lundi, septembre 21, 2026
dimanche, août 30, 2026
Un nouveau voyage dans mon Paris
Sono rientrato da Parigi dopo tre giorni diversi dal solito, ma profondamente importanti per me. Questa volta non sono venuto soltanto per ritrovare la città che amo, quella che negli anni è diventata quasi una parte della mia vita. Sono venuto per accompagnare tre persone speciali: il mio amico Cipo (Alessandro), sua moglie Cristina e Lara Janis, sua figlia. Per Cristina e Lara era la prima volta a Parigi. Per Cipo, invece, era quasi un ritorno: c’era stato più di quarant’anni fa, quando Parigi era ancora un ricordo lontano e tutto, inevitabilmente, era diverso. Così, per tre giorni, ho fatto il cicerone. Ma, in realtà, mentre mostravo loro la città, sentivo di condividere qualcosa di molto più personale: la mia Parigi, quella che ho imparato a conoscere e ad amare nel tempo. Abbiamo soggiornato in zona Porte de Clignancourt, nei pressi del mercato delle pulci Saint-Ouen, in un hotel Kyriad, una catena che non conoscevo e che mi ha piacevolmente sorpreso. Letti e cuscini comodissimi, una colazione a buffet ricca e con prodotti freschi, pulizia, Wi-Fi e uno staff sempre gentile. E soprattutto una posizione davvero comoda, con la fermata della linea 4 della metropolitana a pochissimi metri. Per muoverci abbiamo scelto il Navigo Semaine, la tessera settimanale che ci ha permesso di utilizzare senza limiti i mezzi pubblici e di muoverci per Parigi con grande libertà. Metrò, cambi di linea, scale, corridoi interminabili… la metropolitana è stata praticamente una compagna di viaggio. L’abbiamo utilizzata tantissimo e, alla fine, abbiamo fatto parecchi chilometri anche sottoterra, attraversando le stazioni, salendo e scendendo scale e passando per quei lunghi percorsi che, a volte, sembravano vere e proprie passeggiate. In questi tre giorni abbiamo camminato davvero tanto, sia sopra che sotto Parigi. Ogni spostamento diventava un’occasione per stare insieme, parlare, ridere, osservare la città e lasciarsi sorprendere da qualcosa. A pranzo, dopo le prime ore trascorse a scoprire Parigi, non poteva mancare il nostro brindisi di inizio viaggio: quattro coppe di champagne, una per ciascuno di noi, per festeggiare il nostro arrivo e i tre giorni che avevamo davanti. Un piccolo brindisi, ma il modo perfetto per dare ufficialmente inizio alla nostra avventura parigina. Ma Parigi non è stata soltanto quella che ho mostrato a loro. È stata anche un viaggio dentro i miei ricordi. In quei tre giorni mi sono ritrovato a vivere nuovamente momenti e luoghi che avevo già vissuto tante volte: nei miei viaggi a Parigi da solo e, soprattutto, in quelli condivisi con Vito e Betty. Alcuni luoghi mi hanno riportato immediatamente a quei giorni: a quelle passeggiate, a quelle chiacchiere, alle emozioni e a quelle sensazioni che pensavo appartenessero ormai soltanto al momento in cui le avevo vissute. Parigi ha questa capacità: riesce a custodire ciò che abbiamo vissuto e a restituircelo all’improvviso, magari in una strada, davanti a un palazzo, a un monumento, su una banchina della metropolitana o semplicemente osservando la luce cambiare sui suoi tetti. E così, mentre accompagnavo Cristina, Lara e Alessandro alla scoperta della città, dentro di me ritrovavo anche i miei trascorsi a Parigi. Non come ricordi lontani, ma come parte di quei momenti che Parigi continua a tenere vivi. Forse è proprio questa la cosa più intensa che mi ha regalato questo viaggio: ho potuto condividere con loro una città che per me non è soltanto un luogo, ma una storia fatta di persone, affetti, assenze, ritorni e momenti che non smettono di significare qualcosa. E poi ci sono stati loro, i miei compagni di viaggio, con i loro modi di essere, le loro abitudini e il loro modo personale di vivere Parigi. Cipo, in viaggio, è esattamente come nella vita: tranquillo, riflessivo, paziente. Osserva, ascolta, lascia che le cose accadano senza bisogno di rincorrerle. Anche davanti a una giornata piena di spostamenti, camminate e programmi, mantiene il suo equilibrio, con quella calma che lo contraddistingue. Cristina, invece, è stata dinamica, curiosa e felice di vivere questa avventura insieme. Si percepiva il suo entusiasmo davanti alle strade, ai monumenti, ai quartieri e alle piccole scoperte quotidiane. Aveva voglia di vedere, capire, assaporare ogni momento, senza lasciarsi sfuggire nulla. Lara, invece, ha vissuto Parigi con un’energia tutta sua. Era praticamente sempre in contatto con il suo fidanzato, cellulare alla mano in videochiamata, per raccontargli i nostri spostamenti, le sue emozioni, ciò che vedeva e, naturalmente, anche tutte le loro cose. In questo modo, quasi senza accorgercene, anche lui è entrato un po’ nel nostro viaggio, seguendo a distanza ogni tappa della nostra avventura. E poi, naturalmente, ogni tanto si faceva sentire anche la differenza generazionale. Noi più interessati a vedere la cultura, la storia e i luoghi di Parigi; Lara, invece, attratta soprattutto dalle originalità e dalle cose più particolari. Ognuno, insomma, con la propria idea di cosa valesse la pena scoprire. E così anche il nostro itinerario doveva, inevitabilmente, tenere conto delle sue priorità. E poi c’era il nostro piccolo tormentone quotidiano: io e Cipo non perdevamo occasione per punzecchiare Lara sulla sua grande ammirazione per Ariana Grande, soprattutto quando si parlava del suo fisico. Bastava poco per far partire una battuta e, naturalmente, Lara era subito pronta a prendere le difese della sua beniamina. Anche questo, a modo suo, è stato parte dei nostri tre giorni insieme. Con Lara, inoltre, ho scoperto un’altra Parigi: quella delle pasticcerie più originali e sorprendenti. Nell’ordine di visita, abbiamo scoperto Boris Lumé, una pasticceria legata all’universo di Marinette, la protagonista di Miraculous Ladybug. La visita si è rivelata un’esperienza particolare, soprattutto per chi, come Lara, conosce e apprezza quel personaggio. Poi c’è stata la volta, dopo una lunga attesa in coda per Lara e Cipo, di Cédric Grolet Le Meurice, dove le creazioni sembrano esposte più in una gioielleria che in una pasticceria. Dolci perfetti, curati in ogni dettaglio, quasi troppo belli per essere mangiati. Infine abbiamo condiviso un enorme “pangocciolo gigante” che in francese si chiama “cramique” da Aux Merveilleux de Fred; è una brioche tonda, molto soffice, ricca di burro e piena di gocce di cioccolato fondente, una vera meraviglia da dividere, gustosa e scenografica, capace di trasformare una semplice pausa in un piccolo evento. Con lei ho capito che anche una pasticceria può diventare una destinazione. Non soltanto un luogo dove comprare qualcosa di dolce, ma uno spazio da osservare, fotografare, raccontare e condividere. E poi c’è stata, naturalmente, la Parigi da mangiare. Non abbiamo cercato esperienze gastronomiche particolari, ma abbiamo assaggiato un po’ di tutto: le due tartare poêlées, di manzo e di salmone e il pollo arrosto con un purè aromatico al Bistrot Victoires, le galettes e la crêpe alla Crêperie Cœur de Breizh, il fish & chips, lo spiedino di carne e l’insalata con avocado e quinoa al Café Kleber, i sandwich mangiati all’interno del locale Pret a Manger, la salsiccia e l’hamburger con aligot al Bistrot L’Arsenal. E poi, immancabili, le frites e le baguette, che a Parigi sembrano avere sempre un posto riservato. Anche il cibo, alla fine, è stato parte del viaggio: piatti e sapori diversi dai nostri, assaggiati in luoghi e momenti diversi, che hanno accompagnato le nostre giornate. Ho cercato di mostrare loro non soltanto la Parigi dei grandi monumenti, quella che tutti conoscono, ma anche quella che amo io: le strade da percorrere a piedi, i quartieri, gli angoli meno scontati, i miei ristoranti, i piccoli dettagli che spesso si rischiano di perdere correndo da un’attrazione all’altra. Volevo che potessero vedere almeno un frammento della Parigi che porto dentro. Quella che mi ha accompagnato in tanti momenti della mia vita e che, ogni volta, riesce a farmi sentire a casa. Sono stati quasi tre giorni pieni. Di quelli in cui alla sera ti accorgi di aver camminato tantissimo e, nonostante tutto, di aver visto ancora troppo poco. Tre giorni di sorrisi, chiacchiere, stanchezza e tanti momenti che resteranno. Momenti semplici, forse, ma proprio per questo preziosi: una passeggiata, una battuta, uno sguardo, le ricerche di Lara alla scoperta di qualcosa di originale, l’entusiasmo di Cristina e la calma di Cipo, sempre presente e attento. Per Cristina e Lara è stato il primo incontro con Parigi. Per Cipo, un ritorno dopo più di quarant’anni. Per me è stato qualcosa di diverso: un nuovo viaggio attraverso una Parigi che conoscevo già, ma che questa volta ho avuto il privilegio di vivere insieme a loro. E forse è questo il regalo più bello: aver potuto trasformare i miei ricordi in qualcosa da condividere, aggiungendo nuove immagini e nuove emozioni a una storia che continua. Adesso che sto rientrando, mentre inizio a scrivere questo racconto seduto nella sala d’attesa dell’aeroporto di Orly, Parigi rimane alle mie spalle. Ma non se ne va davvero. Con me tornano i ricordi di sempre: quelli legati ai miei viaggi in solitaria, quando ho iniziato a conoscerla meglio, quelli condivisi con Vito e Betty, insieme a quelli nuovi che abbiamo appena costruito con Cristina, Lara e Alessandro. Tornano le strade, i monumenti, le stazioni della metropolitana, le chiacchiere, le pasticcerie, il cellulare di Lara sempre acceso e i racconti inviati al suo fidanzato. Tornano la tranquillità di Cipo, l’energia di Cristina e la sensazione di aver vissuto qualcosa di speciale insieme. E so già che, quando tornerò ancora una volta a Parigi, anche questi tre giorni faranno parte della città che ritroverò.
