’avanzata delle destre in molte parti del mondo non è un caso: è figlia della paura, e si nutre della disumanizzazione. Alimenta muri, semina divisione, promette ordine ma costruisce gabbie. Non è questo il futuro che voglio.
La sottile differenza tra ascoltare e parlare di sé.
C’è una differenza sottile che separa l’ascolto dalla semplice esposizione di gusti personali. Quando racconto qualcosa che ho fatto, o che ho visto, o che ho sentito, non sto cercando giudizi né approvazione. Racconto perché voglio condividere, far entrare l’altro in un frammento della mia vita. Eppure, spesso, la risposta arriva subito: “A me non piace” oppure “Io preferisco altro”. Non è una risposta sbagliata, ma non è quello che cercavo. Non voglio pareri: voglio che il racconto diventi qualcosa di comune, uno spazio condiviso. Mi viene in mente una situazione qualunque. Parlavo di qualcosa che avevo fatto, o visto, o sentito — magari un film che mi aveva colpito, una canzone nuova, un passo di un libro, un luogo visitato, un piatto assaggiato, un ristorante con una location sorprendente. Raccontavo il momento, i dettagli, le sensazioni. E invece di restare con me in quell’attimo, spesso arriva un: “Io non lo farei mai, preferisco altro.” Capita anche quando si parla di qualcosa di più intimo. Uno dice: “Ho un dolore” o “Ho un acciacco”, e l’altro risponde subito: “Anch’io.” Ma non è una gara. Non serve competere, né confrontare i propri malanni. Il racconto non cercava approvazione o parità, ma condivisione: uno spazio in cui sentirsi accolti, senza trasformare tutto in confronto. È lì che si capisce la differenza tra parlare con qualcuno e parlare di sé davanti a qualcuno. Nel primo caso c’è incontro: il racconto diventa comune, un ponte tra due esperienze. Nel secondo, invece, l’altro sostituisce la tua voce con le proprie opinioni. Ricordo conversazioni più lente, silenziose ma dense: momenti in cui parli di una giornata, di una piccola gioia, di un pensiero che pesa, e l’altro resta lì con te. Non interrompe, non contrappone. Solo condivide. Solo ascolta. E in quel silenzio senti che le tue parole trovano spazio anche nell’altro. È in quei silenzi e in quelle pause che la comunicazione diventa relazione vera, non solo parola. Non sempre serve una risposta: a volte basta condividere, respirare lo stesso tempo, camminare insieme tra le parole, i gesti, i piccoli dettagli che rendono grande un momento semplice. E poi mi fanno sorridere quelli che dicono di avere “la cosa migliore in assoluto”, qualunque essa sia. È il loro gusto, non quello di tutti. Così come le esperienze che racconto, o i pomeriggi passati a osservare il mondo, non cercano approvazione universale. Cerco condivisione. Cerco che l’altro cammini con me tra le parole e i silenzi, e magari scopra qualcosa di suo nel mio racconto.
Aspettativa zero, riconoscenza zero. Per fortuna, Coca‑Cola Zero.
