"Voyager vous laisse d'abord sans voix, avant de vous transformer en conteur."

jeudi, juin 18, 2026

Côte atlantique et vignobles bordelais

Questo viaggio itinerante, come già era accaduto in altre occasioni, mi ha riportato agli anni (’80/’90) del nostro camper Elnagh “Nessie Hotel”, quando si viaggiava con una traccia e qualche obiettivo, senza rigidità, lasciando spazio a deviazioni e decisioni prese lungo la strada. Questa volta lo stesso spirito si è ritrovato in una Hyundai i20 bianca presa a noleggio, compagna del viaggio.  Nel pomeriggio siamo arrivati in volo all’aeroporto di Biarritz–Bayonne–Anglet, per poi ritirare l’auto e iniziare il viaggio. Dall’aeroporto ci siamo diretti verso un residence ad Anglet per prendere dimora al volo per la notte e non perdere tempo nella ricerca. Subito dopo ci siamo mossi alla volta di Biarritz per una passeggiata lungo la costa fino alla spiaggia dei surfisti, dove l’oceano si mostra subito nella sua forma più diretta e viva, con una piccola sosta quasi da aperitivo, accompagnata da una birra fresca. La sera abbiamo cenato al ristorante Casa San Pedro, locale di impronta basca, dove Betty e Vito, i miei compagni di viaggio, erano già stati e volevano farmi assaggiare il famoso tonno albacore (pinna gialla), accompagnato da peperonata e riso, e una caraffa di sangria locale. Un inizio di vacanza spumeggiante, come spesso accade, con un tempo meteo meraviglioso.

Il giorno seguente il viaggio è iniziato davvero con il primo rito quotidiano: croissant o pain au chocolat e café au lait. Da lì abbiamo lasciato la costa basca per entrare nell’entroterra della regione dei vini. La prima vera tappa è stata Sauternes, dove il paesaggio cambia subito: vigne più raccolte, luce dorata, ritmo più lento. Abbiamo percorso i dintorni del celebre Château d’Yquem, girandogli intorno fino a fermarci davanti alle vigne per immortalare il momento. La sosta pranzo è stata dominata dal nettare dolce di questo particolare vino, il Sauternes, accompagnato da un tris di formaggi francesi che ha reso il momento ancora più intenso. Poi siamo arrivati alla elegante Bordeaux, attraversata in auto prima di concederci un passaggio veloce da Toque Cuivrée, con i cannelés mangiati al volo, quasi come una firma dolce della città. Infine abbiamo raggiunto Saint-Émilion, borgo medievale di pietra e luce calda. La sera abbiamo cenato nella splendida piazzetta del paese, proprio davanti alla chiesa monolitica (ho letto su Internet) in una cornice unica, con i tavoli all’aperto e la pietra calda del borgo illuminata dalla luce della sera in attesa del tramonto. Tutto sembrava sospeso tra pietra, luce e vino, e vino e luogo sembravano la stessa cosa. La scelta dal menù (la carte) è caduta sulla bavette (taglio di carne bovina),  le immancabili frites (patatine fritte) e la salade (insalata verde) già condita con vinaigrette (condimento francese a base di olio e aceto), il tutto accompagnato da una bottiglia di Château Carteau, un Saint-Émilion Grand Cru. Il rientro alla seconda base per la notte (Ibis Hotel di Saint-Émilion) è stato suggellato da un giro in auto tra le vigne, con i filari a destra e a sinistra della strada, e una deviazione verso Pomerol e lo Château Pétrus, con la luce del tramonto a rendere tutto ancora più speciale.

Il giorno successivo abbiamo lasciato Saint-Émilion con la stessa lentezza con cui si esce dai luoghi che restano addosso, non prima del rito quotidiano croissant-café au lait. La strada si è aperta verso nuovi paesaggi, ancora tra campagne ordinate e tratti di vigneti, con il ritmo del viaggio ormai consolidato: guida tranquilla e piccole deviazioni dettate dal momento. La prima sosta è stata quella di Cognac, città legata al nome che porta e all’identità del suo celebre distillato. La pausa è stata accompagnata da un momento semplice ma significativo: un café crème e un bicchierino di cognac da condividere, consumati con calma in una piazzetta davanti alla grande insegna sul tetto del Cognac Camus, prima di riprendere il viaggio. La piccola città di Cognac, adagiata lungo il fiume Charente, forse avrebbe meritato qualche minuto in più di sosta per quello che abbiamo intravisto lasciandola. Per noi, però, era già tempo di ripartire in direzione di Niort, dove ci attendeva il pranzo. Arrivati a Niort, ci siamo concessi una pausa pranzo profondamente francese ma semplice. La scelta è caduta sulla classica galette (crêpe salata di grano saraceno) “complète”, con formaggio, prosciutto e uovo dal tuorlo ancora morbido, uno di quei piatti che non hanno bisogno di effetti speciali per convincere. Ad accompagnarla, una scodella di sidro dolce, in un abbinamento tanto essenziale quanto perfetto. Dopo i vigneti del Bordolese e la sosta a Cognac, era il genere di pranzo che si inseriva perfettamente nel ritmo del viaggio: senza fretta, autentico e appagante. Prima di raggiungere Saumur, scelta come base per la terza notte, abbiamo effettuato il primo tentativo di reincontrare Gérard Depardieu, passando dal suo vigneto allo Château de Tigné. Con noi avevamo alcuni piccoli omaggi da consegnare a lui e ai suoi due collaboratori, Isabelle e Philippe, come gesto di simpatia e con la concreta speranza di trovarli. Questo primo tentativo di incontro con il grande Gérard non si è concretizzato (era in giro con il fratello), ma la deviazione tra le vigne e la cantina-store è entrata a pieno titolo tra i ricordi del viaggio. Dopo aver preso possesso della casa per la notte, in una bellissima struttura nei pressi di una piccola cappella, abbiamo dedicato un po’ di tempo alla visita esterna dell’imponente Château de Saumur, che domina la città dall’alto del suo promontorio. Con le sue torri chiare e i tetti d’ardesia, sembra uscito da un libro di storia o da una miniatura medievale. Da lassù lo sguardo spazia sulla valle della Loira e sui tetti della città, offrendo uno di quei panorami che da soli valgono una sosta. Il castello continua ancora oggi a essere il simbolo della città, disegnandone il profilo inconfondibile sulla Loira. La serata si è conclusa con una cena dallo spirito autenticamente francese: omelette nature, frites e salade, accompagnate da boccali di birra. Un pasto, perfettamente in linea con il ritmo della giornata e con l’atmosfera tranquilla di Saumur. Al rientro a casa abbiamo brindato con bicchieri del vino dolce di Depardieu acquistato allo store, accompagnato da una confezione di brie presa al volo in un piccolo market. 

Il quarto giorno, nel nostro caso, è il punto di svolta, oltre il quale inizia la discesa dolce e naturale verso il finale della vacanza: sette notti, otto giorni. Lo iniziamo con il rituale classico, questa volta però prendendo croissant e café au lait da asporto in una boulangerie e portandoli a casa. Facciamo il secondo tentativo di incontrare Gérard, ma il grande attore era nel suo castello a riposare. Il destino era vicino, ma non ha preso forma. Prenotiamo al volo per pranzo un tavolo alla La Cigale di Nantes, il celebre locale storico in stile Art Nouveau e Belle Époque, con i suoi interni ricchi, teatrali e costellati di specchi che moltiplicano luci e riflessi. Un luogo in cui ero già stato una decina di anni prima, e che ritrovo con la stessa atmosfera sospesa. La scelta dal menù cade sulla “meilleure saucisse” (salsiccia locale) della carta, servita con purée de Nantes, un piatto semplice ma caratteristico, accompagnato da tre calici di rosso di Saumur, quasi a voler restare, anche nel bicchiere, nella zona di partenza della giornata. Nel dopo pranzo facciamo un rapido giro tra le vie principali di Nantes, dove spiccano il Passage Pommeraye (una delle gallerie coperte più belle e scenografiche d’Europa), la Place Royale e il Palazzo dei Duchi di Bretagna. La città si lascia attraversare con facilità, tra architetture eleganti e scorci improvvisi, in una luce del primo pomeriggio che accompagna senza fretta i passi. Poi si riparte, lasciandosi Nantes alle spalle con quella sensazione tipica dei luoghi vissuti anche solo per poche ore: quella di averne colto l’essenza senza trattenerla, ma portandola con sé. La direzione è di nuovo verso la costa atlantica, con destinazione Pornic, autentica novità per tutti, città che segna quasi la soglia naturale verso la Bretagna. La scelta per la notte ricade su una splendida suite in un residence a quattro stelle, dove ci sistemiamo per la serata dopo la giornata a Nantes. Dopo aver preso possesso della suite, ci dirigiamo verso il castello di Pornic, dove lasciamo la Hyundai e iniziamo a camminare lungo la costa, sulla pedonale panoramica per un primo impatto con la cittadina.. Il passo è lento, con il mare sempre accanto e la luce che cambia mentre il pomeriggio scivola verso sera. Ripresa l’auto, ci spingiamo poi verso Sainte-Marie-sur-Mer, dove si trovano i caratteristici trabucchi affacciati sull’oceano. Il panorama è di quelli ampi e aperti, con il mare che sembra non finire mai. Siamo nell’orario in cui l’alta marea comincia lentamente a ritirarsi, lasciando spazio alla bassa. Decidiamo così di fermarci sempre a Pornic per un aperitivo in una barca à huîtres, sospesa tra acqua e terra. Betty e Vito scelgono un piatto di ostriche, mentre per me arrivano gamberi rosa freschi. Il tutto accompagnato da vini bianchi ben freddi, pane, burro e maionese: una semplicità perfetta, tipica della costa atlantica. La cena la degusteremo in un ristorante sulla strada del porto e prosegue nel segno dei grandi classici della cucina francese: moules à la crème et frites, cozze piccole, immerse in una morbida crema e accompagnate dalle immancabili patatine fritte. Due pignatte che sembravano non finire mai, in un’abbondanza quasi inattesa. Un piatto semplice e generoso, profondamente legato alla tradizione costiera. Il tutto accompagnato da una bottiglia di sidro dolce, in un incontro curioso ma perfetto tra dolce e salato, che si mescolano e si equilibrano fino a chiudere la serata. Il nostro intestino è stato messo alla prova tra ostriche, gamberi e cozze, un percorso di sapori tra crudo e cucina di mare piuttosto impegnativo, ma abbiamo tenuto testa senza alcun problema, uscendone indenni. Un’altra giornata indimenticabile era terminata.