mercredi, août 19, 2026
Stresa, una splendida giornata
Da qualche anno è diventata una piacevole tradizione: nel mese di agosto trascorrere una giornata da Anna e Paolo. Loro, ormai da tantissimi anni, hanno fatto di Stresa la loro casa d’agosto e, ogni volta che ci torno con loro, è un po’ come ritrovare un luogo che ormai sento anche un po’ mio. Quest’anno, a differenza dei due anni precedenti, ho preferito viaggiare in treno. Il tempo di viaggio era più o meno lo stesso e, soprattutto, non avevo voglia di stressarmi alla guida. Ho quindi scelto la soluzione più comoda e rilassante, lasciando che fosse il treno a portarmi sul Lago Maggiore. All’arrivo in stazione c’erano Anna e Paolo ad aspettarmi. Il tempo di prendere la macchina e parcheggiarla vicino al Lido e ci siamo accomodati a un tavolino fronte lago, con un panorama a dir poco stupendo, per il nostro caffè di benvenuto. Da lì sono partiti i primi racconti, un po’ su tutto. Quei racconti che si intrecciano, passano da un argomento all’altro e che, come spesso succede quando ci si trova bene insieme, finiscono per accompagnare l’intera giornata. E c’è una cosa che considero una fortuna: grazie al cielo, sulla visione del mondo la pensiamo praticamente allo stesso modo. Non è affatto scontato e forse è proprio questo che rende così piacevoli le nostre chiacchiere: possiamo parlare di tutto, confrontarci e spesso arrivare alla stessa conclusione. Poi ci siamo incamminati verso la passeggiata sul lungolago e, lungo il tragitto, abbiamo fatto l’autoscatto nel punto dove ogni anno ci immortaliamo. Una fotografia che ormai è diventata parte della nostra piccola tradizione. Dal lido al lungolago il passo è breve e la vista sulle tre Isole Borromee — Pescatori, Bella e Madre — è semplicemente impareggiabile. Un vero gioiello del Lago Maggiore. Siamo arrivati fino a quell’albero che Anna ha ormai fatto suo come riferimento di pace e bellezza. Un punto preciso che per lei ha un significato particolare e che, inevitabilmente, finisce per diventare un po’ speciale anche per chi lo guarda insieme a lei. Da lì abbiamo proseguito fino ad arrivare davanti all’elegantissimo e storico Grand Hotel des Iles Borromées. L’ingresso affacciato sul lago è bellissimo e, appena entrati, sembra quasi di fare un salto indietro nel tempo. In fondo al lungo corridoio, la reception e la conciergerie mi hanno dato per qualche istante l’illusione di essere tornato in un’altra epoca, quasi nella Belle Époque. Mi ha colpito proprio quel lungo corridoio, quelle scritte in francese, la reception, la conciergerie e quell’atmosfera elegante e un po’ fuori dal tempo. Un piccolo assaggio di quella Francia che, chissà perché, riesce sempre a riaffiorare nei miei pensieri. Poi siamo usciti e abbiamo girovagato per il giardino, tra colonne, statue e archi. Un altro piccolo viaggio nel passato, prima di riprendere la nostra passeggiata. E dopo la passeggiata, naturalmente, un’altra tradizione immancabile: il pranzo all’Idrovolante. Qui il tavolo da solo vale quanto il menù. Davanti a noi avevamo una vista sulle due isole più vicine davvero in bellavista, quasi fossimo a teatro con la nostra balconata privata sul lago. Dalla carta Anna e io abbiamo scelto i ravioli con ripieno di verdure e vitello, con burro di nocciola come condimento, mentre Paolo ha preferito le pennette al pesto di rucola. Poi, da condividere, un’assiette de fromages e pommes frites. (piccolo appunto francese: dopo quella parentesi al Grand Hotel, con quelle scritte in francese che mi avevano colpito, forse un piccolo richiamo alla Francia ci stava proprio bene). Cucina impeccabile, location unica e compagnia eccellente. Et quoi d’autre ? Una chiacchiera tira l’altra e anche il caffè in chiusura ha concluso il cerchio di questa pausa meravigliosa. Dopo pranzo abbiamo trascorso un po’ di tempo su una panchina, rigorosamente all’ombra, sul lungolago. Davanti a noi il panorama a 360 gradi del Golfo Borromeo, una brezza piacevolissima e il rumore delle onde come colonna sonora. In quei momenti non serve molto altro. Basta stare lì, guardare il lago, parlare, ridere e godersi la compagnia. Il tempo vola quando si sta bene e, guardando l’orologio, ci siamo accorti quasi con sorpresa che era arrivato il momento di rientrare. Io dovevo prendere il treno che avevo prenotato per tornare a casa. A conti fatti, l’unica spesa della giornata è stata quella della colazione da “Paul”, in Stazione Centrale a Milano (France docet). Il viaggio in treno l’ho decurtato dalla carta regalo che Anna mi aveva regalato per i miei sessant’anni, mentre il caffè di benvenuto e il pranzo sono stati un altro, gentilissimo “cadeau” di Anna e Paolo. Insomma, a pensarci bene, questa giornata è stata quasi interamente un regalo. Una splendida giornata, che nell’insieme ha rasentato la perfezione. Non per una cosa sola, ma per la somma di tante piccole cose: il viaggio senza stress, l’arrivo in stazione, il caffè fronte lago, la nostra fotografia di rito, le tre isole, quell’albero che per Anna rappresenta pace e bellezza, il fascino del Grand Hotel, quella parentesi quasi da Belle Époque, il pranzo con una vista straordinaria, le passeggiate, la brezza, il rumore dell’acqua e, soprattutto, le nostre interminabili chiacchiere. Ma più di tutto per la compagnia. Perché una giornata così non la fa soltanto il luogo. La fanno le persone con cui la vivi. E io oggi l’ho vissuta con la mia amica del cuore e suo marito. Cosa chiedere di più? Una toccata e fuga in Francia, dopo tutte queste citazioni nel racconto, sarebbe doverosa? Questo pezzo l’ho scritto tutto d’un fiato durante il viaggio di ritorno in treno, per non lasciare che il tempo portasse via le emozioni di questa giornata e per provare a fissarle, ancora vive, nelle parole.