Quando dire “no” diventa un atto di cura verso sé stessi. Chi pensa che io tenga a non essere dimenticato non ha capito nulla : Anna, Umberto, VitoBetty, Lucio e Milva provvedono ogni giorno o settimanalmente, nell’ordine, con un’email, un sms e due telefonate, whatapps a ricordarmi che esisto. Con loro mi fa piacere. Per altri invece non sono una persona : sono una soluzione rapida, un servizio sempre disponibile. Non tutti, ci mancherebbe, perché ci sono amici veri, pochi per fortuna, che fanno parte della mia vita, anche se li vedo o sento meno. Per quegli altri, io ho meno bisogno di loro di quanto loro ne abbiano di me. I problemi li risolvo sempre e pure in fretta. Così finisco per sembrare scontato. “Lui c’è sempre, tanto risponde subito.” E infatti, se scrivo io, magari rispondono dopo ore o giorni. Ma se sono loro a cercarmi e non rispondo subito, scatta l’allarme: “Tutto ok?” “Ma dove sei finito?” “Mi stavo preoccupando.” È paradossale: se ci sono, è normale. Se non ci sono, diventa un problema. Una volta una donna molto intelligente mi ha detto : «Hai un carattere di merda». Ci sono rimasto male, ovvio. Poi ha aggiunto : «Sei troppo buono, e la tua bontà ti si ritorce contro. Non è cattiveria degli altri : è abitudine». Aveva ragione. C’è anche un altro equivoco che non sopporto. Vivo da solo, e nessuno conosce davvero la mia vita privata, tranne Anna, la mia amica del cuore, che sa tutto, soprattutto quella con le donne che ne fanno parte. Per molti questa è già una colpa. Mi guardano come se fossi incompleto: “Starà bene? Avrà bisogno di compagnia? Avrà bisogno di noi?”. La verità è l’opposto : sto bene nei miei silenzi, nei miei spazi. Non mi pesa. Non mi manca niente. Proiettano su di me ansie, dubbi e incertezze, come se fossero i miei. Io invece la vivo come libertà. Non è isolamento, è respiro. La tecnologia peggiora le cose. Un tempo un favore si chiudeva con un grazie detto guardandoti negli occhi, con un caffè o una stretta di mano. Ora si chiude con una spunta blu, un like, un’emoji. E io resto lì, con la sensazione di aver fatto tanto per niente. Così ho deciso : aspettativa zero, riconoscenza zero. Non mi illudo più. Non voglio più passare per scontato solo perché ci sono sempre. Se mando un messaggio, rispondo quando mi va. Se qualcuno chiede un favore, non è detto che dirò subito sì. Non sono un servizio clienti sempre attivo. L’unico “zero” che ancora mi piace è quello della bottiglia rossa in frigo : Coca-Cola Zero. Quello sì che è uno zero sincero: zero calorie, zero zuccheri, zero prese in giro. Apro la bottiglia, il tappo si solleva e sento l’effervescenza. Bevo. Mi regala un momento puro di freschezza. Non dico che sia facile cambiare: il mio carattere è sempre lì, pronto a scattare appena qualcuno ha bisogno. Ma sto imparando a rallentare, a non essere sempre il primo a rispondere, a lasciare spazio agli altri. Se qualcuno si arrabbia perché non sono disponibile, peggio per lui. Chi tiene davvero a me imparerà a vedermi per quello che sono, non solo per quello che faccio. Non sono “quello che c’è sempre”. Sono una persona. Proteggere i miei tempi e il mio equilibrio non è egoismo. È necessario. Ne va della mia salute. Chi mi vuole bene davvero lo sa : non solo i nomi iniziali, ma anche quei pochi amici veri che fanno parte della mia vita.
Non ho soluzioni grandi. Non cerco rivoluzioni. Ma sento la necessità profonda di difendere alcuni valori che ritengo fondamentali: il rispetto, la lentezza, la gentilezza, la presenza. La verità, intesa come contatto umano, come comunicazione diretta, come tempo condiviso senza schermi in mezzo.
Credo ancora che piccoli gesti possano fare la differenza:
– spegnere lo smartphone per qualche ora,
– ascoltare davvero una persona,
– scegliere il dialogo diretto invece del messaggio,
– privilegiare il silenzio invece del rumore.
Voglio impegnarmi a coltivare questi gesti nella mia vita quotidiana. Voglio che diventino abitudini, non eccezioni. Questo sono le abitudini da inseguire. Voglio vivere in modo semplice, umano, essenziale.