L’indomani, dopo la colazione all’aperto affacciati sul porto di Pornic, ci siamo messi in viaggio verso l’Île de Ré, dove avevamo prenotato una casa per la quinta notte a Rivedoux-Plage. Giornata calda, ma illuminata da un bel sole pieno. Dopo aver sistemato i nostri piccoli trolley “made in  Primark”, pensati per i limiti Ryanair e rivelatisi alla fine del viaggio un po’ troppo ottimistici, ci siamo diretti verso Ars-en-Ré per pranzo, seguendo un’idea nata giorni prima durante la visione del film “Molière in bicicletta” con Fabrice Luchini. Il titolo originale del film è Alceste à bicyclette da “il misantropo” di Molière. Il ristorante, adiacente il mare, ci ha accolti con una lavagnetta con proposte di piatti del giorno : abbiamo scelto tre insalate con camembert rôti, servito caldo, accompagnato da prosciutto cotto, prosciutto crudo, patate, pomodorini e insalata. Il tutto abbinato a un demi-pichet di rosé. A chiudere, una classica e leggera île flottante, quasi evanescente, in condivisione. Nel pomeriggio abbiamo iniziato a girovagare alla ricerca di una spiaggia per un bagno rigenerante. Prima nelle zone vicino al Faro delle Balene, poi fermandoci alla spiaggia di Barre de Veille (La Barre-de-Monts), dove Betty e Vito si sono finalmente concessi un tuffo per alleviare la calura. Il rientro alla casa ci ha permesso una doccia veloce, prima di riprendere l’auto verso Saint-Martin-de-Ré per la cena. Abbiamo scelto un ristorante sul porto, con un fish and chips accompagnato da birra fresca. Dopo cena ci siamo spostati verso un altro faro per guardare il tramonto. L’Île de Ré si conferma un territorio perfetto per i ciclisti: piste ciclabili ovunque, spesso immerse nel paesaggio, molte delle quali costeggiano le vigne dell’isola.

Una colazione all’aperto, ha aperto il penultimo giorno pieno di vacanza alla Boulangerie Feuillette, una vera istituzione a Rivedoux-Plage. Subito dopo abbiamo ripreso il viaggio attraversando di nuovo il ponte che collega l’Île de Ré alla terraferma francese. La decisione è stata unanime: dirigersi verso Biarritz, anche se il tragitto era lungo. Lo abbiamo alleggerito con le canzoni di Trenet, Aznavour e Lio, lasciando scorrere la strada tra musica e paesaggi. Una brevissima sosta a Salles, al Bistrot du Château, ci ha permesso di assaggiare un œuf parfait (uovo cotto a bassa temperatura) e un piatto di formaggi à partager. Il tutto accompagnato da una birra rinfrescante per tutti, prima di rimetterci in viaggio. Durante il tragitto siamo riusciti a prenotare un alloggio in un residence a Biarritz con piscina e vista sulla baia, dove si staglia la statua della Vergine una parte e il profilo della costa basca spagnola dall’altra. Il pomeriggio lo abbiamo trascorso tra un tuffo al mare e uno nella piscina del residence, in un’alternanza senza pensieri. La serata è stata quasi una replica del primo giorno di viaggio, con cena all’aperto alla Casa San Pedro: tonno albacore per Betty e Vito e merluzzo alla spagnola per me, sempre accompagnati da peperonata e riso. Un ritorno alle origini della vacanza, come se il cerchio si chiudesse per un attimo.

Siamo arrivati così all’ultimo giorno pieno prima della partenza. Ci siamo avvicinati ancora di più al confine spagnolo e, prima di raggiungere la splendida Saint-Jean-de-Luz, abbiamo preso due camere all’Hôtel Alaïa di Ascain. Ripartendo dall’hotel, nell’entroterra, abbiamo lasciato la quiete della campagna basca per scendere lentamente verso la costa e finalmente siamo arrivati a Saint-Jean-de-Luz. L’impatto è stato immediato: una cittadina elegante e raccolta, affacciata sul mare, con le sue stradine che sembrano scivolare direttamente verso la Grande Plage. L’ho trovata bellissima, secondo il mio modestissimo parere persino più riuscita di Biarritz, forse troppo celebrata, anche se indubbiamente affascinante. Tra boutique, negozi di accessori e piccole gastronomie, Betty ha scelto una bella collana, mentre subito dopo in una vetrina è comparsa la sorpresa improvvisa dei Dunes Blanches, spettacolare dolce tipico del Bassin d’Arcachon. Gustosissimi piccoli bignè, leggerissimi e farciti con una crema chantilly dolce e vellutata. Una vera golosità dove una specie di nuvola di crema si sprigiona tra le due metà di pasta croccante fuori e vuota dentro. Prima della sosta pranzo Betty e Vito si sono concessi l’ultimo bagno della vacanza proprio nella Grand Plage di Saint-Jean-de-Luz. Il pranzo è stato a base di tapas con crocchette di prosciutto (croquetas de jamon serrano) e chipirones (calamaretti) en persillade, piccoli calamari (tipici della cucina spagnola e basca) saltati in padella quasi fossero spaghetti con una salsa di aglio e prezzemolo e alla base un risotto al lieve sentore di limone. Il tutto accompagnato da tre bicchieri di rosso di Irouléguy, vino della zona basca francese. Il pomeriggio lo abbiamo trascorso di nuovo tra le stradine della cittadina, alternando passeggiate lente al rientro verso Hôtel Alaïa per sistemare i bagagli e prepararci per l’uscita serale. Nel giardinetto adiacente all’hotel ci siamo rilassati su tre comode poltroncine e, con calma, abbiamo scelto il ristorante per la sera. Cercavamo una serata tradizionale, con cucina basca autentica, e l’abbiamo trovata prenotando all’Auberge de la Vieille. Come piatto principale abbiamo scelto l’axoa, una preparazione tipica basca a base di vitello tritato finemente e stufato lentamente con peperoni e patate, dal sapore casalingo. Il menù tradizionale comprendeva anche antipasto e dessert, in una selezione di piatti della cucina locale. Ad accompagnare il tutto, mezza caraffa di Rioja ha completato la serata, con un rosso morbido che si è sposato perfettamente con i sapori dell’axoa. L’ultima serata del nostro tour sulla costa atlantica francese e nelle vigne bordolesi era giunta al termine, giusto in tempo per assistere a uno scambio di colpi tra quattro giocatori di pelota basca con pala (racchetta in legno) nella piazzetta di Ascain. Un frammento di vita locale, rapido e autentico, che sembrava chiudere idealmente il viaggio.

Il volo per il ritorno era previsto nel primo pomeriggio, così abbiamo deciso, dopo una ricca e abbondante colazione in hotel, di dirigerci verso Bayonne per visitare la cattedrale e alcune vie del centro storico. Il ritorno all’auto a noleggio per la riconsegna della Hyundai è stato leggermente più teso del previsto, per via della solita incertezza — mai davvero risolta nonostante i molti viaggi — su ciò che potrebbe essere contestato o meno al momento della consegna. Ça va sans dire direbbero i francesi, ma per noi non è cosi scontato. 

Il viaggio si chiude con immagini di strade che scorrono senza interruzioni, di paesaggi che cambiano lentamente oltre il finestrino, e della sensazione che ogni tratto abbia avuto il suo significato preciso nel momento in cui veniva attraversato. E alla fine riaffiora un’idea quasi d’origine: quel modo di viaggiare che nasceva ai tempi del camper, quando il percorso era già parte della vacanza e non solo un mezzo per arrivare. Lo stesso spirito si è ripresentato, adattato a un’auto a noleggio, ma con la stessa libertà di deviazione, di sosta, di scoperta lungo la strada. Un ritorno discreto a un’abitudine, per noi, mai davvero scomparsa.  Guidare sulle strade nazionali francesi è un’esperienza in sé. Niente buche, carreggiate scorrevoli e una cura evidente a ogni chilometro. Il viaggio non è solo uno spostamento, ma diventa parte del paesaggio, grazie a percorsi spesso panoramici che attraversano, come in questo itinerario, campagne ordinate, vigneti e tratti di costa. Sembra quasi che la strada sia pensata non solo per arrivare, ma anche per essere guardata. Quando si fa un viaggio itinerante, ogni giorno diventa un piccolo mondo a sé. Già dopo poco si comincia a dire “da quanto siamo in viaggio”, a rimettere insieme i ricordi del giorno prima, a chiedersi cosa abbiamo visto, cosa abbiamo mangiato, cosa abbiamo bevuto. E improvvisamente sembra passato molto più tempo di quello reale, come se quei luoghi fossero già lontanissimi, quasi appartenessero a un’altra vita. Alla fine si ha la sensazione di essere in viaggio da sempre, immersi in un tempo diverso, più largo e più pieno.

Post's song: "J'obtiens toujours ce que je veax" performed by Lio

6/26

 

vendredi, mars 06, 2026

Le meilleur, sinon rien

Il motto di roguesblog è : “Il meglio, altrimenti niente”, vent’anni di diario personale tra viaggi, ricordi e riflessioni. Da due anni, dopo aver lasciato la mia attività lavorativa, ogni mattina seguo il mio piccolo rituale : colazione felice in pasticceria e passeggiata lungo la pedonale/ciclabile della Martesana, il naviglio vicino casa, ascoltando la mia musica negli auricolari. È il momento in cui osservo, rifletto e mi preparo a scrivere; tornato a casa, butto giù qualche riga, solo per ricordare, fissare un pensiero o un’emozione, senza fretta e senza aspettative. Così inizia la giornata sul mio blog, il roguesblog, il mio diario personale di viaggi e riflessioni. Nessuna intenzione di pubblicare i miei scritti in un libro, anche se una copia celebrativa, da conservare negli archivi cartacei, avrebbe per me un senso… semplicemente il mio spazio, mio e di chi vorrà leggere. Oggi, mentre stavo rivedendo alcune cose nel layout del blog, mi sono accorto di una cosa : "roguesblog compie vent’anni”. È nato il 6 marzo 2006 come piccolo diario digitale e, senza che me ne accorgessi davvero, è cresciuto insieme a me : tra viaggi, fotografie, lavori grafici e riflessioni. Non è un caso, allora, se il titolo di questo post — e il motto del blog — è in francese : “Le meilleur, sinon rien”. In questi vent’anni la Francia è stata il paese in cui ho trascorso più tempo in viaggio, 52 volte, e Parigi la città che ho visitato più di tutte, 27 volte : un luogo che continuo a vivere con entusiasmo, come se fosse la prima volta. Proprio pensando a questo mio rituale mattutino di scrittura, mi è venuto in mente un film francese uscito in questi giorni, “La mattina scrivo”, il cui titolo sembra descrivere perfettamente quello che faccio quasi ogni giorno prima di iniziare la giornata. Il film ha un leitmotiv che in poche parole riassume il suo senso profondo: “Finire un testo non significa essere pubblicati, essere pubblicati non significa essere letti, essere letti non significa essere amati, essere amati non significa avere successo, e il successo non offre alcuna promessa di fortuna”. Anche io, in vent’anni di roguesblog, ho trovato la mia libertà quotidiana nei piccoli rituali : nei viaggi, nelle foto, nelle riflessioni e nella mia musica. Ma anche negli incontri : amici di sempre e nuovi compagni di strada, conversazioni inattese, serate improvvisate. E poi le donne che, in modi diversi, hanno attraversato la mia vita, lasciando ispirazioni, emozioni e piccoli frammenti di storia personale che, a volte in modo diretto e altre più nascosto, sono finiti tra queste pagine. Vent’anni di blog significano circa 250 viaggi, quasi 500 tra grandi città, cittadine e borghi visitati, 43 nazioni, 421 voli sui 502 fatti, oltre 120 aeroporti, oltre 60.000 fotografie raccolte su Flickr, 284 canzoni e quasi 40 post di riflessioni e considerazioni personali Col tempo ho anche visto crescere il mio stile : all’inizio scrivevo post brevi, poi ho iniziato a scrivere di più, migliorando la forma. Negli ultimi anni, nei viaggi, il blog è diventato quasi un diario di bordo, con annotazioni, pensieri e osservazioni più dettagliate. Rogues è stato anche un laboratorio creativo : il marchio, le magliette, le felpe, i lavori grafici (Nutella in primis), il mio pseudonimo e le email contengono questa parola che mi accompagna da anni. Un filo rosso che attraversa lavoro, passioni, viaggi e pensieri. Rileggendo i post più vecchi e guardando le foto, mi rendo conto di quanto il blog sia stato uno specchio fedele della mia vita, un luogo dove ogni esperienza, scoperta e riflessione hanno trovato il loro spazio. Un grazie speciale va a chi ha condiviso qualche mio viaggio, agli amici incontrati lungo la strada, alle donne che ho amato, e ad Anna, la mia amica del cuore, che legge le mie bozze in anteprima prima della pubblicazione. Anche questo fa parte della storia di questi vent’anni. Non so cosa riserveranno i prossimi anni, ma una cosa è certa : continuerò a camminare, osservare, fotografare, godere dei piccoli piaceri della vita e scrivere. Perché, in fondo, un blog è proprio questo : un modo per non lasciare scappare i momenti, gli incontri e le emozioni che rendono il viaggio della vita così interessante. Domani mattina tutto ricomincerà come sempre : colazione in pasticceria, passeggiata lungo la Martesana, la mia piccola Senna, musica negli auricolari … e qualche nuova riga da scrivere su roguesblog. Roguesblog, le meilleur sinon rien.