Post's song : "Splendida giornata" performer by Vasco Rossi
08/26
vendredi, août 07, 2026
Due giorni di mare in Abruzzo, una promessa mantenuta
A volte non servono settimane di vacanza per vivere qualcosa di speciale. Bastano pochi giorni, se il motivo per partire è quello giusto. Siamo nei primi giorni di agosto, nel pieno dell’estate, quando l’ennesimo desiderio di staccare dai ritmi abituali e concedersi qualche momento di leggerezza si fa sentire. Questo è stato un viaggio breve: tre giorni in tutto, di cui due intensi e uno dedicato al ritorno a casa. La destinazione era Francavilla al Mare, dove sono andato a trovare Lucio e Paola. Era una promessa che avevo fatto qualche anno fa e che, anno dopo anno, avevo rinnovato ogni volta che mi chiedevano di raggiungerli. Finalmente era arrivato il momento di trasformarla in realtà. C’era anche una piccola “missione” da compiere: assaggiare finalmente quegli arrosticini abruzzesi di carne ovina tanto decantati da Lucio e Paola, diventati negli anni quasi un appuntamento obbligato nei loro racconti. Ma soprattutto c’era il desiderio di trascorrere qualche giorno insieme nella tranquillità del mare, lontani dalla quotidianità. Qualche giorno prima della partenza, dopo aver avuto la conferma che nell’agriturismo dove alloggiavano ci sarebbe stato posto anche per me grazie alla disponibilità del divano letto, non ho esitato. Ho aperto l’app Ryanair e acquistato il biglietto per Pescara. La scelta si è rivelata azzeccata: partenza al mattino alle 8:25, un orario ideale per me e un costo quasi incredibile. La tratta aerea è costata appena 23 euro, mentre il prezzo del treno Malpensa Express necessario per raggiungere l’aeroporto ha quasi fatto sorridere nel confronto: 15 euro. Ho preparato il piccolo zainetto con il necessario per quei due giorni pieni: qualche indumento, gli effetti personali e naturalmente i farmaci. La sveglia è suonata nel cuore della notte perché dovevo recarmi in aeroporto circa due ore prima dell’imbarco, ma la levataccia non è pesata: il desiderio di riuscire in questa piccola impresa era molto più forte della stanchezza. Arrivato in aeroporto, tutto si è rivelato più semplice del previsto. Il check-in e i controlli dei bagagli sono stati velocissimi, grazie anche al ridotto afflusso di passeggeri. Ho potuto vivere la partenza con grande tranquillità, anche approfittando della lounge Monteverdi dell’aeroporto, ricordando che con la mia Amex Oro ho la possibilità di accedervi due volte all’anno. Il volo è andato benissimo, oltre le aspettative: prezzo conveniente, partenza e arrivo in orario, navigazione tranquilla e assistenti di volo premurosi. Anche il comandante aveva il mio stesso nome di battesimo, una piccola curiosità che ha aggiunto un sorriso a quella mattina. All’arrivo a Pescara ho trovato Lucio ad aspettarmi, quasi fosse il mio autista personale, con la sua grande e comoda Audi Q3 bianca, affettuosamente chiamata “la Gigi” per via delle iniziali GG della targa. Nel giro di circa un’ora dall’atterraggio ero già sistemato: lasciato lo zainetto all’agriturismo, indossati il costume, la mia t-shirt protettiva UPF 50+ e le ciabatte Adidas, ero pronto a raggiungere insieme a Lucio e Paola la spiaggia Summertime di Francavilla al Mare. Il primo tuffo nelle acque dalla temperatura ideale è stato il modo migliore per iniziare questi giorni. Immersi nel mare Adriatico, poco profondo in questa zona, abbiamo iniziato a raccontarci alcune cose dei giorni precedenti. Io e Lucio ci sentiamo ogni giorno al telefono da tantissimi anni, ma alcune chiacchiere hanno un sapore diverso quando vengono condivise di persona, uno accanto all’altro, dentro il mare, con davanti una giornata di vacanza. L'esperienza mi ha fatto anche cambiare prospettiva sul mio rapporto con il mare. Ho sempre pensato di non amarlo particolarmente, ma forse avevo semplicemente bisogno delle condizioni giuste: una temperatura dell’acqua piacevole, una sdraio e, soprattutto, un buon ombrellone a proteggermi dal sole. Ho capito così che, almeno per me, sono proprio questi gli ingredienti indispensabili per riuscire ad apprezzare davvero una giornata al mare. Durante il relax sulla spiaggia, al riparo dal sole particolarmente intenso, è continuato anche il nostro appuntamento ormai immancabile: la partita a carte “Scala 40” con Lucio. Tra battute, sfottò, risate e finti bluff abbiamo proseguito la sfida iniziata qualche mese fa durante un pomeriggio post pranzo a Brugherio, nella loro casa, dove Lucio ci aveva preparato arrosticini e altre leccornie. Una gara diventata ormai una piccola tradizione, che terminerà quando uno dei due raggiungerà un distacco di 50 partite. A quel punto arriverà la resa dei conti: il vincitore incasserà realmente i 50 euro messi in palio. Ma il vero valore di questa sfida è tutto ciò che la accompagna: complicità, prese in giro, risate e quei momenti di leggerezza che fanno parte della nostra consolidata amicizia, un legame che nel prossimo ottobre raggiungerà un traguardo speciale: 50 anni. Il tempo è trascorso velocemente fino alla pausa pranzo al locale Pizza Trieste di Francavilla al Mare, dove ho ritrovato le deliziose pizzette che avevo già assaggiato qualche anno prima durante un weekend autunnale. Dopo questa piacevole parentesi siamo rientrati all’agriturismo. La sabbia della spiaggia Summertime ha lasciato il posto al bordo piscina, dove anche l’acqua sembrava confermare la piacevole sensazione vissuta al mare. Tra un bagno ristoratore e l’altro è continuata la partita a carte, mentre Paola si rilassava leggendo un libro sul Kindle e navigando con lo smartphone alla ricerca di novità da condividere. La prima sera aveva ancora in serbo la cena al ristorante “Manzetto Rosso”, con il tavolo prenotato proprio il giorno stesso in cui avevo comunicato la mia decisione di raggiungerli. L’obiettivo era uno solo: provare finalmente quegli arrosticini di cui Lucio e Paola mi avevano tanto parlato. Mai aspettativa si è rivelata più giustificata. Quelli del “Manzetto Rosso” sono stati i migliori mai provati negli anni, sia nei ristoranti frequentati tra Milano sia in quelli di questa zona dell’Abruzzo. Pezzi più grandi rispetto ai normali arrosticini, con quel gusto della brace difficile da replicare. Ogni boccone era un’esplosione di sapore. Appartenevano davvero a un’altra categoria, la più alta. Sono rimasto esterrefatto, tanto da inserirli nella mia personale classifica dei piatti perfetti incontrati nei miei viaggi: dagli spaghetti al pomodoro ai Maronti di Ischia al kobe di Tokyo, dal foie gras scottato di Parigi alla schnitzel di Kaufering in Germania. Oltre agli arrosticini abbiamo condiviso olive ascolane con mix di tre carni con crema di peperoni, scamorza affumicata filante con pane caldo tostato all’olio e gustose patate al forno, il tutto accompagnato da un bicchiere di Montepulciano rosso per me e Lucio. Paola, nonostante i miei tentativi, è rimasta fedele alla sua scelta di non bere vino. Una giornata intensissima era ormai terminata. Tornati all’agriturismo, sono letteralmente crollato sul divano letto nel giro di pochi minuti. La mattina seguente Lucio e Paola mi hanno raccontato divertiti che, durante il sonno, avevo iniziato a parlare, senza però riuscire a comprendere quale fosse il contenuto del mio discorso notturno. Il secondo e ultimo giorno pieno è iniziato con la colazione a bordo piscina e ha seguito la traccia del precedente: spiaggia, una lunga camminata con Lucio sulla battigia, bagno tutti insieme, relax, letture di Paola, piscina e naturalmente ancora “Scala 40". Pochi gesti semplici, ma capaci di rendere speciale anche una giornata normale. La sera ci aspettava un altro momento speciale: l’invito di Emiliano e Marcella, amici da tempo di Lucio e Paola, nella loro splendida villa per una cena sul terrazzo. Io, Lucio e Paola avevamo deciso di non pranzare proprio per arrivare con il giusto appetito. È stata una serata di racconti personali, piacevoli conversazioni e divertenti incursioni nei termini del dialetto abruzzese. La protagonista era lei: la “regina porchetta”. Intorno a questo piatto principe, Marcella aveva preparato tante delizie vegetariane: pomodori cuore di bue, peperoni arrostiti, insalata verde croccante, zucchine grigliate, pane con olio e carciofini. Non poteva mancare una caraffa di Montepulciano di produzione privata per me, Lucio ed Emiliano, mentre per chi non beveva vino c’erano acqua naturale e gassata. La conclusione è stata affidata alle pannocchie bollite e alla frutta fresca: melone (ahi, un mio nemico storico al pari della rucola), anguria e uva bianca. A seguire, la crostata che Lucio e Paola avevano ordinato appositamente per l’occasione, un ulteriore gesto di attenzione per rendere ancora più completa la serata. Il brindisi finale è stato accompagnato da un flute di Mionetto Extra Dry, offerto da Lucio e Paola, e dal liquore alle erbe San Pasquale, dal caratteristico colore verde intenso e dai suoi “soli” 45 gradi, che Emiliano aveva particolarmente elogiato. La brezza del terrazzo ha mitigato il caldo intenso di questo periodo italiano. La buona compagnia, il piacere della conversazione e naturalmente il buon mangiare hanno reso questa cena il degno completamento del viaggio. Il giorno dopo, il ritorno verso Milano e Brugherio è stato affrontato insieme a Lucio e Paola a bordo della fidata “Gigi”. Tre giorni soltanto: due vissuti intensamente e uno dedicato al ritorno verso casa. Pochi giorni sulla carta, ma pieni di incontri, risate, mare, piscina, partite a carte, sapori indimenticabili e soprattutto amicizia. Perché a volte non serve molto tempo per creare un ricordo importante. Bastano le persone giuste, un luogo piacevole e la voglia di condividere momenti autentici. Questo piccolo viaggio verso Francavilla al Mare è stato proprio questo: una promessa mantenuta e un nuovo capitolo di un’amicizia, quella tra me e Lucio, che nel prossimo ottobre festeggerà cinquant’anni.