La mia filosofia minima o “minimalista”
La mia filosofia personale, alla fine, si regge su poche parole. Un tempo erano due: salute e amore che comprende anche l'amicizia, quella vera. Ora ne aggiungo altre: rispetto, semplicità, leggerezza. Non ho bisogno di altro. “Ritenta, sarai più fortunato”, si diceva un tempo. Forse è davvero così. Prima o poi, la strada tornerà ad essere libera. Senza traffico. Senza notifiche. Senza rumore. Una sera, durante un aperitivo con alcuni ex compagni di scuola, una ragazza mi ha detto una frase che mi ha spiazzato: “uno come te dovrebbe avere accanto una donna speciale.” L’ha detto senza enfasi, ma con una dolcezza che mi ha toccato. Forse quella donna l’ho incontrata, e me la sono lasciata scappare. O forse no. Forse stare da soli, ogni tanto, serve. Per capire cosa conta davvero. Per imparare a bastarsi, ma anche per riconoscere, quando accadrà, la presenza giusta, silenziosa, semplice, umana, in mezzo al rumore del mondo.
Finale
E alla fine, infilo gli auricolari, quelli che zittiscono il mondo, schiaccio play e prende vita la musica della playlist dei miei viaggi. Mi incammino lungo la Martesana, il naviglio vicino casa mia, con l’acqua che scorre leggera. Ogni passo è un battito, ogni nota musicale un ricordo che mi sfiora e intorno il silenzio che si piega alla musica. I ricordi dei viaggi degli ultimi vent’anni mi portano alle prime ore che seguono l’alba o a quelle che precedono il tramonto, alle bellezze di posti prima a me sconosciuti, ritorni e partenze. Cammino e non sono più sulla Martesana, sono altrove, nel mio mondo fatto di suoni e silenzi scelti, dove tutto ha il ritmo del cuore.
Manifesto personale
Voglio una vita più semplice, più vera, più mia. In un mondo che corre, urla, esibisce e pretende, io scelgo di rallentare. Scelgo di ascoltare il silenzio, il mio corpo, i miei pensieri, le mie emozioni. Non mi interessa partecipare alla corsa collettiva verso il nulla. Rifiuto l'apparenza, la connessione continua, l'obbligo di esserci sempre. Non ho bisogno di raccontare ogni momento con un selfie. Non voglio dover dimostrare dove sono, cosa faccio, con chi sto. La mia vita non ha bisogno di spettatori, ma di senso. Scelgo relazioni vere. Preferisco una telefonata sincera a cento messaggi vuoti. Scelgo chi mi ascolta davvero, chi non ha bisogno di chiedermi dove sono per sentirmi vicino. Voglio circondarmi solo di chi sa rispettare il silenzio, lo spazio, la libertà. Riduco il superfluo. Non solo nelle cose, ma nei pensieri, nei doveri inutili, nei rapporti forzati. Voglio liberarmi dal rumore, dal peso delle aspettative, dalla pressione di dover essere altro da me. Coltivo la gentilezza. In un mondo che si indurisce, io voglio restare umano. Un sorriso, un gesto semplice, un'attenzione sincera valgono più di mille parole. La gentilezza è rivoluzionaria. È un modo per restare vivi. Mi impegno ad ascoltarmi. Ad accettare il mio carattere, le mie fragilità, le mie contraddizioni. A non giudicarmi per quello che non sono, ma a riconoscere con onestà quello che voglio diventare. Scelgo l'amore e la salute come orizzonti. Non cerco la perfezione. Cerco equilibrio. Voglio amare ed essere amato, prendermi cura di me stesso, affrontare la vita con più leggerezza. Senza illusioni, ma con presenza. Non voglio tutto. Voglio ciò che conta. Non ho bisogno di riempire le giornate. Ho bisogno di sentirle. Non ho bisogno di essere ovunque. Ho bisogno di esserci, di stare dove sto davvero bene, e soprattutto voglio allontanarmi il più possibile dai problemi di salute, vivendo un lungo periodo di serenità.