Post's song : "La leva calcistica del '68" performed by Francesco de Gregori

samedi, février 28, 2026

Ici Paris

L’indomani del ritorno da un viaggio, dopo essere rientrato in serata, svuoto il trolley, controllo le spese sostenute e comincio a trasferire le istantanee dalla macchina fotografica al personal computer. Ogni immagine richiama odori, suoni e dettagli che mi serviranno per la stesura del racconto. Butto giù qualche riga, frammenti di ricordi che poi diventeranno un post per il mio blog. Come sempre, la mia amica del cuore Anna leggerà la bozza, pronta a cogliere ogni dettaglio ortografico e stilistico, per renderla accurata prima della pubblicazione. Questo ennesimo racconto parigino — il ventisettesimo, per la cronaca — narra quattro giorni nella Ville Lumière, in un mese insolito per le nostre scorribande : febbraio, con un tempo meteo sorprendentemente meraviglioso. Io, Betty e Vito ci lasciamo trasportare tra un ristorante mai provato e altri diventati ormai certezze, lunghe camminate per strade che sembrano cambiare a ogni angolo, pedalate su piste ciclabili mai percorse e scorci inediti su attrazioni iconiche come la Tour Eiffel o il Sacro Cuore, senza dimenticare la scoperta di nuovi angoli della città. Tutto nasce come pretesto per assistere al musical scritto e musicato da Sting, “The Last Ship”, proprio per la presenza carismatica dell’artista sul palco. Come da tradizione degli ultimi anni, il taxi a prezzo fisso ci porta dall’aeroporto di Orly alle nostre basi nel quartiere di Montparnasse, in piena Rive Gauche. Scelsi Montparnasse nel lontano 2003 per ragioni sentimentali e cinematografiche, sognando un appuntamento con Silvia post-addio sulla scia del film Love Affair : nella pellicola era l’Empire State Building di New York, mentre qui a Parigi la mia attenzione era tutta per la Tour Montparnasse. Mai scelta, negli anni seguenti, si è rivelata più azzeccata : il quartiere è animato sia al mattino che alla sera, e l’incrocio, che sembra una piccola piazza, dove si trova l’entrata della metropolitana di Edgar Quinet, mi riporta sempre a quel 2003. Da allora lo sento come la mia comfort zone parigina, un luogo familiare dove tutto sembra trovare il suo ritmo. Passeggiare per le sue strade permette di respirare quell’atmosfera unica : Montparnasse, con i suoi storici caffè e brasserie, è stato da sempre teatro di incontri artistici e letterari, e ogni angolo porta con sé un’eco di quell’energia creativa. Dall’hotel ci siamo incamminati verso Rue de Rennes, godendoci le prime impressioni della città con il sole che illuminava le facciate dei palazzi. La passeggiata ci porta fino a Rue Bonaparte, tra vetrine eleganti, caffè storici e negozi d’arte, respirando l’atmosfera del quartiere e lasciandoci trasportare dal ritmo unico di Parigi. Ogni angolo sembra raccontare una storia diversa, e anche in queste prime ore ci rendiamo conto di quanto la città possa sorprendere, anche per chi, come noi, la conosce già da tempo. Arrivati al lungo Senna, il sole di febbraio illumina l’acqua mentre attraversiamo il Pont des Arts, la passerella in legno che collega l’Institut de France a una parte del Louvre, scoprendo la città da un’angolazione insolita. Dall’altra parte, sulla Rive Droite, ci accolgono le storiche bouquinistes, traboccanti di libri, poster, cartoline e oggetti di ogni tipo. Passeggiare tra quegli scaffali verdi e consumati dal tempo è come sfogliare un album di storia parigina, con sorprese nascoste dietro ogni copertina. Proseguendo lungo Rue de Rivoli, entriamo nel cuore del Marais, tra negozi vintage ricchi di originalità e altre vetrine raffinate, fino a raggiungere la maestosa Place des Vosges, con la sua architettura armoniosa e l’atmosfera che da secoli caratterizza questo angolo storico di Parigi. Con i cellulari aperti sulle mappe della città, puntiamo verso i due obiettivi che completeranno la giornata in modo perfetto. Arrivati davanti allo storico ristorante Bofinger, nella zona della Bastiglia — una vera istituzione parigina, aperta nel 1864 — restiamo colpiti dalla sua presenza scenica. Le sale, rinnovate nel tempo con un sontuoso mix di decorazioni Art Nouveau e Belle Époque, tra vetri colorati, boiserie lavorate, specchi incisi e divanetti in pelle, restituiscono un’atmosfera che sembra portarci indietro nel tempo senza togliere nulla alla convivialità del presente. Sfogliando il menù — tra piatti classici della cucina francese e specialità alsaziane - chiediamo come poter fare per cenare senza aver prenotato; ricevute le indicazioni, facciamo prima una tappa lungo il Canal Saint‑Martin, fino al ponte passerella intitolato a Jane Birkin, godendoci l’ora del tramonto e il lento scorrere dell’acqua. Al ritorno, il Bofinger ci accoglie al nostro tavolo : l’atmosfera è calda e avvolgente, perfetta per concludere la giornata con piatti che celebrano la tradizione francese — zuppa di cipolle gratinata al Munster (formaggio) e scaloppa di foie gras appena scottata — accompagnati da un servizio che sembra fondersi con la lunga storia del locale. Con le luci della sera ci muoviamo verso la metropolitana : i quasi 20 km percorsi in un solo pomeriggio si fanno sentire tutti. Le prime ore parigine si rivelano elettrizzanti e, come sempre, sorprendenti, trasmettendoci la sensazione che ogni angolo della città abbia qualcosa da raccontare e da emozionare, e invitandoci a sognare anche nei giorni a seguire. Il giorno dopo si apre con il ritrovo con Betty e Vito nella piazzetta all’incrocio di Edgar Quinet, dove le prime bancarelle del mercato aprono al pubblico. Da qui ci dirigiamo verso Rue de la Gaité per la prima colazione : il nostro locale preferito, Le Plomb du Cantal, aprirà il giorno seguente, quindi optiamo per la seconda scelta, il Tournesol. Qui ci godiamo il rituale caffè au lait, baguette con burro e marmellata di fragola e succo d’arancia fresco. Dopo colazione, come da tradizione, visitiamo il cimitero di Montparnasse, che consideriamo un giardino ricco di storia e memoria. Omaggiamo sempre le nostre “vecchie conoscenze” Gainsbourg e Jane Birkin, ormai quasi di famiglia, che hanno ispirato luoghi a noi cari di Parigi. Tra le tombe ci sorprende una coppia di pappagallini che sbuca da un albero, con lo skyline della Tour Montparnasse sullo sfondo : un piccolo momento di meraviglia che ci emoziona. Ora siamo pronti per il nostro giro classico. Dopo una mia tribolazione con l’app per le biciclette, partiamo, transitando davanti all’abitazione di Gérard Depardieu, per proseguire verso la Cappella di Nostra Signora della Medaglia Miracolosa in Rue du Bac, luogo di pellegrinaggio e meta di un altro dei nostri riti parigini. Continuiamo poi verso l’Hôtel des Invalides, la Tour Eiffel e i Grand e Petit Palais, godendo di scorci ormai familiari ma sempre emozionanti. Per l’ora di pranzo raggiungiamo il tavolo prenotato al ristorante Au Vieux Paris d’Arcole, nascosto in una stradina dietro Notre Dame, dove ognuno di noi gusta la propria grande porzione di foie gras scottato e un assiette di ottimi formaggi da condividere. All’uscita dal pranzo, ci dirigiamo a piedi dall’Île de la Cité verso l’Île Saint-Louis, per poi attraversare il Pont Louis-Philippe e raggiungere i tavolini all’aperto del locale omonimo sulla Rive Droite, fronte sole, per un caffè e un momento di relax, assaporando l’atmosfera di questa zona di Parigi. Dal locale imbocchiamo poi la stradina che costeggia il retro della chiesa dei Santi Gervasio e Protasio : l’interno è freddo come temperatura dopo il sole della pausa. All’uscita troviamo una novità assoluta nel nostro girovagare per Parigi : le Jardin du 13 novembre 2015, il giardino commemorativo nato per ricordare gli attentati di quel tragico giorno. Blocchi di granito, incisi con i nomi delle persone scomparse e i luoghi colpiti — tra cui il Bataclan, teatro del più alto numero di vittime — sono disposti in modo da invitare alla riflessione e alla memoria. Sempre a piedi, costeggiamo il lungo Senna, il cui livello in questi giorni tocca la pavimentazione a causa delle piogge passate — fortunatamente noi le abbiamo evitate — e torniamo sulla Rive Gauche per prendere le biciclette. Percorriamo costeggiando il fiume la lunghissima pista ciclabile che ci conduce fino a Boulogne‑Billancourt, quasi un’ora di bellissima pedalata ancora con la luce del sole, su un percorso che non avevamo mai provato nelle precedenti scorribande parigine. A Boulogne‑Billancourt sorge La Seine Musicale, il centro musicale e teatrale sull’Île Seguin, dedicato ai concerti e ai musical, con spazi che dominano il fiume e accolgono grandi produzioni artistiche. È qui che si trova il teatro per l’evento che ha generato questo viaggio : il musical “The Last Ship” di Sting, che Vito, con la sua grande cultura musicale, ci aveva caldeggiato, un po’ come anni prima era successo con Jimmy Buffett e i nostri conseguenti dieci anni di appuntamenti settembrini nella capitale francese. Lo spettacolo è stato un vero successo teatrale : quasi due ore e mezza di musica e narrazione intensa, ambientata in gran parte nei cantieri navali di Newcastle, con musiche originali e alcune canzoni già note come “All This Time” dall’album “The Soul Cages”. La rappresentazione era in inglese, con traduzioni in francese sui lati degli schermi, che purtroppo non mi hanno permesso di seguire appieno la storia. Nonostante ciò, è stato un bell’evento, emozionante e curato in ogni dettaglio. All’uscita, vista l’ora tarda, abbiamo preso la metropolitana e, una volta tornati in zona Montparnasse, tre caffè au lait hanno chiuso la giornata intensa per ritmo e lunghezza, con il senso di aver vissuto appieno ogni momento. La seconda giornata ci ha visti immergerci completamente in Parigi, tra rituali consolidati e scoperte nuove. Dalla colazione a Montparnasse alla passeggiata tra tombe e pappagallini, dai classici scorci cittadini fino alla pedalata lungo la Senna e all’emozione di “The Last Ship” a La Seine Musicale : ogni momento ha unito storia, musica, luce