Post's song : "Perfect world" performed by Huey Lewis and The News
8/26
dimanche, juillet 26, 2026
Koufonissi, this is living
Il titolo di questo racconto nasce da una semplice scritta che accompagna chi arriva sulle spiagge di Pori e Fanos: "This is living”, una frase associata alla campagna della birra Corona. Poche parole che racchiudono lo spirito di un'isola dove il ritmo delle giornate cambia rispetto alla vita quotidiana e l'essenziale torna a essere protagonista. Ci sono luoghi che non si visitano soltanto: si ritrovano. Ogni volta che ci torni, ti regalano la stessa magia della prima volta. Koufonissi è uno di questi. Quando Andrea (Fanto) mi ha detto che sarebbe tornato in Italia per qualche giorno e che poi sarebbe ripartito per Koufonissi, dove ad attenderlo c’era Cinzia, non ho avuto bisogno di pensarci. Ho accettato immediatamente il suo invito e, senza esitazione, ho prenotato i voli e il parcheggio a Malpensa, considerando gli orari particolari del viaggio: una partenza nel cuore della notte e un rientro altrettanto “notturno”. A volte alcune decisioni nascono così, semplicemente. Non servono grandi riflessioni: basta dare spazio a qualcosa che fa stare bene. Cinque giorni soltanto, pochi sulla carta, ma sufficienti per riscoprire una dimensione più lenta e ricordare che la felicità può trovarsi nelle cose più semplici. Ma Koufonissi, per me, aveva ormai un significato che andava oltre una semplice vacanza. Dopo una prima, fugace visita nel 2018, sono tornato per tre anni consecutivi: nel 2024, nel 2025 e ora nel 2026. Quattro incontri con la medesima isola, ma ogni volta con una nuova emozione: quella di tornare in un luogo familiare, capace di regalare qualcosa che non appartiene soltanto al presente, ma rimane nel tempo. Koufonissi è il mare dai colori incredibili, le stradine tranquille, le case bianche, il profumo della cucina greca, i sentieri che conducono a calette nascoste. Ma soprattutto è un modo di vivere. È il piacere di rallentare, di non dover rincorrere nulla, di trascorrere le giornate senza fretta. Una passeggiata, un bagno in un mare che nessuna fotografia riesce a raccontare, una taverna dove fermarsi a mangiare, una conversazione con gli amici. Piccoli momenti che diventano grandi ricordi. A Koufonissi il tempo sembra avere un ritmo diverso. Le ore non si inseguono: si assaporano. E ogni ritorno è uguale e diverso allo stesso tempo. Uguale, perché l’isola conserva la sua anima. Diverso, perché siamo noi a cambiare, portando con noi nuove esperienze, nuovi pensieri e nuovi ricordi. Koufonissi non è soltanto una destinazione. È una parentesi sospesa, dove per qualche giorno, tutto ritrova il proprio ritmo. Ed è proprio guardando quel mare, sotto quel cielo perfetto, che nasce spontanea una frase: Koufonissi, this is living. Perché vivere non significa necessariamente fare grandi cose. A volte significa semplicemente trovarsi nel posto giusto, con le persone giuste, nel momento giusto.
Il viaggio verso Koufonissi. Anche questa volta sembrava di rivivere una scena già vista. Stessi giorni, stessi voli, stessi scali aeroportuali dell’anno precedente. Un percorso ormai familiare, quasi un rito che si ripeteva, con una sola variante: questa volta il viaggio prevedeva, dopo l’arrivo a Mykonos, il trasferimento in traghetto verso Naxos e, da lì, il successivo passaggio verso Koufonissi, nel cuore delle Piccole Cicladi. Io e Andrea siamo partiti in piena notte, lasciandoci alle spalle una Milano ancora immersa nell’afa estiva. La sera prima della partenza, però, c’era stata una di quelle serate che sembrano già far parte della vacanza: una splendida cena a base di pesce al "Maremosso" di Milano. Il piacere della compagnia, il gusto della tavola, le chiacchiere e quella piacevole attesa che accompagna ogni partenza. Poi la strada verso Malpensa, nel silenzio della notte, con la città che lentamente lasciava spazio all’emozione del viaggio. Ad attenderci c’era il volo dell’alba verso Mykonos. Un orario che costringe a svegliarsi quando il giorno deve ancora iniziare, ma che regala anche qualcosa di particolare: vedere nascere una giornata mentre si sta già andando incontro a una nuova avventura. Dopo l’arrivo a Mykonos, il viaggio sarebbe proseguito via mare. Davanti a noi il blu intenso dell’Egeo e l’emozione che accompagna ogni traversata, mentre ci avvicinavamo lentamente alla nostra prima tappa, lungo il percorso verso Koufonissi.
L’arrivo a Koufonissi. Il primo assaggio di Koufonissi è iniziato già a Naxos. Ad attenderci c’era Cinzia, che nel frattempo era arrivata sull’isola per portare a riparare la sua bicicletta. In attesa dello Skopelitis, il piccolo e storico battello che collega le isole delle Piccole Cicladi, ci siamo seduti a un tavolino fronte porto per condividere un club sandwich. Una scena quotidiana, ma già con il sapore della vacanza: il porto davanti agli occhi, l’attesa del prossimo trasferimento e la sensazione che, da quel momento, tutto fosse davvero cominciato. Poi il mare, un po’ mosso per il vento, ci ha accompagnati verso Koufonissi. L’arrivo sull’isola aveva già qualcosa di speciale. Dopo aver sistemato il mio trolley ed esserci concessi un po’ di meritato relax, siamo usciti per la nostra prima passeggiata. Koufonissi è speciale anche per questo: raccolta, tranquilla, vissuta senza fretta e percorribile principalmente a piedi. Qui non servono grandi spostamenti: basta camminare per lasciarsi guidare dai colori, dai profumi e dai panorami. La prima sera abbiamo raggiunto a piedi la taverna "Aneplora", oltre il mulino, in una posizione privilegiata con una splendida vista sulla baia adiacente. La cena era già un incontro con la Grecia che amo: pietanze tradizionali, sapori semplici e autentici, accompagnati da un grande pesce dalle carni bianche che ha completato quella prima serata sull’isola. Poco prima di raggiungere la taverna, però, Cinzia ha avuto letteralmente un piccolo “incidente di percorso”, senza che questo riuscisse a rovinare il piacere di quella prima cena insieme. Dopo cena, la proprietaria del ristorante si è offerta spontaneamente di riaccompagnare Cinzia a casa con la sua auto. Un gesto naturale, fatto senza esitazione, che racconta molto dell’ospitalità di Koufonissi: un’attenzione che forse, in altri luoghi, avrebbe semplicemente portato qualcuno a chiamare un taxi. Io e Andrea invece abbiamo deciso di rientrare a piedi, attraversando nuovamente la Chora di Koufonissi. Le strade illuminate, il movimento della sera, le case bianche e quella particolare atmosfera dell’isola ci hanno fatto dimenticare una cosa: erano passate meno di ventiquattro ore dalla partenza da Milano. Eppure sembrava che quei giorni fossero iniziati già da tempo. Forse è proprio questa una delle magie di Koufonissi: riesce a rallentare il tempo fin dal primo momento.
Il giorno della marmotta. La mattina seguente arriva la conferma di quella percezione. Ogni risveglio sembrava una scena già conosciuta, ma mai scontata. Dalla meravigliosa terrazza dell’incantevole nido bianco creato e arredato con grande cura dall’architetto Cinzia, con una particolare attenzione all’armonia degli spazi, il panorama era sempre lo stesso e sempre sorprendente. Un cielo azzurro terso, il sole splendente e quella leggera brezza marina che rendeva tutto ancora più gradevole. Mi è venuto spontaneo pensare al film “Ricomincio da capo”, al famoso giorno della marmotta, dove il protagonista si ritrova a vivere la stessa giornata. A Koufonissi, però, quella ripetizione aveva un significato completamente diverso: non era monotonia, ma il piacere di ritrovare ogni volta la stessa magia. Come se l’isola dicesse: “Bentornato, nulla è cambiato.” Ed era proprio da quella terrazza, da quella luce e da quel senso di tranquillità che iniziavano le nostre giornate.