L’illusione della conoscenza altrui
Spesso ci chiediamo perché la gente che vive in coppia pensi di sapere come si stia da soli. È come se la loro esperienza fosse l’unica vera e valida, e la nostra, da single, fosse un passo falso o una condizione di mancanza. Ci capita spesso di sentire frasi del tipo : “Ma come fate a stare da soli?”, oppure : “Ah, io non viaggerei mai da solo …”, “Non mangerei mai senza compagnia …”, “Non farei mai passeggiate in solitario …”, o ancora : “Tu non hai figli, non puoi capire”, quest’ultima anche detta da coppie a coppie. Loro non sanno che stare da soli regala tempo prezioso, tempo per pensieri su mille argomenti diversi, per riflettere e guardare dentro noi stessi. Non sanno che questa solitudine non è vuoto, ma una porta aperta : ci apre la mente, ci fa scoprire nuovi mondi interiori, significa indipendenza. E poi, quanto è bello mettersi gli auricolari, ascoltare musica mentre camminiamo e lasciar andare la fantasia, viaggiare con la mente lontano. Eppure, queste esperienze sembrano così incomprensibili a chi non le vive. La verità è che molti di noi sono stati in una coppia, io compreso, per periodi lunghi e significativi della propria vita. Abbiamo vissuto altre storie, sia prima di quelle relazioni sia dopo. Abbiamo amato, perso, imparato. Abbiamo avuto esperienze diverse che ci hanno donato una mente più aperta e una visione più ampia della vita e delle sue sfumature. Eppure, nonostante questo, ci ritroviamo spesso a dover difendere, interiormente, la scelta di vivere periodi da soli, di godere della nostra indipendenza. Non riusciamo a capire come possano pensare che la loro realtà sia migliore della nostra, come se mancasse qualcosa nelle nostre vite solo perché, in certi momenti, scegliamo di stare senza una relazione fissa o una famiglia tradizionale. Questo ci irrita, perché sappiamo che loro non sanno : fanno solo supposizioni. Parlano di qualcosa che non conoscono, eppure si sentono in diritto di dire come dovremmo vivere o cosa sia giusto per noi.
La presunzione del giudizio
Questo atteggiamento non riguarda solo la nostra condizione, ma mille altre situazioni: “Io farei così …”, “Tu sbagli …”, “Io so bene come va la vita.” Ma davvero pensano che le loro regole valgano per tutti ? Come se ci fosse un unico modo di vivere. In realtà, questa sicurezza nasce spesso da una paura nascosta, dal bisogno di controllare l’ignoto. Se non conoscono davvero la nostra vita, cercano di dominarla con le parole, come chi vuole convincere gli altri con la propria verità. Come se la nostra vita fosse un argomento di pubblico dibattito, come se avessero il diritto di giudicare scelte intime e personali. A me è capitato. Quando lasciai una ragazza per un'altra e successivamente questa altra ragazza lasciò me. Qualcuno mi disse : "Non abbiamo compreso la tua decisione di lasciare la prima ragazza e, onestamente, non avevamo condiviso la tua scelta.” Confesso che, di fronte a queste parole, non potei fare a meno di sentirmi imbarazzato e pensare: ‘Ma come vi permettete ?“. Cosa potreste sapere voi della mia vita, delle mie scelte e dei miei sentimenti?” Chi siete voi per giudicare ? Io non giudico mai gli altri. E’ la loro vita. Ho capito che non si può cambiare il modo in cui vedono le cose e che cercare di spiegarci o difenderci spesso ci porterebbe solo a scendere sul loro piano, facendoci perdere energie e serenità. Così abbiamo imparato a riconoscere l’irritazione quando arriva, a non farci trascinare dai giudizi, a mettere confini gentili ma fermi.
Il valore della propria esperienza
Ricordiamo a noi stessi che la nostra esperienza è valida, unica, e non deve essere approvata da nessuno per esistere. La nostra vita, le nostre scelte, il nostro percorso sono nostri. Nessuno può entrare nelle nostre menti o giudicare il nostro cammino se non noi stessi. Ognuno ha il diritto di camminare sul proprio sentiero, con le proprie regole e le proprie scelte.
La coscienza personale in un mondo sopravvalutato
Tutto appare sopravvalutato.
Tutto appare più grande del necessario.