e movimento, lasciandoci con la sensazione che la città continui a sorprendere e a raccontarsi, anche a chi crede di conoscerla. Il terzo giorno si apre ancora con il sole e una temperatura gradevole. Questa volta sarà il nostro Plomb du Cantal a regalarci il momento felice della prima colazione: caffè au lait, succo d’arancia fresco, croissant fragrante e una mezza piccola baguette con burro e marmellata di albicocca. Il tutto a un prezzo imbattibile: 6,80 euro. Con tutta questa energia in corpo e per evitare le salite che portano a Montmartre, prendiamo la metropolitana, che nella prima parte sulla linea 6 permette di vedere, con la luce del sole, il profilo unico della Tour Eiffel. Arrivati alla fermata Anvers, il tempo di una piccola camminata e la figura del Sacro Cuore appare nel suo bianco splendore, incorniciata dal cielo terso e azzurro. La lunga scalinata laterale, a fianco di quella pedonale centrale, ci fa arrancare, ma il risultato visivo all’arrivo sulla Place du Tertre è sempre straordinario. Quest’anno l’abbiamo vista nel suo splendore completo, senza i tavoli dei ristoranti a coprire le tele degli artisti che dipingono ritratti da portare a casa come souvenir personalizzati e artistici. Scendiamo poi dalla parte opposta a quella che in genere percorriamo, uno scorcio nuovo della basilica che ci regala una prospettiva diversa e sorprendente. Dopo una breve camminata, riprendiamo i nostri “cavalli a pedali” e ci dirigiamo verso la zona del Palais Royal, vicino al Louvre. Quest’anno troviamo qualche difficoltà nel lasciare le biciclette nelle stazioni apposite, ma per fortuna l’app Vélib’ ci aiuta a trovare spazi nelle vicinanze. Sta arrivando l’ora di pranzo. Percorriamo tutto il giardino del Palais Royal per sbucare dalla parte opposta, dove si trovano il ristorante Le Grand Colbert e la Galerie Vivienne. La nostra destinazione è il Caffè Bistrot Victoires, che ci ricorda subito le cene post‑concerto di Jimmy Buffett degli anni d’oro che abbiamo visto. Non è possibile prenotare, ma al nostro arrivo siamo fortunati : non c’è coda, nonostante il locale sia già pieno. Il locale è splendido e il rapporto qualità-prezzo eccezionale. Io e Betty scegliamo la tartare di salmone appena scottata, accompagnata da insalata fresca, mentre Vito opta per una loro specialità : l’entrecôte al timo fumante con patatine fritte. E cosa c’è di meglio di un flûte di champagne per suggellare questo splendido pranzo? Ça va sans dire. Il grande barattolo di moutarde al centro tavola ci ha permesso di spazzolare almeno due cestini di pane fresco delizioso e il piatto di formaggi da condividere insieme a un bicchiere di rosso Malbec. Il dopo pranzo, sempre con un sole caldo, lo trascorriamo camminando verso la Chiesa di Saint‑Eustache, nella zona del Forum des Halles. La chiesa è mastodontica, imponente nel suo stile gotico, e gli interni sono splendidi e catturano lo sguardo a ogni passo. Peccato che uno dei pezzi più interessanti, il trittico in bronzo di Keith Haring, fosse in trasferta. Nonostante la sua assenza, la visita resta emozionante e ci permette di apprezzare la magnificenza della chiesa. All’uscita, ci fermiamo a prendere un po’ di sole sulle panchine in marmo con vista sul giardino e sulla Bourse de Commerce, uno di quei momenti di pausa perfetta : luce calda e la città che scorre lenta davanti a noi. Riprendiamo poi la camminata verso il Centre Pompidou, attualmente in ristrutturazione. Qui riprendiamo le biciclette e ci dirigiamo verso le Galeries Lafayette. Sulla strada ci fermiamo davanti all’Olympia, che in serata avrebbe ospitato la cerimonia dei César, l’equivalente francese degli Oscar. Per noi, che adoriamo la scrittura e le interpretazioni del cinema transalpino, così diverse e affascinanti rispetto ad altre produzioni, è un’emozione particolare trovarci proprio lì. Peccato non poter assistere dal vivo alla premiazione, ma lo faremo in tv nella camera dei nostri hotel. Arrivati alle Galeries Lafayette, restiamo incantati dalla cupola centrale in stile Art Déco, uno spettacolo di vetri colorati che illumina l’interno del grande magazzino. Decidiamo di salire sulla terrazza panoramica, da cui si apre un bel panorama di Parigi, con la Tour Eiffel che spicca all’orizzonte tra tetti e cupole. Tornati a terra, ci dirigiamo verso Place Vendôme per la tradizionale “toccata e fuga” all’interno del Ritz, icona dello stile e dell’eleganza parigina. Facciamo poi una piccola pausa per le nostre gambe ai Giardini delle Tuileries, prima di riprendere le biciclette e tornare alla nostra zona. Senza passare dalle camere, arriviamo al ristorante Le Plomb du Cantal, nella piccola piazzetta  verde vicino al nostro hotel. Evitiamo così la coda che di solito si forma per la cena, che non può essere prenotata. Al Plomb du Cantal, una delle nostre certezze parigine, propongono piatti della cucina dell’Auvergne, una regione del centro della Francia. La scelta cade per tutti su un’omelette “baveuse” con tre uova, accompagnata da una pentola di aligot — purè filante con formaggio e aglio — da condividere. Una caraffa di rosso della zona suggella al meglio la nostra ultima serata parigina. Al rientro nelle camere, ci concediamo la visione della premiazione dei César francesi. È incredibile vedere attori che fanno parte della nostra vita cinematografica, che abbiamo seguito nei loro film e amato negli anni : un finale perfetto per chiudere questa intensa giornata nella Ville Lumière. Il terzo giorno ci ha visto immergerci completamente in Parigi, tra rituali quotidiani e piccole sorprese : la colazione al Plomb du Cantal, la salita al Sacro Cuore, la pedalata verso Palais Royal, con la sosta per il pranzo al Bistrot Victoires, la passeggiata tra Galeries Lafayette, Place Vendôme e la contemplazione della Chiesa di Saint‑Eustache. Ogni passo unisce architettura, storia e vita quotidiana, mentre il tramonto ci ha accompagnato verso l’ultima cena al Plomb du Cantal con omelette e aligot, e la visione dei César ha chiuso la giornata con emozione e senso di appartenenza al cinema francese che tanto amiamo. L’ultima mattina ci accoglie con un cielo ancora limpido e una luce chiara che illumina i tetti della casa di fronte al mio hotel. Dopo la colazione, replica perfetta del giorno prima, al Plomb du Cantal, ci concediamo un’ultima pedalata verso il Quartiere Latino. Ci fermiamo a salutare i ragazzi di Signorvino, Beatrice in primis, e dove abbiamo conosciuto la new entry Zeno. Un saluto affettuoso, di quelli che sanno già di arrivederci. Poi ci immergiamo nelle stradine del quartiere, a quell’ora ancora tranquille, tra ristoranti e negozi di souvenir, godendoci il ritmo lento di chi sa che il viaggio sta per concludersi. Decidiamo quindi di andare a Notre-Dame. La coda per entrare è scorrevole e gli interni sono meravigliosi, luminosi, solenni. Cercavamo la Corona di Spine, la reliquia legata alla Passione di Cristo, che purtroppo è visibile solo nel tardo pomeriggio quando viene esposta nel suo reliquiario per la venerazione. Ci accontentiamo della bellezza dell’insieme, che dopo la rinascita recente emoziona ancora di più. All’uscita ci dirigiamo verso un’altra certezza del nostro vivere Parigi : il pranzo al Bistrot de Paris, tanto caro a Serge Gainsbourg e, per riflesso, anche a noi. L’accoglienza è sempre calorosa, premurosa al tavolo, sincera. Prima di scegliere i piatti dal menù regalo a Ioannis la Nutellina personalizzata celebrativa che nelle visite precedenti avevo già donato ad Ahmed, Gabriel e Ben — piccoli rituali che creano legami. Le scelte dei piatti saranno diverse : Betty opta per la dorade (orata) con salsa allo champagne, Vito si lancia sulla guancia di manzo con verdure cotte, io resto fedele alla classica tartare con patatine fritte. Una caraffa di ottimo rosso della Valle della Loira accompagna il tutto e il finale è una generosa mousse al cioccolato da condividere. A sorpresa arriva anche un bicchiere di rosso della Côte du Rhône, offerto con grande cortesia da Guillaume, maître di sala. Noi, senza dirlo, abbiamo già deciso che al prossimo giro ci sarà una Nutellina per lui. Il locale è perfetto per assaporare l’atmosfera e imprimere nella memoria l’odore di Parigi, il chiacchiericcio dei commensali, la luce che entra dalle vetrate, la disposizione dei tavoli : piccoli dettagli che, anche senza fretta, ricordano quanto sia intensa la vita in questa città. Poi è davvero tempo di tornare verso l’hotel, questa volta a piedi, sotto una pioggerellina leggera e non fastidiosa, quasi un saluto discreto. Recuperiamo i bagagli e ci dirigiamo verso l’aeroporto in taxi, come all’andata. Il viaggio di ritorno è un misto di dolce stanchezza fisica e soddisfazione : tre giorni pieni di luce, sapori, musica, arte e momenti condivisi che resteranno scolpiti nei ricordi, con la certezza che Parigi, ancora una volta, ci ha sorpresi e conquistati. Parigi non è mai solo una città. È un’abitudine che ritorna, un rito che si rinnova, un filo invisibile che ogni volta mi riporta qui. È nella colazione del mattino, nelle camminate e nelle pedalate lungo la Senna, nelle luci che accendono la sera, nei bistrot dove il tempo rallenta davanti a un bicchiere di rosso o a una coppa di champagne. Ogni viaggio aggiunge un tassello : un volto, una musica, un sapore, una luce diversa sui tetti. E quando l’aereo si stacca da terra, non è un addio ma un semplice “au revoir". Perché Parigi non si lascia mai davvero : resta addosso, discreta e presente, pronta a farsi ritrovare al prossimo ritorno. Avevo visto e scritto bene già nel 2003. E, a distanza di anni, continuo a scoprire che riesco a guardarla con occhi diversi ogni volta che torno. Ed è forse questo che mi sorprende di più : cambiare io, mentre Parigi continua a sorprendermi. Forse perché la formula del diario di viaggio e delle sensazioni non è solo un modo di raccontare, ma un modo per prolungare l’aver vissuto qualcosa. E anche per fissare quei dettagli che la mia memoria, ogni tanto, si prende una pausa non programmata.