Le giornate a Koufonissi. Le nostre giornate iniziavano con la colazione preparata dallo chef Fanto. Una colazione ricca di sapori e attenzioni: yogurt greco, noci, pesche, caffè con aggiunta di latte, frittelle di ceci, miele e crema di sesamo. Un rituale mattutino diventato uno dei piaceri di quelle giornate, con una piacevole variante in due occasioni: un krapfen gigante da condividere e dei croissant al burro, immancabile richiamo alla mia amata Francia. Dopo la colazione arrivava la scelta della spiaggia. Un rito semplice: decidere dove trascorrere quelle ore di mare, con loro (Cinzia e Andrea) pronti per la classica lunga nuotata, mentre io mi limitavo a immergermi vicino alla riva, rigorosamente con la mia t-shirt protettiva, per poi tornare all’ombra dell’ombrellone e dedicarmi alla lettura del libro prestatomi da Andrea. Quest’anno, però, c’era anche una novità che Cinzia e Andrea avevano pensato per me: Kato Koufonissi. L’isoletta di fronte, raggiungibile in pochi minuti via mare, mi ha regalato una prospettiva nuova e un’altra scoperta da custodire tra le esperienze vissute sull’isola. Piccole calette dall’acqua cristallina, una taverna appena superato l’approdo e la presenza immancabile di una chiesa bianca e blu, simbolo di quella Grecia che tutti portiamo negli occhi e nei ricordi. Sia all’andata che al ritorno abbiamo attraversato il mare con la piccola imbarcazione di Mavros, sulla quale eravamo gli unici passeggeri. Un trasferimento semplice, quasi privato, accompagnato dal rumore del motore, dal vento sul viso e dall’acqua intorno a noi. Un viaggio nel viaggio. A Koufonissi anche questo significa vivere: ritrovare ciò che si ama, ma continuare a scoprire qualcosa di nuovo. I pranzi, rigorosamente in orari quasi spagnoli, erano un altro appuntamento della giornata. Panini, o meglio “pite” gourmet, preparate ancora una volta dal nostro chef Fanto, capaci di trasformare un pranzo informale in qualcosa di più curato. Le cene a casa sono state tra i ricordi più belli di quei giorni, fatte di cucina, amicizia e condivisione. Da quella preparata dal chef Fanto, con gli gnocchi di patate accompagnati da una crema di cacio e pepe, seguita dalle insalate greche in due versioni con feta preparate da Cinzia, fino alla serata vissuta in compagnia di Amalia e Jonas, lei greca e lui svedese, i vicini di casa. Un momento reso ancora più personale dai miei segnaposti preparati con cura per l’occasione e dalle due piccole Nutelline in miniatura lasciate come ricordo. Lo chef Fanto anche questa volta ha dato spazio alla sua creatività preparando cinque antipasti finger food gourmet e un gustoso piatto di fregola con mazzancolle. L’ultima sera, prima della mia partenza, abbiamo deciso di salutarci nel modo tradizionale: una cena alla taverna “Melissa”, con i sapori autentici della Grecia. Una tavola ricca di piatti tipici: dal fritto di zucchine al saganaki, il formaggio greco fritto, dal calamaro alla griglia al souvlaki di pollo, fino alle polpette fritte. E naturalmente non poteva mancare la tzatziki, immancabile e da me richiesta come ogni volta che torno in Grecia. A chiudere quella splendida serata sono arrivate le loukoumades (frittelline) al miele da “Τo Κyma”, accompagnate da un bicchierino di ouzo, mastika e rakomelo. Sapori, profumi e rituali che appartengono a questa terra e che rendono ancora più difficile salutare un’isola così amata. E forse erano proprio questi piccoli rituali a dare il ritmo alle nostre giornate. Come il “portokàli”, la spremuta d’arancia fresca, ordinata durante una sosta, che diventava un altro modo per assaporare il tempo. A Pori, insieme ad Andrea, era la pausa prima di ripartire verso le calette che avevamo programmato di raggiungere. Da To Kyma, con Cinzia e Andrea, era invece un momento di tranquillità prima di proseguire verso le spiagge più vicine o attendere insieme l’imbarcazione per Kato Koufonissi. Piccoli gesti apparentemente semplici, ma capaci di racchiudere lo spirito di quei giorni: perché a Koufonissi non contano soltanto i luoghi dove arrivare, ma anche i momenti vissuti lungo il cammino.
L’amicizia, il vero valore di questi giorni. Prima di raccontare il momento del mio ritorno, c’è qualcosa che merita di essere ricordato più di ogni altra cosa: l’ospitalità di Cinzia e Andrea. Quei giorni a Koufonissi non sono stati soltanto una vacanza in un’isola meravigliosa, ma il privilegio di condividere tempo, spazi e quotidianità con due amici capaci di trasformare una semplice permanenza in un’esperienza da custodire. La loro gentilezza, la cura nei dettagli, il piacere di far sentire chi arriva come se fosse già parte della casa. Una casa che non era soltanto un luogo dove dormire, ma un punto d’incontro fatto di racconti, risate e condivisione. Sono state le mille risate nate durante le giornate, le conversazioni sempre piacevoli, gli sberleffi sui nostri piccoli comportamenti quotidiani, qualche divertente battibecco a rendere ancora più bello il tempo trascorso insieme. Perché una vacanza non è fatta soltanto di panorami, tramonti e luoghi da scoprire, ma soprattutto delle persone con cui si condividono. E poi c’era quella terrazza. Quell’angolo speciale dove iniziare la giornata, bere un caffè, guardare il mare e lasciarsi avvolgere dalla tranquillità dell’isola. Più che una terrazza, era il luogo da cui cogliere la felicità semplice di quei giorni. E naturalmente non poteva mancare Luna, o meglio Luly, la padrona di casa a quattro zampe. Con la sua presenza discreta ma sempre simpatica, i suoi passaggi improvvisi e quel modo tutto suo di partecipare alla vita della casa, ha aggiunto un sorriso alle nostre giornate. Anche lei, a modo suo, è diventata parte dei miei ricordi di Koufonissi. Alla fine sono proprio questi dettagli che rimangono più impressi: un’amicizia, una risata, una conversazione, un animale che entra nella quotidianità, una terrazza davanti al mare, un tavolo dove ritrovarsi e condividere un pasto, magari davanti a un tramonto o in una piccola taverna. Sono queste le cose che trasformano una bella vacanza in un ricordo da custodire.
Il ritorno. Il momento dei saluti è arrivato sul piccolo porto di Koufonissi. Un ultimo sguardo all’isola, un ultimo abbraccio a Cinzia e Andrea, poi il momento di salire sulla barca veloce che mi avrebbe portato verso Santorini, da dove sarebbe partito il volo notturno di ritorno. Mentre la barca si allontanava lentamente dal porto, guardavo l’isola allontanarsi e portavo con me la certezza di aver vissuto qualcosa di speciale. Ma la sorpresa più grande è arrivata dopo. Sul bus che dal porto nuovo di Santorini conduce verso Thira, il centro dell’isola, ho provato una sensazione che non avevo mai sentito prima: una profonda pace interiore. Non era malinconia. Non era tristezza per la fine della vacanza. Era semplicemente una calma assoluta. Mi sentivo bene, in equilibrio, come se quei giorni avessero lasciato dentro di me qualcosa di difficile da spiegare. Anche nella passeggiata con il mio piccolo trolley tra le vie affollate di Santorini, circondato dai turisti in attesa del tramonto, non ho provato fastidio. Al contrario, ho assaporato quel momento. Ero lì, in mezzo alla confusione, ma con una tranquillità che arrivava da dentro. Mi sono fermato per un semplice “doppio” gyros accompagnato da una Coca-Cola Zero, osservando il movimento intorno a me e ripensando ai giorni appena trascorsi: il mare, la terrazza, le risate, le cene, le passeggiate e quella sensazione di tempo rallentato che solo certi luoghi sanno regalare. La stessa serenità in aeroporto, nell’attesa del volo. Intorno a me si sentivano le voci e le urla di alcuni giovani ragazzi italiani, con gli audio dei tablet e dei cellulari che si mescolavano ai rumori dell’aeroporto. Tra quei suoni arrivava anche la finale della Coppa del Mondo di calcio tra Spagna e Argentina. A vincere sono state le Furie Rosse spagnole. Ma quella sera il risultato della partita era quasi un dettaglio. Io ero ancora immerso nei miei pensieri, nella mia calma, nella consapevolezza di aver ricevuto molto più di una vacanza. Avevo portato con me qualcosa di invisibile, forse più importante di qualsiasi fotografia. E quello stesso stato d’animo mi ha accompagnato anche al rientro. Nel cuore della notte, alla guida della mia Twingo che da Malpensa mi riportava verso casa, con davanti al parabrezza i lampi lontani dei temporali che illuminavano il cielo. Fuori il mondo continuava a fare rumore. Dentro, invece, c’era pace. Forse il vero viaggio non era stato soltanto quello che mi aveva portato fino a Koufonissi, ma quello che l’isola aveva iniziato dentro di me. Perché certi luoghi non finiscono quando si riparte. Restano con noi.