Stamattina mi sono svegliato con un pensiero ostinato : tutto, in questo mondo, è sopravvalutato. Persone, cose, persino idee… tutto appare più grande del necessario, più importante di quanto davvero sia. Non vediamo ciò che è, ma ciò che desideriamo che sia. Così finiamo per innamorarci delle nostre illusioni più che della realtà.
Chi stabilisce i valori? Le mode, il potere, le tradizioni. Ma la coscienza non tace, non si lascia ingannare. Puoi leggere mille leggi, ascoltare mille voci, seguire mille esempi; la coscienza stabilisce cosa è giusto e cosa non lo è. È l’unico giudice che non puoi corrompere.
Anche il gusto, che crediamo naturale, è in gran parte appreso. Ciò che chiamiamo “raffinato” è spesso ciò che ci hanno insegnato ad ammirare. E la novità ? Brilla un istante, ci cattura, ci illude, poi cade, uguale a tutte le altre.
Eppure ogni mattina inizia un piccolo miracolo : la luce lenta del sole che entra dalla finestra, il latte caldo con il caffè nella tazza e il profumo di un fresco croissant. La mia felicità del giorno è qui, tra queste piccole cose : un film commedia francese, un pasto in una taverna greca davanti al mare, una sosta in un bistrot parigino lontano dalla folla, una conversazione sincera.
Vorrei che il mondo intero facesse un passo indietro. Vorrei più leggerezza. Vorrei sognare che queste piccole cose siano quelle che davvero muovono la nostra vita. Vorrei quasi che il mondo tornasse al passato, al bianco e nero, dove tutto correva più lento e si respirava di più. Basta fretta : di fare, di sapere, di dimostrare.
E in questo spazio sospeso, senza clamore, scopro che la libertà non è correre, possedere o apparire : è ascoltare, respirare, sentire, e lasciare che le piccole cose muovano la vita. La coscienza, invece, resta. Non cambia con le stagioni né con le mode. È la sola voce che ci appartiene davvero. Forse la libertà comincia qui : nello smettere di inseguire ciò che il mondo esalta, e nell’imparare, finalmente, ad ascoltarla.
Tutto il resto?
Tutto appare sopravvalutato.
Tutto appare più grande del necessario.
La molteplicità delle risposte
Ma allora ci chiediamo: chi stabilisce la regola dello star bene? Chi decide qual è la ragione delle cose? Forse la vita non ha una sola risposta giusta, ma mille sfumature diverse. E la vera libertà è accettare questa molteplicità senza cercare di imporre una verità unica. Questa è la più grande conquista che possiamo fare : vivere la nostra vita con sincerità, senza lasciare che gli altri definiscano chi siamo o come dobbiamo essere.
Credo che con questo racconto di riflessioni ho già scritto il riassunto che faccio puntualmente a fine anno. Sentivo il bisogno di anticiparlo e rileggendolo prima di pubblicarlo, mi sono accorto di aver scritto, senza volerlo, una sorta di “relazione programmatica”, un po’ come quella che fa Tom Cruise in Jerry Maguire, con tutte le conseguenze del caso.