Post's song : "All this time" performed by Sting

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mercredi, décembre 31, 2025

2025 : il mio futuro? Vivere a modo mio.

Dall’esperienza di quest’anno, la voglia di seguire il mio cammino. Quest’anno ho viaggiato molto in compagnia, soprattutto con mio fratello Vito e mia cognata Betty. Con loro ho riscoperto grandi città come Genova e Roma, respirato il mare in Sardegna e Calabria, e naturalmente non è mancata la mia Parigi di sempre, un appuntamento fisso da oltre vent’anni. Insieme a Vito, Betty e al nipote Edoardo con Melanie, abbiamo trascorso anche la Pasqua nelle Langhe e, come novità, la vacanza di Natale in un’area che unisce le province di Treviso e Venezia. Ci sono stati anche momenti più tranquilli : qualche giorno in montagna a Branzi con Vito, Betty e sua sorella Anna, una giornata al lago di Stresa con Anna e Paolo, e un viaggio in solitaria in Provenza per ammirare la piena fioritura della lavanda. Altre avventure mi hanno portato in Grecia, in una piccola isola delle Piccole Cicladi, la meravigliosa Koufonissi, da Cinzia, Andrea e Paola, e in Germania con Anna e Umberto, giustificando il viaggio con il pretesto di un concerto. Sulla salute, quello che doveva essere un anno tranquillo di follow-up si è trasformato in una lunga battaglia dove per quasi nove mesi ho convissuto con un maledetto batterio introdotto durante una cistoscopia di controllo. Ma ci sono momenti che valgono tutto : le risate che esplodono durante le cene con Anna, Umberto e Luca in zona comasca; quelle con gli amici Dottori Meri e Frenk (scritti così, non Mary e Frank); qualche pranzo a casa di Paola e Lucio, con le decennali partite a scala 40 solo con Lucio nel dopo pasto oppure quelli gourmet dello chef Fanto (da CInzia e Andrea). Ci sono gli innumerevoli pranzi con Vito e Betty in centro, o le domeniche nel nostro ristorante di riferimento, dove le meravigliose specialità pugliesi rendono ogni incontro speciale; in qualche occasione si è aggiunta Maria Grazia e il cugino Meme, rendendo l’atmosfera ancora più calorosa.  Non mancano nemmeno i gesti quotidiani che rendono speciale ogni rapporto : gli sms mattutini con Umberto, le email e le lunghe telefonate confidenziali con Anna, e le più brevi ma sempre divertenti telefonate con Lucio. Come non sono mancati nemmeno i momenti di condivisione e quelli più intime e personali : ho aiutato mio fratello Roberto nella stesura del suo libro di vita, e ogni mattina ho goduto delle insostituibili colazioni alla Pasticceria Motta, con quel delizioso croissant al profumo di burro e vaniglia, glassato di zucchero, che accompagno al mio latte macchiato. E poi gli incontri mattutini sul Viale Monza con Nataliya la mia traduttrice del blog in lingua cirillica. Sempre più spesso mi trovo “schifato” dagli atteggiamenti di chi pensa di sapere tutto di tutto e di tutti, senza accorgersi (lo spero) di quanto siano incredibilmente contraddittori, e dall’uso ossessivo degli smartphone da parte di alcune persone, come se tutto dovesse ruotare attorno agli schermi, a scapito dei rapporti reali. Molto di quello che vedono e leggono è banale, sterile e soprattutto opinabile, eppure tutti lo presentano come se fosse una illuminazione divina. In un anno fatto di viaggi, di sfide sul fronte salute e di incontri, ciò che porto con me è la consapevolezza che la vita, nei suoi gesti più semplici, sa sempre sorprendere. Tra una città riscossa, un pranzo condiviso, una partita del mio Chelsea in TV, un croissant al mattino e le piccole conversazioni quotidiane, c’è un filo invisibile che lega tutto : la capacità di sentire, di essere presenti, e di accogliere ogni momento, piccolo o grande, come unico e irripetibile. Quest’anno ho raggiunto i 500 voli, un traguardo che mi fa sorridere pensando a tutti i cieli attraversati e ai paesaggi che ho visto. Negli ultimi anni, dopo il periodo post-Covid, ho viaggiato meno in aereo, ma sento che con il 2026 voglio riprendere a volare, a scoprire nuovi posti e a respirare quell’emozione unica che solo partire sa regalare. Per il 2026 desidero un anno profondamente personale e intimo, dedicato a me stesso. Prima di tutto la salute, poi una stabilità economica più solida e, chissà, forse qualche sorpresa anche sul fronte affettivo e sentimentale. E naturalmente auguro salute e serenità a chi mi vuole bene, senza chiedere altro. Che sia un anno in cui ogni attimo, piccolo o grande, venga vissuto con consapevolezza, in cui le piccole felicità quotidiane continuino a fiorire e in cui ci sia spazio per coltivare ciò che davvero conta, senza fretta, senza rumore, solo con la quieta intensità della vita vissuta a modo mio. Il 2026 è davanti a me : lo voglio vivere con salute, serenità e attenzione a ciò che rende la vita vera.  Alla fine di questo anno sento di poter dire una cosa semplice, senza rabbia e senza recriminazioni : nella vita mi sento ancora un po’ in credito. E lo dico pur sapendo di essere stato fortunato. Per questo il primo pensiero va ai miei genitori, che non ci sono più, e ai quali devo tutto ciò che sono : i valori, il modo di stare al mondo, la capacità di dare senza fare conti. Forse è proprio per questo che, nel tempo, ho spesso dato più di quanto abbia ricevuto. L’ho fatto senza calcolo, perché era naturale così, e non me ne pento. Oggi però ne sono consapevole, e questa consapevolezza è diventata una forma di rispetto verso me stesso. Il futuro lo immagino così : continuare a vivere con gratitudine, ma anche con maggiore attenzione a ciò che ritorna, senza smettere di essere quello che sono. Se c’è ancora qualcosa che la vita mi deve, arriverà. E se non arriverà, resterà comunque il valore di tutto ciò che ho dato. Mentre scrivo questo post di fine anno, che mi serve per riassumere quanto vissuto, visto e fatto, penso a quello che sta avvenendo in questi giorni: tutti a chiedere ‘“Cosa fai l’ultimo dell’anno?”, come se fosse fondamentale sapere ogni dettaglio della vita altrui. Io, invece, non pongo mai questa domanda e non amo né l’inizio né la fine dell’anno. Per me, ogni giorno è una fine e un inizio.

Post's song : "Elegantly wasted" performed by INXX

dimanche, décembre 28, 2025

Natale "mantecato"