Koufonissi, this is living.
Post's song : "Benvenuti in paradiso" performed by Antonello Venditti
7/26
dimanche, juin 28, 2026
Loin de la foule, dans une villa de luxe sur les collines de Vence
Dopo tre giorni di stacco dalla vacanza sulla costa atlantica francese con Betty e Vito, il ritmo è cambiato del tutto, insieme all’“equipaggiamento”: il minuscolo trolley delle compagnie aeree low-cost ha lasciato il posto a una borsa più capiente, resa possibile dalla libertà di viaggiare in auto e di portare con sé qualcosa in più. Niente spostamenti quotidiani, niente cambi di alloggio ogni sera: si viaggiava in auto, la Opel Corsa di Umberto, verso una sola destinazione, una villa sulle colline di Vence. Ci sono viaggi che si ricordano per i luoghi visitati e altri che rimangono nel cuore per il luogo in cui si è vissuto. Questa settimana appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Per sette giorni abbiamo vissuto in una villa che definire splendida è quasi riduttivo: piscina, grande giardino, struttura accogliente in stile provenzale e un’atmosfera di assoluta tranquillità. Una di quelle case che normalmente si vedono solo sulle riviste. La villa era già una destinazione. A condividere questa esperienza c’erano due cari amici, il già citato Umberto e Anna. Nella vita lavorano entrambi per Radio LatteMiele: lui come regista, lei come speaker. In vacanza i ruoli professionali sono rimasti fuori dalla porta e ci siamo semplicemente goduti il tempo insieme. Le giornate scorrevano lente tra bagni in piscina e momenti di relax. Io facevo sempre il bagno con una maglietta SPF 50, per evitare irritazioni e godermi l’acqua senza pensieri. I ritmi della giornata erano ben definiti, quasi “spagnoli”: colazione verso le 9.30, pranzo intorno alle 14 e cena alle 21, sempre attorno allo stesso tavolo in soggiorno, cuore della casa. Proprio a quel tavolo sono riaffiorati i ricordi degli anni in cui io e Umberto abbiamo lavorato nella stessa azienda, lui nel mondo della produzione radiofonica e io in ambito amministrativo. Ogni mattina uscivo presto, mentre gli altri riposavano ancora, per raggiungere l’unica boulangerie della zona e tornare con croissant o brioches sucrées per me e Umberto e la baguette per tutti. Dal lunedì al venerdì ho mantenuto anche la mia camminata mattutina: la pedonale della Martesana milanese è stata sostituita dalle colline di Vence, con una salita di mezz’ora fino al borgo per una colazione in solitudine. Ognuno aveva trovato il proprio ritmo. Umberto era il direttore della colonna sonora con il suo cellulare; abbiamo sperato che il respiro del mare, pur rimanendo in lontananza, potesse fargli bene, anche se la sua tosse è rimasta discreta, senza mai togliere leggerezza alle giornate. Io fotografavo i momenti della vacanza, mentre Anna si godeva il lettino a bordo piscina, ottenendo quella che lei ha definito “la migliore abbronzatura degli ultimi anni”, con qualche inevitabile “battaglia” quotidiana contro le zanzare nei pomeriggi precedenti il tramonto, che sembravano andare solo da lei per indispettirla. Anche all’interno della casa si era trovato un equilibrio naturale: tra chi apparecchiava, chi lavava i piatti e chi cucinava gli ingredienti scelti insieme, dopo le piccole spedizioni al supermercato Leclerc. Erano ritmi diversi, dentro e fuori la casa, ma tutti perfettamente armonizzati. Le uscite sono state poche ma significative: una cena nel centro storico di Vence a base di carne, e un pomeriggio di un paio d’ore a Saint-Paul-de-Vence tra vicoli, gallerie e atmosfere sospese, complice anche il cielo nuvoloso che aveva preso il sopravvento sul sole. A fine soggiorno ho voluto lasciare un piccolo pensiero ai proprietari, Sophie e Jérôme: le mie miniature personalizzate di Nutella, molto apprezzate. Per una settimana abbiamo assaporato il lusso semplice e raro del rallentare, vivendo una vacanza diversa dal solito, in una casa che sembrava appartenere a un altro mondo, dove bastavano il silenzio, la luce e i piccoli gesti quotidiani. La Francia, per me, non è mai soltanto una meta di viaggio. È un luogo nel quale ritrovo un modo di vivere che sento vicino, fatto di semplicità, di buone abitudini e di piccoli piaceri quotidiani. Ecco perché, quando a marzo Umberto mi ha proposto questa vacanza, ho accettato senza esitazione. Del resto, è proprio nelle piccole cose che ritrovo la Francia che amo. Il momento migliore della giornata, per me, resta la prima colazione. Amo quella semplicità tutta francese, quel croissant tutto burro che accompagna il café au lait, oppure la brioche sucrée rotonda, leggera e perfetta nella sua normalità. Seduto a un tavolino all'aperto, mentre il mondo si sveglia. Questo quando ero fuori in solitario. Poi rientravo a casa, dopo aver comprato i croissant alla Bonne Pâte (unico spazio alimentare a breve distanza dalla villa), ancora caldi tra le mani, che mettevo al centro della tavola imbandita per la colazione da fare insieme. In questo viaggio, la mia prima colazione è stata doppia: prima nel silenzio delle strade di Vence ancora vuote, poi nel ritorno alla villa che si accendeva lentamente con il risveglio di Anna e Umberto. E naturalmente la baguette, fragrante ogni mattina, senza bisogno di altro. Forse in Francia le varianti di pane e croissant sono meno numerose rispetto alle nostre, ma quello che fanno ha una qualità che resta, per me, assolutamente impareggiabile: tradizionale, semplice, quasi d'obbligo e distintiva. A rendere questa settimana ancora più speciale è stata anche la compagnia: discreta, intelligente, ricca di spunti e di cultura. Quelle persone con cui il silenzio è piacevole quanto una conversazione e con cui ogni giornata lascia qualcosa in più da portare a casa. Ogni tanto, una vacanza così ci vuole. Non per cercare qualcosa di straordinario, ma per riscoprire il piacere delle piccole abitudini, di una buona colazione, del silenzio e di quel tempo che, almeno per qualche giorno, sembra finalmente smettere di correre.
Post's song : "Comment te dire adieu" performed by Françoise Hardy
6/26
jeudi, juin 18, 2026
Côte atlantique et vignobles bordelais
Questo viaggio itinerante, come già era accaduto in altre occasioni, mi ha riportato agli anni (’80/’90) del nostro camper Elnagh “Nessie Hotel”, quando si viaggiava con una traccia e qualche obiettivo, senza rigidità, lasciando spazio a deviazioni e decisioni prese lungo la strada. Questa volta lo stesso spirito si è ritrovato in una Hyundai i20 bianca presa a noleggio, compagna del viaggio. Nel pomeriggio siamo arrivati in volo all’aeroporto di Biarritz–Bayonne–Anglet, per poi ritirare l’auto e iniziare il viaggio. Dall’aeroporto ci siamo diretti verso un residence ad Anglet per prendere dimora al volo per la notte e non perdere tempo nella ricerca. Subito dopo ci siamo mossi alla volta di Biarritz per una passeggiata lungo la costa fino alla spiaggia dei surfisti, dove l’oceano si mostra subito nella sua forma più diretta e viva, con una piccola sosta quasi da aperitivo, accompagnata da una birra fresca. La sera abbiamo cenato al ristorante Casa San Pedro, locale di impronta basca, dove Betty e Vito, i miei compagni di viaggio, erano già stati e volevano farmi assaggiare il famoso tonno albacore (pinna gialla), accompagnato da peperonata e riso, e una caraffa di sangria locale. Un inizio di vacanza spumeggiante, come spesso accade, con un tempo meteo meraviglioso.