Marcare il giorno
Oggi mi sento come un fiume in piena. Amo il giorno più della notte : il giorno è bianco, luce, vita. La notte invece è nera, buia, fatta di dubbi. Per questo scelgo di alzarmi presto e partire dalle piccole abitudini del mattino : mi aiutano a restare vicino alla luce e lontano dal buio dei pensieri. Dopo i rituali quotidiani (farmaci, doccia, invio di email ad Anna, la mia amica del cuore, e di un sms, un po’ arcaico, a Umberto) esco di casa per la colazione. Mi infilo gli auricolari con la musica prescelta e parto. È il mio modo di marcare il territorio che mi circonda. Come fanno gli animali (in genere i cani) anche io, in questo periodo della vita, con sei mesi di problemi urologici, marco il territorio tra bar, locali e posti nascosti, lasciando il mio piccolo contributo. Percorro la via fino in fondo : il mondo si è già svegliato. Alla pasticceria o al bar, tolgo gli auricolari per rispetto e celebro il mio rito : non il tè come gli inglesi o come gli asiatici, ma il mio personale benvenuto al giorno. Latte caldo macchiato e un croissant da intingere, tutto burro ma leggerissimo e soffice. È questo il momento della giornata che preferisco. Finita la colazione, indosso di nuovo gli auricolari e mi lascio guidare dalla musica lungo il viale. Dopo un po’ di isolati, infilo la strada pedonale e ciclabile che costeggia la Martesana, il naviglio di zona e arrivo fino alla Cascina de’ Pomm. Poi il giro si apre in modo circolare : attraverso la strada davanti al supermercato e arrivo fino al cimitero, dove rendo omaggio ai miei genitori. Un tempo spruzzavo il profumo di mia madre su un cartoncino, da infilare nella fessura della celletta, come un biglietto al Muro del Pianto di Gerusalemme. Ora non lo faccio più, perché è in compagnia di mio padre, e visto che usava anche lui un’essenza forte, non vorrei mischiarli. Vado da loro per chiedere, ringraziare e ricordare, dicendo due preghiere per loro. Riparto. Un saluto alla fiorista, che da anni cattura la mia attenzione con la sua bellezza semplice: capelli corti, biondi, occhi azzurri, ma soprattutto una luce interiore che ho imparato a riconoscere col tempo. Un pensiero complicato, a volte. Poi inizia la salita verso casa, supero il ponte della ferrovia e prendo la via di ritorno dal lato opposto rispetto alla partenza. Il giro si chiude, il territorio è marcato, la mia giornata può iniziare. In realtà questo giro talvolta lo faccio al contrario, sempre però partendo dal punto fermo della prima colazione. Da quando sono in pensione sto cercando di costruire la mia giornata “perfetta”, dentro la quale possano trovare posto incontri e sorprese. Ricordo che, nel mio anno sabbatico forzato (non lo avevo scelto io) mi ero organizzato una routine precisa: ginnastica al mattino, camminata e, dopo pranzo, cinema. Col tempo mi sono accorto che quell’anno, pur imposto, è stato in realtà un dono inatteso, perché mi ha dato la possibilità di esserci quando era davvero necessario. Ora vorrei disegnarne uno nuovo, inevitabilmente influenzato dalla salute e dall’età. La scrittura mi sta aiutando molto in questo periodo della vita. È come un secondo passo, parallelo a quello che faccio quando cammino. Con la musica in sottofondo, i pensieri si accendono, si intrecciano, diventano più chiari. Alcuni scorrono via, altri si fissano e chiedono di essere messi sulla pagina. Scrivere è un modo per non lasciarli svanire, per dare un senso al movimento che porto dentro. Camminare e scrivere mi aiutano a dare ordine alla giornata. I miei rituali restano, ma dentro sognerei la crescita di un sentimento nuovo, legato a una presenza femminile che mi stimolerebbe come una musa.
A chi potrà criticare le mie osservazioni sui social citando il mio blog, rispondo anticipatamente senza giri di parole: è un diario personale, rigorosamente chiuso. Non è un’arena né una passerella per ipocriti. Chi non lo capirà sarà semplicemente fuori posto. Sinceramente, il giudizio degli altri non mi interessa più : vivo il mio mondo.”
Canzone del post
Ho scelto "Lifeline" degli Spandau Ballet non solo per il suo titolo che risuona con il tema di questo racconto, ma anche per un motivo molto personale. È del 1983 (*), un anno che ha segnato un cambiamento decisivo nella mia vita, un tempo in cui ho iniziato a tracciare il mio cammino e a incontrare persone che hanno lasciato un segno profondo. Quel momento è diventato per me un filo sottile che unisce passato e presente, emozioni e consapevolezza.
(*) Era l’anno in cui ho preso la patente, comprato la prima macchina e vissuto il mio primo vero grande amore.
"Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.”
Post's song : "Lifeline" performed by Spandau Ballet