Questo è il secondo Natale con la stessa formazione : una piccola tradizione che sta prendendo forma, intervallata da una Pasqua condivisa, come una parentesi luminosa tra un inverno e l’altro. Questa volta abbiamo preso un’auto a noleggio partendo direttamente da casa ed era la prima volta che ci capitava. Per cinque giorni e in cinque, con spostamenti relativamente brevi tutti al Nord, abbiamo dovuto ripensare alle nostre abitudini e ai mezzi : le auto di uso quotidiano, affidabili quanto compatte, non sarebbero bastate, tra borse, regali, giacconi e persino un ukulele. Tra spintoni gentili visto che i sedili posteriori non erano comodissimi, ci siamo organizzati come si poteva, stringendoci un po’ per stare insieme. Anche questo, in fondo, faceva parte del viaggio. Al momento del ritiro, la Renault Clio color orange era ancora un semplice mezzo, anonimo e funzionale, ma già prometteva qualcosa : quell’arancione acceso, un po’ festoso, sembrava fatto apposta per accompagnare un Natale frizzante. Solo più avanti in corso d’opera, durante la visita allo showroom della cantina storica Mionetto (specializzata nella produzione di prosecco in varie tipologie), quel colore avrebbe finalmente trovato il suo nome. Da quel momento in poi, la Clio sarebbe diventata color Mionetto, e non avrebbe potuto chiamarsi in nessun altro modo. Abbiamo percorso i quasi trecento chilometri che ci separavano dalla base scelta a Scorzè, una casa su due piani ricavata da un vecchio fienile. All’interno, un meraviglioso camino prometteva calore, profumo di legna e lunghe serate rilassanti. Entrare lì è stato come trovare un porto : lo spazio giusto per contenere noi cinque, le valigie, i giacconi ancora addosso e quella bellissima sensazione che solo certe case sanno dare. La casa sembrava dettare il ritmo lento di un Natale “mantecato”, nome preso in prestito dal baccalà tipico di queste parti, che avremmo gustato subito come antipasto nella piccola osteria del paese, adagiato su una fetta di polenta grigliata, calda e leggermente croccante ai bordi. La cremosità del baccalà e il sapore rustico della polenta si tenevano insieme alla perfezione, come se il viaggio per arrivare fino lì si fosse sciolto in quel piatto. Seduti attorno al tavolo, tra chiacchiere leggere e brindisi, abbiamo capito che quel Natale sarebbe passato anche da lì : dal cibo, dalla condivisione, da ciò che lentamente si lega. Il baccalà mantecato aveva aperto le danze culinarie, quasi un rito di benvenuto. A seguire, il primo piatto : il risotto di gò (ghiozzo) il pesce tipico della zona, con un’armonia delicata tra riso e pesce. Poi è arrivato un fritto misto, croccante e profumato, perfetto per chiudere il pasto. Il tutto era accompagnato da un litro e mezzo di prosecco sfuso, frizzante e leggero, che scorreva tra molteplici brindisi, rendendo l’atmosfera ancora più conviviale. Dopo il rientro dal pranzo, abbiamo deciso di fare un salto a Treviso, per ammirarla con le luci della sera, visto che il buio arrivava già nel tardo pomeriggio. L’impatto con la città è stato emozionante : i canali riflettevano le luci natalizie, il centro storico brillava tra vetrine decorate e luminarie, e le piccole vie acciottolate invitavano a passeggiare lentamente. Abbiamo osservato i portici eleganti, le piazze, le case dalle persiane color pastello, respirando appieno l’atmosfera dei giorni che precedono il Natale. I profumi e i sapori del vin brulé e del sidro di mele caldo, assaggiati in condivisione, si mescolavano all’aria frizzante. Al rientro a Scorzè ci siamo fermati in una pizzeria per prendere cinque pizze d’asporto da consumare a casa, pronte a chiudere in maniera semplice ma gustosa la prima giornata del nostro Natale “mantecato". Il giorno della vigilia, come da previsioni meteo azzeccatissime, la pioggia ci ha accolto già al cancello di casa, sconvolgendo in piccola parte il programma. Abbiamo deciso di dirigerci verso la zona di Valdobbiadene per due motivi principali : il desiderio di incontrare all’Abbazia di Follina Padre Francesco Rigobello, “scoperto” nei primi anni 2000 a Milano, nella Chiesa di San Carlo, e l’occasione di ammirare le colline del prosecco, patrimonio dell’umanità dell’UNESCO. L’incontro con Padre Francesco è stato emozionante : anche lui era sorpreso della nostra visita. Ci avevano colpito, a Milano all’epoca, le sue omelie fuori dal comune, che sfidavano le interpretazioni tradizionali, e insieme le abbiamo ricordate, ripercorrendo le sue frasi e i suoi pensieri, scambiandoci emozioni, gioia e tenerezza. Alla fine ci siamo scambiati le email per inviargli la foto che abbiamo scattato insieme nel chiostro romanico dell’Abbazia di Follina, mantenendo vivo un contatto che ora ci lega a quel ricordo speciale. Dopo tanta emozione, ci siamo concessi un pranzo all’Osteria il Caminetto a un passo dall’Abbazia, proseguendo la scia del “baccalà” : nella versione mantecata, racchiuso in un paninetto, e in quella classica alla vicentina con polenta. Ottima l’insalata di barbabietole scelta da Melanie. A chiudere il pasto, un’altra delizia nata in queste terre : un perfetto tiramisù, dolce e delicato, con il cacao appena spolverato, capace di completare una giornata già così intensa e speciale. Nel pomeriggio, dopo il pranzo, ci siamo inoltrati all’interno delle famose colline del prosecco, fermandoci proprio alla cantina Mionetto di Valdobbiadene, a cui avevo già fatto riferimento parlando del colore dell’auto. Anche sotto un cielo grigio e piovoso, lo showroom sembrava sospeso nel tempo, tra file ordinate di bottiglie. La serata della vigilia l’abbiamo trascorsa in casa, assaggiando formaggi locali e un fiocco di prosciutto crudo, accompagnati da una bottiglia di Tignanello del 2018, portata da Edoardo, che se l’era aggiudicata in un’asta aziendale. Il camino acceso, le luci soffuse e i sapori di quella serata hanno reso quel momento di convivialità familiare un preludio perfetto al Natale ormai alle porte. Il giorno di Natale, il tempo meteo è stato clemente, senza pioggia e senza la cupezza della giornata precedente. Avevamo prenotato il tavolo del nostro pranzo all’Antica Trattoria Agnoletti di Giavera del Montello, in provincia di Treviso, ma prima di arrivarci abbiamo deciso di fare un salto proprio a Treviso per rivederla con la luce del giorno. Ripercorrendo i luoghi visti con le luminarie, ci siamo soffermati anche al Duomo, dove siamo arrivati nel finale della messa di Natale, per la solennità del momento. Mentre percorrevamo la strada verso il ristorante, Edoardo ha fatto uscire dalle casse della Clio l’anteprima della sua nuova canzone, “Thank You”, subito approvata come canzone del viaggio. Bellissima sia nella musica che nel testo, un canto di ringraziamenti tradotto per noi via “WhatsApp" dal nipote artista. Il pranzo all’Antica Trattoria Agnoletti è stato luculliano e di buona qualità, dedicato per lo più alla carne, senza traccia, ahinoi, dell’amato baccalà mantecato dei giorni precedenti. Nel tardo pomeriggio siamo rientrati a casa giusto il tempo per una brevissima sosta, prima di dirigerci nella vicina Mirano per assistere al cinema al divertente film di Checco Zalone, “Buen Camino”. La cena, quella sera, l’abbiamo praticamente saltata, sazi del pranzo abbondante e felici per la giornata trascorsa insieme. Il giorno di Santo Stefano ci siamo diretti a Venezia in treno da Noale/Scorzè e, in appena mezz’ora, siamo arrivati alla Stazione di Santa Lucia. La giornata meteo era splendida : sole meraviglioso e cielo terso, un vero regalo che rendeva la città lagunare ancora più magica. Al mattino abbiamo percorso le calli e i canali, ammirando il Ponte di Rialto e le piccole botteghe. La città, non troppo affollata, ci ha permesso di godere ogni scorcio, dalle gondole lungo l’acqua alle persiane color pastello degli edifici storici. Per il pranzo ci siamo fermati all’Ostaria “Il Diavolo e l’Aquasanta”. Per quattro di noi baccalà mantecato con polenta gialla, mentre Melanie ha scelto le sarde in saor. Per me, Vito e Betty, anche il fegato con cipolle alla veneta, mentre Edoardo ha optato per una pasta al nero di seppia e Melanie per quella con zucchine e totani. A chiudere, cinque forchette per condividere un tiramisù eccellente. Tutto il pranzo è stato sempre accompagnato dal prosecco. Dopo pranzo ci siamo diretti verso San Marco e, di fronte al Ponte dei Sospiri, abbiamo cercato eventuali balzi del delfino Mimmo, che sta vivendo il suo momento d’oro in quel tratto della laguna. Abbiamo poi visitato l’originale e particolare libreria Acqua Alta, un vero piccolo labirinto di libri, dove volumi antichi e moderni si accumulano ovunque, in scaffali, vasche da bagno e persino gondole ripiene di testi, creando un’atmosfera unica, pittoresca e surreale. Al ritorno da Venezia, dove siamo stati per otto ore, abbiamo ordinato altre cinque pizze nella pizzeria adiacente alla casa, chiudendo così la giornata con semplicità ma con la stessa gioia di sempre. L’ultimo giorno, sempre con un sole lucente e un cielo limpido, prima di dirigerci verso Verona, abbiamo provato a seguire la strada dei mulini vicino a Scorzè. Il tragitto non era accessibile alle auto e quindi abbiamo deviato per vedere da fuori lo stabilimento dell’Acqua San Benedetto che, a nostra insaputa, abbiamo scoperto che si trovava proprio a Scorzè. Arrivati a Verona, ci siamo diretti prima in Piazza delle Erbe e poi all’Arena, dove abbiamo potuto ammirare da vicino il fascino unico della città scaligera. Per il pranzo, visto il tempo meteo meraviglioso, abbiamo mangiato all’aperto con lo scenario maestoso dell’Arena davanti. Prima di ripartire abbiamo fatto un salto al negozio Bauli vicino Piazza delle Erbe per una condivisione del Minuto Bauli : il "Minuto di Bauli” è il nuovo format di pasticceria/laboratorio che trasforma il classico impasto del pandoro in un dolce da gustare tutto l'anno, farcito al momento con varie creme (noi abbiamo scelto la classica pasticcera) o confetture, ideale per una pausa veloce o una merenda come la nostra. Sull’ultimo tratto di autostrada, il sole calante ha tinto l’orizzonte di tutte le sfumature dell’arcobaleno, delicate e pastello, trasformando l’ultima luce del viaggio in un quadro sospeso degno di un dipinto in stile Folon, fino alla riconsegna dell’auto presa a noleggio. Ogni mattina, nelle quattro notti trascorse nella bellissima casa di Scorzè, io, Betty e Vito ci siamo concessi una colazione nella piccola Pasticceria Ore Liete di Scorzè, dove Lamberto, il gentile ed empatico proprietario, ci accoglieva con sorrisi e consigli sulle cose da visitare davanti a latte macchiati, cappuccini, brioche fresche appena sfornate. Le serate a casa sono state altrettanto preziose : davanti al camino, premurosamente e professionalmente acceso e rinvigorito da Melanie, ci siamo goduti i film che hanno accompagnato i nostri momenti di relax : da “È tutta fortuna” con Martin Short e Danny Glover e “Una fuga per tre” sempre con Martin Short e Nick Nolte fino a "National Lampoon's Christmas Vacation" con Chevy Chase, chiudendo ogni giornata con il calore della casa, la compagnia della famiglia e la magia del nostro Natale mantecato. Alla fine, quel baccalà mantecato non era solo un piatto : era l’emblema del viaggio stesso, dei legami familiari, delle novità che abbiamo scoperto, delle strade percorse e dei piccoli rituali condivisi, come un filo invisibile che unisce ogni momento di questa avventura.

Post's song : "Thank you" performed by Edward Fox and The Animal Kingdom

12/25

jeudi, octobre 16, 2025

Il sorprendente, straordinario rosso calabrese

Sette giorni tra mare, monti, sapori e incontri di Calabria


È stata una settimana intensa, in compagnia di Vito e Betty con l’entusiasmo e la curiosità di chi non ha smesso di meravigliarsi. Abbiamo attraversato la Calabria da costa a montagna, da borghi sospesi nel tempo a spiagge che abbagliano di luce, tra incontri, belle conversazioni e momenti di autentica bellezza. Un viaggio così denso di emozioni che avrei potuto scrivere sette racconti, uno per ogni giorno, per cercare di restituire almeno in parte l’intensità di ciò che abbiamo vissuto. Al ritorno, qualcosa dentro di me mi invita a guardare a come ero prima, ora che la salute mi ricorda quanto tutto sia fragile. Riprendo la routine quotidiana, e insieme sento il bisogno di alleggerire : lasciare andare il superfluo, le cose inutili, ma anche ciò che affolla lo spazio intorno e dentro di me. Ci sono viaggi che non finiscono con il ritorno; continuano a vivere dentro di te, a fare spazio a ciò che conta davvero.