Il giorno seguente il viaggio è iniziato davvero con il primo rito quotidiano: croissant o pain au chocolat e café au lait. Da lì abbiamo lasciato la costa basca per entrare nell’entroterra della regione dei vini. La prima vera tappa è stata Sauternes, dove il paesaggio cambia subito: vigne più raccolte, luce dorata, ritmo più lento. Abbiamo percorso i dintorni del celebre Château d’Yquem, girandogli intorno fino a fermarci davanti alle vigne per immortalare il momento. La sosta pranzo è stata dominata dal nettare dolce di questo particolare vino, il Sauternes, accompagnato da un tris di formaggi francesi che ha reso il momento ancora più intenso. Poi siamo arrivati alla elegante Bordeaux, attraversata in auto prima di concederci un passaggio veloce da Toque Cuivrée, con i cannelés mangiati al volo, quasi come una firma dolce della città. Infine abbiamo raggiunto Saint-Émilion, borgo medievale di pietra e luce calda. La sera abbiamo cenato nella splendida piazzetta del paese, proprio davanti alla chiesa monolitica (ho letto su Internet) in una cornice unica, con i tavoli all’aperto e la pietra calda del borgo illuminata dalla luce della sera in attesa del tramonto. Tutto sembrava sospeso tra pietra, luce e vino, e vino e luogo sembravano la stessa cosa. La scelta dal menù (la carte) è caduta sulla bavette (taglio di carne bovina), le immancabili frites (patatine fritte) e la salade (insalata verde) già condita con vinaigrette (condimento francese a base di olio e aceto), il tutto accompagnato da una bottiglia di Château Carteau, un Saint-Émilion Grand Cru. Il rientro alla seconda base per la notte (Ibis Hotel di Saint-Émilion) è stato suggellato da un giro in auto tra le vigne, con i filari a destra e a sinistra della strada, e una deviazione verso Pomerol e lo Château Pétrus, con la luce del tramonto a rendere tutto ancora più speciale.
Il giorno successivo abbiamo lasciato Saint-Émilion con la stessa lentezza con cui si esce dai luoghi che restano addosso, non prima del rito quotidiano croissant-café au lait. La strada si è aperta verso nuovi paesaggi, ancora tra campagne ordinate e tratti di vigneti, con il ritmo del viaggio ormai consolidato: guida tranquilla e piccole deviazioni dettate dal momento. La prima sosta è stata quella di Cognac, città legata al nome che porta e all’identità del suo celebre distillato. La pausa è stata accompagnata da un momento semplice ma significativo: un café crème e un bicchierino di cognac da condividere, consumati con calma in una piazzetta davanti alla grande insegna sul tetto del Cognac Camus, prima di riprendere il viaggio. La piccola città di Cognac, adagiata lungo il fiume Charente, forse avrebbe meritato qualche minuto in più di sosta per quello che abbiamo intravisto lasciandola. Per noi, però, era già tempo di ripartire in direzione di Niort, dove ci attendeva il pranzo. Arrivati a Niort, ci siamo concessi una pausa pranzo profondamente francese ma semplice. La scelta è caduta sulla classica galette (crêpe salata di grano saraceno) “complète”, con formaggio, prosciutto e uovo dal tuorlo ancora morbido, uno di quei piatti che non hanno bisogno di effetti speciali per convincere. Ad accompagnarla, una scodella di sidro dolce, in un abbinamento tanto essenziale quanto perfetto. Dopo i vigneti del Bordolese e la sosta a Cognac, era il genere di pranzo che si inseriva perfettamente nel ritmo del viaggio: senza fretta, autentico e appagante. Prima di raggiungere Saumur, scelta come base per la terza notte, abbiamo effettuato il primo tentativo di reincontrare Gérard Depardieu, passando dal suo vigneto allo Château de Tigné. Con noi avevamo alcuni piccoli omaggi da consegnare a lui e ai suoi due collaboratori, Isabelle e Philippe, come gesto di simpatia e con la concreta speranza di trovarli. Questo primo tentativo di incontro con il grande Gérard non si è concretizzato (era in giro con il fratello), ma la deviazione tra le vigne e la cantina-store è entrata a pieno titolo tra i ricordi del viaggio. Dopo aver preso possesso della casa per la notte, in una bellissima struttura nei pressi di una piccola cappella, abbiamo dedicato un po’ di tempo alla visita esterna dell’imponente Château de Saumur, che domina la città dall’alto del suo promontorio. Con le sue torri chiare e i tetti d’ardesia, sembra uscito da un libro di storia o da una miniatura medievale. Da lassù lo sguardo spazia sulla valle della Loira e sui tetti della città, offrendo uno di quei panorami che da soli valgono una sosta. Il castello continua ancora oggi a essere il simbolo della città, disegnandone il profilo inconfondibile sulla Loira. La serata si è conclusa con una cena dallo spirito autenticamente francese: omelette nature, frites e salade, accompagnate da boccali di birra. Un pasto, perfettamente in linea con il ritmo della giornata e con l’atmosfera tranquilla di Saumur. Al rientro a casa abbiamo brindato con bicchieri del vino dolce di Depardieu acquistato allo store, accompagnato da una confezione di brie presa al volo in un piccolo market.
Il quarto giorno, nel nostro caso, è il punto di svolta, oltre il quale inizia la discesa dolce e naturale verso il finale della vacanza: sette notti, otto giorni. Lo iniziamo con il rituale classico, questa volta però prendendo croissant e café au lait da asporto in una boulangerie e portandoli a casa. Facciamo il secondo tentativo di incontrare Gérard, ma il grande attore era nel suo castello a riposare. Il destino era vicino, ma non ha preso forma. Prenotiamo al volo per pranzo un tavolo alla La Cigale di Nantes, il celebre locale storico in stile Art Nouveau e Belle Époque, con i suoi interni ricchi, teatrali e costellati di specchi che moltiplicano luci e riflessi. Un luogo in cui ero già stato una decina di anni prima, e che ritrovo con la stessa atmosfera sospesa. La scelta dal menù cade sulla “meilleure saucisse” (salsiccia locale) della carta, servita con purée de Nantes, un piatto semplice ma caratteristico, accompagnato da tre calici di rosso di Saumur, quasi a voler restare, anche nel bicchiere, nella zona di partenza della giornata. Nel dopo pranzo facciamo un rapido giro tra le vie principali di Nantes, dove spiccano il Passage Pommeraye (una delle gallerie coperte più belle e scenografiche d’Europa), la Place Royale e il Palazzo dei Duchi di Bretagna. La città si lascia attraversare con facilità, tra architetture eleganti e scorci improvvisi, in una luce del primo pomeriggio che accompagna senza fretta i passi. Poi si riparte, lasciandosi Nantes alle spalle con quella sensazione tipica dei luoghi vissuti anche solo per poche ore: quella di averne colto l’essenza senza trattenerla, ma portandola con sé. La direzione è di nuovo verso la costa atlantica, con destinazione Pornic, autentica novità per tutti, città che segna quasi la soglia naturale verso la Bretagna. La scelta per la notte ricade su una splendida suite in un residence a quattro stelle, dove ci sistemiamo per la serata dopo la giornata a Nantes. Dopo aver preso possesso della suite, ci dirigiamo verso il castello di Pornic, dove lasciamo la Hyundai e iniziamo a camminare lungo la costa, sulla pedonale panoramica per un primo impatto con la cittadina.. Il passo è lento, con il mare sempre accanto e la luce che cambia mentre il pomeriggio scivola verso sera. Ripresa l’auto, ci spingiamo poi verso Sainte-Marie-sur-Mer, dove si trovano i caratteristici trabucchi affacciati sull’oceano. Il panorama è di quelli ampi e aperti, con il mare che sembra non finire mai. Siamo nell’orario in cui l’alta marea comincia lentamente a ritirarsi, lasciando spazio alla bassa. Decidiamo così di fermarci sempre a Pornic per un aperitivo in una barca à huîtres, sospesa tra acqua e terra. Betty e Vito scelgono un piatto di ostriche, mentre per me arrivano gamberi rosa freschi. Il tutto accompagnato da vini bianchi ben freddi, pane, burro e maionese: una semplicità perfetta, tipica della costa atlantica. La cena la degusteremo in un ristorante sulla strada del porto e prosegue nel segno dei grandi classici della cucina francese: moules à la crème et frites, cozze piccole, immerse in una morbida crema e accompagnate dalle immancabili patatine fritte. Due pignatte che sembravano non finire mai, in un’abbondanza quasi inattesa. Un piatto semplice e generoso, profondamente legato alla tradizione costiera. Il tutto accompagnato da una bottiglia di sidro dolce, in un incontro curioso ma perfetto tra dolce e salato, che si mescolano e si equilibrano fino a chiudere la serata. Il nostro intestino è stato messo alla prova tra ostriche, gamberi e cozze, un percorso di sapori tra crudo e cucina di mare piuttosto impegnativo, ma abbiamo tenuto testa senza alcun problema, uscendone indenni. Un’altra giornata indimenticabile era terminata.
L’indomani, dopo la colazione all’aperto affacciati sul porto di Pornic, ci siamo messi in viaggio verso l’Île de Ré, dove avevamo prenotato una casa per la quinta notte a Rivedoux-Plage. Giornata calda, ma illuminata da un bel sole pieno. Dopo aver sistemato i nostri piccoli trolley “made in Primark”, pensati per i limiti Ryanair e rivelatisi alla fine del viaggio un po’ troppo ottimistici, ci siamo diretti verso Ars-en-Ré per pranzo, seguendo un’idea nata giorni prima durante la visione del film “Molière in bicicletta” con Fabrice Luchini. Il titolo originale del film è Alceste à bicyclette da “il misantropo” di Molière. Il ristorante, adiacente il mare, ci ha accolti con una lavagnetta con proposte di piatti del giorno : abbiamo scelto tre insalate con camembert rôti, servito caldo, accompagnato da prosciutto cotto, prosciutto crudo, patate, pomodorini e insalata. Il tutto abbinato a un demi-pichet di rosé. A chiudere, una classica e leggera île flottante, quasi evanescente, in condivisione. Nel pomeriggio abbiamo iniziato a girovagare alla ricerca di una spiaggia per un bagno rigenerante. Prima nelle zone vicino al Faro delle Balene, poi fermandoci alla spiaggia di Barre de Veille (La Barre-de-Monts), dove Betty e Vito si sono finalmente concessi un tuffo per alleviare la calura. Il rientro alla casa ci ha permesso una doccia veloce, prima di riprendere l’auto verso Saint-Martin-de-Ré per la cena. Abbiamo scelto un ristorante sul porto, con un fish and chips accompagnato da birra fresca. Dopo cena ci siamo spostati verso un altro faro per guardare il tramonto. L’Île de Ré si conferma un territorio perfetto per i ciclisti: piste ciclabili ovunque, spesso immerse nel paesaggio, molte delle quali costeggiano le vigne dell’isola.
Una colazione all’aperto, ha aperto il penultimo giorno pieno di vacanza alla Boulangerie Feuillette, una vera istituzione a Rivedoux-Plage. Subito dopo abbiamo ripreso il viaggio attraversando di nuovo il ponte che collega l’Île de Ré alla terraferma francese. La decisione è stata unanime: dirigersi verso Biarritz, anche se il tragitto era lungo. Lo abbiamo alleggerito con le canzoni di Trenet, Aznavour e Lio, lasciando scorrere la strada tra musica e paesaggi. Una brevissima sosta a Salles, al Bistrot du Château, ci ha permesso di assaggiare un œuf parfait (uovo cotto a bassa temperatura) e un piatto di formaggi à partager. Il tutto accompagnato da una birra rinfrescante per tutti, prima di rimetterci in viaggio. Durante il tragitto siamo riusciti a prenotare un alloggio in un residence a Biarritz con piscina e vista sulla baia, dove si staglia la statua della Vergine una parte e il profilo della costa basca spagnola dall’altra. Il pomeriggio lo abbiamo trascorso tra un tuffo al mare e uno nella piscina del residence, in un’alternanza senza pensieri. La serata è stata quasi una replica del primo giorno di viaggio, con cena all’aperto alla Casa San Pedro: tonno albacore per Betty e Vito e merluzzo alla spagnola per me, sempre accompagnati da peperonata e riso. Un ritorno alle origini della vacanza, come se il cerchio si chiudesse per un attimo.
Siamo arrivati così all’ultimo giorno pieno prima della partenza. Ci siamo avvicinati ancora di più al confine spagnolo e, prima di raggiungere la splendida Saint-Jean-de-Luz, abbiamo preso due camere all’Hôtel Alaïa di Ascain. Ripartendo dall’hotel, nell’entroterra, abbiamo lasciato la quiete della campagna basca per scendere lentamente verso la costa e finalmente siamo arrivati a Saint-Jean-de-Luz. L’impatto è stato immediato: una cittadina elegante e raccolta, affacciata sul mare, con le sue stradine che sembrano scivolare direttamente verso la Grande Plage. L’ho trovata bellissima, secondo il mio modestissimo parere persino più riuscita di Biarritz, forse troppo celebrata, anche se indubbiamente affascinante. Tra boutique, negozi di accessori e piccole gastronomie, Betty ha scelto una bella collana, mentre subito dopo in una vetrina è comparsa la sorpresa improvvisa dei Dunes Blanches, spettacolare dolce tipico del Bassin d’Arcachon. Gustosissimi piccoli bignè, leggerissimi e farciti con una crema chantilly dolce e vellutata. Una vera golosità dove una specie di nuvola di crema si sprigiona tra le due metà di pasta croccante fuori e vuota dentro. Prima della sosta pranzo Betty e Vito si sono concessi l’ultimo bagno della vacanza proprio nella Grand Plage di Saint-Jean-de-Luz. Il pranzo è stato a base di tapas con crocchette di prosciutto (croquetas de jamon serrano) e chipirones (calamaretti) en persillade, piccoli calamari (tipici della cucina spagnola e basca) saltati in padella quasi fossero spaghetti con una salsa di aglio e prezzemolo e alla base un risotto al lieve sentore di limone. Il tutto accompagnato da tre bicchieri di rosso di Irouléguy, vino della zona basca francese. Il pomeriggio lo abbiamo trascorso di nuovo tra le stradine della cittadina, alternando passeggiate lente al rientro verso Hôtel Alaïa per sistemare i bagagli e prepararci per l’uscita serale. Nel giardinetto adiacente all’hotel ci siamo rilassati su tre comode poltroncine e, con calma, abbiamo scelto il ristorante per la sera. Cercavamo una serata tradizionale, con cucina basca autentica, e l’abbiamo trovata prenotando all’Auberge de la Vieille. Come piatto principale abbiamo scelto l’axoa, una preparazione tipica basca a base di vitello tritato finemente e stufato lentamente con peperoni e patate, dal sapore casalingo. Il menù tradizionale comprendeva anche antipasto e dessert, in una selezione di piatti della cucina locale. Ad accompagnare il tutto, mezza caraffa di Rioja ha completato la serata, con un rosso morbido che si è sposato perfettamente con i sapori dell’axoa. L’ultima serata del nostro tour sulla costa atlantica francese e nelle vigne bordolesi era giunta al termine, giusto in tempo per assistere a uno scambio di colpi tra quattro giocatori di pelota basca con pala (racchetta in legno) nella piazzetta di Ascain. Un frammento di vita locale, rapido e autentico, che sembrava chiudere idealmente il viaggio.
Il volo per il ritorno era previsto nel primo pomeriggio, così abbiamo deciso, dopo una ricca e abbondante colazione in hotel, di dirigerci verso Bayonne per visitare la cattedrale e alcune vie del centro storico. Il ritorno all’auto a noleggio per la riconsegna della Hyundai è stato leggermente più teso del previsto, per via della solita incertezza — mai davvero risolta nonostante i molti viaggi — su ciò che potrebbe essere contestato o meno al momento della consegna. Ça va sans dire direbbero i francesi, ma per noi non è cosi scontato.
Il viaggio si chiude con immagini di strade che scorrono senza interruzioni, di paesaggi che cambiano lentamente oltre il finestrino, e della sensazione che ogni tratto abbia avuto il suo significato preciso nel momento in cui veniva attraversato. E alla fine riaffiora un’idea quasi d’origine: quel modo di viaggiare che nasceva ai tempi del camper, quando il percorso era già parte della vacanza e non solo un mezzo per arrivare. Lo stesso spirito si è ripresentato, adattato a un’auto a noleggio, ma con la stessa libertà di deviazione, di sosta, di scoperta lungo la strada. Un ritorno discreto a un’abitudine, per noi, mai davvero scomparsa. Guidare sulle strade nazionali francesi è un’esperienza in sé. Niente buche, carreggiate scorrevoli e una cura evidente a ogni chilometro. Il viaggio non è solo uno spostamento, ma diventa parte del paesaggio, grazie a percorsi spesso panoramici che attraversano, come in questo itinerario, campagne ordinate, vigneti e tratti di costa. Sembra quasi che la strada sia pensata non solo per arrivare, ma anche per essere guardata. Quando si fa un viaggio itinerante, ogni giorno diventa un piccolo mondo a sé. Già dopo poco si comincia a dire “da quanto siamo in viaggio”, a rimettere insieme i ricordi del giorno prima, a chiedersi cosa abbiamo visto, cosa abbiamo mangiato, cosa abbiamo bevuto. E improvvisamente sembra passato molto più tempo di quello reale, come se quei luoghi fossero già lontanissimi, quasi appartenessero a un’altra vita. Alla fine si ha la sensazione di essere in viaggio da sempre, immersi in un tempo diverso, più largo e più pieno.
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vendredi, mars 06, 2026
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