Giorno 1 – Pizzo Calabro


Era la prima volta per tutti e tre che visitavamo la Calabria : l’ultima delle venti regioni italiane a completare il nostro personale mosaico di viaggi. Come già accaduto con la Sardegna, ci siamo chiesti perché non fossimo venuti prima. Avevo sempre detto che avrei visitato l’Italia quando fossi andato in pensione, ma il Covid, in qualche modo, aveva già anticipato questo progetto, spingendomi a guardare più da vicino il nostro Paese. Ho visitato molti Paesi europei, spesso da solo, ma questo viaggio era diverso: condiviso, più lento e allo stesso tempo pieno di pensieri positivi. Tutto è iniziato a Lamezia Terme, dove abbiamo ritirato una Panda bianca a noleggio, la nostra compagna di viaggio per tutta la settimana. Prima tappa : Pizzo Calabro. Il sole ci ha accolto con un sorriso, così come il nostro primo pranzo, alle tre del pomeriggio : frittura di calamari da condividere, tonno alla griglia, vino bianco frizzante della casa e, per finire, una scelta di amari che ci ha subito introdotti al gusto forte e deciso della regione. Già in questo primo pranzo abbiamo avuto uno scambio cordiale con i gestori del ristorante Antonio e Giuseppe, che ci hanno consigliato vini, amari e posti da visitare. Tanto ci siamo trovati bene che siamo tornati da loro anche la sera, per una pizza con salame e ’nduja, preceduta da polpette di melanzane e di carne, il tutto accompagnato da un fresco rosso locale. Nel pomeriggio avevamo cercato un alloggio: il primo posto che avevamo adocchiato su internet era al completo, ma la seconda scelta si è rivelata un colpo di fortuna. Abbiamo trovato una casa accogliente e curata, con tutti i comfort, a parte i “mille” gradini per raggiungerla ! Pizzo ha una grande piazza vivace, piena di bar, ristoranti e gelaterie : celebre, ovviamente, per il suo tartufo di Pizzo. Il primo tramonto ci ha regalato colori caldi e un buon auspicio per i giorni a venire.


Giorno 2 – Tropea


Il mattino seguente siamo partiti da Pizzo alla scoperta della chiesetta di Piedigrotta, scavata nella roccia e affacciata direttamente sul mare. Un luogo sorprendente, quasi surreale, dove statue scolpite nella pietra raccontano scene religiose molto suggestive. A metà mattinata abbiamo raggiunto la seconda tappa del viaggio: Tropea. Una cittadina mozzafiato, sospesa tra cielo e mare, con la sua rupe imponente e il santuario che domina dall’alto un mare turchese dalle sfumature quasi caraibiche. Anche qui, per risalire al centro storico, i gradini non mancavano: faticosi, sì, ma affrontati con il sorriso di chi è felice di esserci. Dopo aver ammirato il panorama dalla torre, ci siamo concessi un pranzo leggero ma tipico : insalata di tonno e cipolla rossa di Tropea, accompagnata da una birra fresca. Nel pomeriggio, Vito e Betty si sono tuffati in mare, mentre io mi sono limitato a “pucciare i piedi”. Non ho mai amato fare il bagno, non sento proprio il beneficio dell’acqua come loro, che invece nuotano felici. Era successo anche a Koufonissi, in Grecia in compagnia di Cinzia, Paola e Andrea. Il tardo pomeriggio lo abbiamo dedicato a un giro tra le vie del centro storico di Tropea, vivace e colorato. Come benvenuto, un gelato… alla cipolla ! Sì, proprio alla cipolla rossa. Mi ha divertito leggere che in certi periodi dell’anno ne propongono anche uno al tonno. Il tramonto di Tropea è stato qualcosa di indescrivibile : nuvole infuocate, l’isola di Stromboli in primo piano e, sullo sfondo, le altre isole che sembravano galleggiare nel mare. Abbiamo concluso la giornata con una cena in un ristorantino del centro: fileja alla cipolla rossa di Tropea per Vito, e per me e Betty una gustosa pasta (scialatielli) con mollica di pane, alici, pomodorini e peperoncino a parte, che abbiamo dosato con attenzione. Proprio durante la cena, abbiamo scambiato qualche parola con il cameriere Rocco, un ragazzo gentile e chiacchierone, fiero della sua terra. Ci ha raccontato di come, d’estate, Tropea si riempia di vita ma che, d’inverno, “restano solo il mare e i pochi di sempre”. Nelle sue parole c’era un misto di malinconia e orgoglio, quella stessa fierezza che si ritrova nei sapori forti dei piatti calabresi. La Calabria è terra di passioni e contrasti, di sole e di piccante e noi, da buoni turisti prudenti, chiedevamo sempre ai camerieri: “È troppo piccante o accettabile ?”. Ottima la bottiglia di Cirò rosso, perfetto compagno della serata, e per chiudere, immancabili, altri amari calabresi. Abbiamo ormai capito che la Calabria è davvero la patria degli amari, ognuno con la sua storia e il suo profumo di erbe.


Giorno 3 – Scilla e Chianalea


L’indomani lasciamo la splendida Tropea e scendiamo ancora verso sud, lungo la costa tirrenica, fino al punto che guarda la Sicilia, all’imbocco del suo canale. La meta del giorno è Scilla, una delle perle più suggestive della Calabria. Dall’alto della cittadina si scende verso la spiaggia di Marina Grande, dove il mare brilla sotto un sole generoso. Il meteo è ancora dalla nostra parte, e questo basta perché Vito e Betty si tuffino subito in acqua, felici come bambini. Io, invece, approfitto per cercare un alloggio per la notte : trovo un B&B su Booking, ma decido di chiamare direttamente la struttura. Mi risponde Giusy, gentile e disponibile, che mi offre due camere con colazione inclusa a un prezzo persino migliore. Una scelta perfetta, come si rivelerà più tardi. Davanti al tratto di spiaggia dove Vito e Betty si sono immersi, un ristorante affacciato sul mare ha subito catturato la nostra attenzione, con il suo menù invitante e la vista aperta sull’orizzonte: il Sunset Bistrot dell’Hotel Le Sirene. A darci il benvenuto è Aldo (Gesualdo), il proprietario, un uomo accogliente ed empatico, che in pochi minuti ci fa sentire ospiti e non clienti. Iniziamo con una frittura di calamari da condividere, accompagnata da un piatto di alici fritte offertoci da Aldo. Come portata principale, ci propongono, al posto degli involtini di pesce spada non disponibili, un pesce simile, probabilmente smeriglio, cotto in padella con olive, pomodorini rossi e gialli e capperi. Una vera delizia, da gustare fino all’ultima goccia di sugo, complice anche il pane al rosmarino fatto in casa. Aldo continua a coccolarci : con il caffè arrivano dei piccoli dolcetti alle mandorle, e, mentre pranziamo, un uomo si avvicina con una tastiera Yamaha. È Antonio (Ruoppolo) un architetto prestato alla musica, che inizia a suonare brani in stile jazz di grandi artisti italiani e internazionali. Un’atmosfera magica, che si fa ancora più personale quando, durante le pause, scopriamo che Antonio e Vito hanno un’amicizia in comune. La conversazione si scalda, nascono confidenze e promesse : “se voi pensate di ritornare per cena, io tornerò stasera”. Affare fatto. Nel pomeriggio, dopo aver preso possesso delle camere al B&B, torniamo sul mare per una passeggiata che ci porta fino a Chianalea, a pochi passi da Scilla. È un borgo marinaro incantevole, con case costruite direttamente sugli scogli, vicoli stretti e scorci che si aprono sul Castello Ruffo, visibile dall’altro lato rispetto alla spiaggia del mattino. Si ritorna alla Marina Grande di Scilla per un altro bagno per Vito e Betty, mentre io mi godo il sole e l’atmosfera del luogo. All’ora del tramonto, un piccolo aperitivo con un Crodino biondo ci accompagna mentre il sole scende sul mare, colorando le barche e le facciate delle case. Poi risaliamo a piedi verso la Chiesa Madre dell’Immacolata, per poi ridiscendere lentamente, con le luci dei lampioni a disegnare riflessi dorati sulla sabbia e sulle onde. Come promesso, torniamo al ristorante di Aldo, dove ci accolgono lui e Antonio, già pronto con la tastiera. Le prime note sono di Pino Daniele, e la serata prende subito un tono speciale, fatto di musica, profumi di mare e complicità. A cena, cozze all’nduja con ricotta salata e paccheri con sugo di melanzane, pesce spada e pomodorini : un trionfo di sapori, che chiudiamo, naturalmente, con l’ennesimo giro di “scarpetta” e un bicchierino di amaro Silano. Antonio si unisce a noi a fine serata, raccontandoci aneddoti e incontri della sua vita musicale, tra artisti, concerti e viaggi. Una chiacchierata piena di curiosità e umanità, che chiude un’altra giornata meravigliosa e intensa, baciata dal sole, dalla buona cucina e da nuove conoscenze genuine e appassionate.


Giorno 4 – Reggio Calabria, Riace e la forza degli incontri


Il quarto giorno calabrese si apre con il sole che filtra dalle finestre delle nostre stanze e con l’attesa della colazione, promessa da Giusy, la proprietaria del B&B. La sorpresa arriva presto: Giusy si presenta sorridente, con un sacchetto pieno di cornetti da pasticceria, fragranti e profumati, da accompagnare alle bevande calde che prepara sul momento per noi. Mentre ci serve il caffellatte, nasce spontaneamente una piacevole chiacchierata che spazia tra mille temi: i suoi quattro figli piccoli, la corsa quotidiana tra scuola, sport e cucina, il famoso ponte sullo Stretto, “il sogno degli ignoranti al governo”, e le località da visitare per proseguire il nostro viaggio. La simpatia e la schiettezza di Giusy rendono quella colazione un momento autentico e familiare, uno di quelli che ti restano dentro. Dopo i saluti, partiamo verso Reggio Calabria, distante una ventina di minuti. La sera precedente avevamo prenotato i biglietti per visitare i Bronzi di Riace, capolavori assoluti della scultura greca del V secolo a.C., custoditi nel Museo Archeologico Nazionale. Entrare nella sala che li ospita è un momento quasi solenne: le due statue, perfette e misteriose, emanano una forza che toglie il fiato. Le ammiriamo da ogni prospettiva. Visiteremo anche altri interessanti reperti del museo. All’uscita dal museo ci incamminiamo lungo il Corso Garibaldi, elegante e animato, che si snoda per quasi due chilometri parallelo al lungomare Falcomatà, definito da molti “il più bel chilometro d’Italia”. Il “Corso” è davvero un salotto a cielo aperto: palazzi eleganti, negozi curati, persone che passeggiano con calma in questo periodo dell’anno. Durante la camminata, contatto telefonicamente la mia amica Caterina, che tutti chiamano Meri, la nostra cardiologa e, ormai, un’amica di lunga data. I miei trascorsi al Poliambulatorio di Via Andrea Doria mi hanno fatto conoscere tanti professionisti, alcuni diventati compagni di viaggio nella vita. Meri, nata proprio a Reggio Calabria, ci racconta con affetto della sua città e ci dà un consiglio imperdibile : quello di provare il gelato della gelateria Cesare, il chiosco verde sul lungomare, un vero pezzo di storia di Reggio. Detto fatto. Raggiungiamo la storica gelateria Cesare, che da oltre cent’anni rappresenta l’emblema gustoso della città. Io e Betty optiamo per una coppetta, mentre Vito, con il suo instancabile entusiasmo, sceglie una brioche col gelato, farcita con i gusti tipici locali, tra cui il celebre bergamotto, profumato e intenso. Ogni cucchiaino è una piccola magia, un incontro tra freschezza e memoria. Di fronte al chiosco entriamo, per curiosità, nel punto vendita Callipo, attratti dalle vetrine colorate e dai prodotti ittici d’eccellenza : tonno, filetti, paté e specialità di mare in mille varianti. Una vetrina perfetta per chi ama portarsi a casa un po’ di Calabria, anche solo in un barattolo di vetro. All’uscita del negozio riprendiamo la nostra Panda bianca e ci dirigiamo ancora più a sud, spinti dalla curiosità di raggiungere il punto più estremo della Calabria, con la speranza di trovare un ristorantino fronte mare. Speranza svanita, complice il periodo di bassa stagione. Così decidiamo di proseguire la nostra “corsa” verso la costa ionica, in direzione Soverato, fermandoci nel pomeriggio al McDonald di Siderno per un veloce panino al pollo fritto. Lungo il percorso facciamo tappa nel borgo di Caulonia, paese natale di un nostro amico, Ilario, oggi trapiantato al Nord. Vito lo chiama al telefono, e da lì parte una lunga e piacevole conversazione sui luoghi della zona e sui ricordi condivisi del passato. Il pomeriggio è ancora lungo, così riprendiamo la strada verso Riace, spinti da un desiderio profondo : incontrare Mimmo Lucano, l’uomo che ha creato il celebre Modello Riace. Il “Modello Riace” rappresenta un sistema di accoglienza e integrazione dei migranti basato su un’idea semplice e rivoluzionaria: ridare vita a un borgo spopolato attraverso la solidarietà. Case vuote riassegnate, botteghe riaperte, una comunità viva e multiculturale. Un modello che ha ricevuto riconoscimenti internazionali e che ha trovato nella politica italiana attuale un muro di incomprensione e arroganza, segno dei tempi che viviamo. E la fortuna è dalla nostra parte. Appena parcheggiata l’auto, quasi di fronte al municipio, Vito riconosce Mimmo Lucano seduto a un tavolino, intento a parlare con due signore. Un vero flash. Ci avviciniamo e, con semplicità, ci uniamo alla conversazione. Mimmo ci accoglie con gentilezza e, tra una parola e l’altra, ci racconta la sua storia : le difficoltà, le accuse ingiuste, la sua visione di un’Italia più giusta e solidale. Le sue parole, pacate ma profonde, ci toccano dentro. Un incontro che lascia il segno, suggellato da una foto insieme, scattata con emozione e gratitudine. Dopo l’incontro, passeggiamo per le vie del paese fotografando i murales che raccontano la storia di Riace e ci fermiamo al frantoio sociale, un’altra testimonianza concreta di comunità e collaborazione. Con l’emozione ancora nell’aria, riprendiamo il viaggio verso Soverato, dove ci attende un appartamento vista mare. La cena sarà semplice, hamburger di pesce e birra, seguita, passeggiando, da un gelato sulla via principale del paese. Un’altra giornata all’insegna del bel tempo, delle splendide località e degli incontri che arricchiscono l’anima.


Giorno 5 – Soverato, Badolato e Le Castella


Il quinto giorno si apre con i raggi dell’alba che filtrano decisi dalle lunghe fessure delle finestre dell’appartamento. La colazione la facciamo in una pasticceria del centro. Poi partiamo per una toccata e fuga a Badolato, un altro dei tanti borghi arroccati che punteggiano la Calabria. La breve sosta ci regala un momento di pura dolcezza: un bicchiere di latte di mandorla fresco, gustato nella piccola piazza del paese. Rientriamo a Soverato giusto in tempo per parcheggiare la nostra fidata Panda, raggiungere l’unico stabilimento balneare aperto (il Lido San Domenico) e noleggiare due lettini e un ombrellone. È finalmente il momento di un bagno insieme: la temperatura dell’acqua è così piacevole che, per qualche minuto, mi concedo anch’io un tuffo, rompendo la mia solita distanza dal mare. Vito e Betty, invece, restano a lungo in acqua, mentre io scatto qualche foto alla costa e al cielo terso. Più tardi, Vito prosegue la camminata sulla battigia fino a un tratto di spiaggia dove un gruppo di pescatori pesca i tonnetti. Decine di canne infisse nella sabbia, tutte allineate: uno spettacolo curioso e nuovo per noi. Quando arriva l’ora di pranzo, il nostro tavolo vista mare è già pronto. Ordiniamo l’ennesimo, delizioso fritto di calamari da condividere e, come piatto principale, linguine con tonnetto locale e pomodorini, piatto generoso, da “scarpetta” finale, accompagnato da un fresco bianco frizzante Monamour di Spadafora. Una combinazione perfetta di mare, sole e sapore. Dopo pranzo, la pigrizia prende il sopravvento : Vito e Betty si concedono una pennichella sui lettini, mentre io decido di replicare la camminata mattutina di Vito verso i pescatori, per scattare qualche istantanea. Al mio ritorno, cambio della guardia : io mi sdraio e mi lascio andare al sonno, mentre loro tornano a passeggiare per mostrare a Betty il punto dei tonnetti. Quando il sole comincia a scendere e la spiaggia perde la sua luce piena, decidiamo di ripartire verso Capo Rizzuto. Sulla strada, proprio all’ora del tramonto, ci imbattiamo nella località di Le Castella, e la decisione è immediata : trascorrere lì la notte. Le Castella si rivela una vera sorpresa, dominata dal suo castello aragonese che emerge dalle acque come in un sogno. Passeggiamo nel buio della sera lungo il mare, affascinati dalle luci che si riflettono sulle mura del castello. La cena lascia spazio solo a qualcosa di leggero: un gelato per me e Vito, un latte macchiato per Betty. La serata si chiude nell’alloggio, in un’atmosfera tranquilla. Cerchiamo in rete il film “Tutto può succedere”, con Diane Keaton, scomparsa il giorno prima : un piccolo omaggio inatteso a un’attrice che ci ha accompagnato con unicità e classe. Il film poi termina nella sfarzosa brasserie Le Grand Colbert di Parigi, locale che abbiamo avuto modo di frequentare più volte durante le nostre sortite francesi, e con quella scena nella mente si chiude un’altra bellissima giornata di viaggio, fatta di sole e di mare..


Giorno 6 – Dal mare alla montagna, da Capo RIzzuto alla Sila


Il sesto giorno si apre con il sole ancora a farci compagnia. Dopo una colazione in una pasticceria, con meravigliose paste alla crema di fiordilatte, si parte dritti verso Capo Rizzuto, dove davanti a una “panchina gigante” ci autoscattiamo un’istantanea con lo sfondo della rocca sul mare. Il panorama si distende fino a Capocolonna, che raggiungeremo di lì a poco. Da Capocolonna a Crotone sono appena venti minuti di macchina : la tappa è d’obbligo per rendere omaggio alla statua di Rino Gaetano, qui nato, il cantautore scomparso in giovane età in un incidente stradale. Breve sosta in città, giusto il tempo di attraversare un piccolo mercato colorato di rosso (cassette di pomodori, peperoni, peperoncini, cipolle di Tropea e ‘njduja nel budello) e acquistare in una salumeria un assaggio di capocollo, di salsiccia tipica (non piccante) e di formaggio locale. Tutto gustato seduti sugli scalini del Duomo di Crotone. La costa è lì, a un passo. Perché non concedersi ancora un tuffo prima di lasciare il mare per i monti, con un pranzo vista panoramica ? La struttura del Lido degli Scogli, sul tragitto, è aperta. Vito e Betty pareggiano il loro primato di bagno in tarda stagione; io li seguo con lo sguardo, godendomi il contrasto tra il blu dell’acqua e la calma del luogo. Il tempo di asciugarsi ed è ora di pranzo. Il ristorante gode di un’ampia sala luminosa con splendida vista sul mare. Si accede attraversando corridoi tappezzati di fotografie di ospiti illustri e non. Un calice di vino bianco, frizzante per Vito e Betty, fermo per me, accompagna gli spaghetti alle vongole (per me e Betty) e il polipo con patate leggermente piccante per Vito. È il momento di salutare la costa ionica e puntare verso l’entroterra, con destinazione da scegliere nel Parco Nazionale della Sila, il più vicino possibile ai Giganti della Sila, meta iniziale dell’ultimo giorno. Dal mare della Magna Grecia alle montagne silane in appena ottanta chilometri : tutta la bellezza e la varietà paesaggistica della Calabria concentrata in un percorso “foliage” che conduce fino a Camigliatello Silano, destinazione decisa sul momento. Camigliatello è una località turistica montana, a 1.300 metri d’altitudine. L’aria, citata come la più pulita d’Europa, ci avvolge subito. La scelta dell’hotel si rivela magnifica per il rapporto qualità-prezzo, complice il periodo autunnale. Una struttura a quattro stelle, con tanto di ristorante dalle specialità tipiche. Sembra di essere in Trentino-Alto Adige, con un’atmosfera quasi natalizia. Ci accoglie Eugenia, altro incontro felice. Dopo una breve passeggiata per respirare l’aria di montagna, mettiamo le gambe sotto il tavolo del ristorante dell’hotel, chiamato curiosamente Giùdilì. Le scelte enogastronomiche sono impeccabili : una bottiglia di vino rosso calabrese “I Gelsi” (Cabernet Sauvignon, Gaglioppo e Merlot), un antipasto di cacio al tegamino con crema di porcini e sbriciolata di guanciale, e le patate silane doc ‘mbacchiuse, saltate in padella fino a diventare perfettamente appiccicate. Squisita anche la minestra calabra con fagioli borlotti, patate e cicoria. Dalla sala ristorante ci spostiamo nella sala bar, dove Eugenia ci offre due amari calabresi d’eccellenza : l’Amaro Silano e l’Amaro Supremo Capobranco. Un’ulteriore piacevole chiacchierata su luoghi, sugli amari e sulla vita d’albergo conclude la serata. Stanchi ma felici, ci ritiriamo nelle nostre stanze.


Giorno 7 – Dalla Sila al mare: il cerchio si chiude


Ultimo giorno di questo viaggio itinerante e intenso. Siamo al giorno numero sette. Svegliarsi e vedere gli alberi della montagna dalla finestra della camera è una sensazione strana dopo giorni di mare. C’è ancora il sole, e così abbiamo fatto l’en plein. Ricca colazione nella sala dell’hotel e poi via, verso i Giganti della Sila. Sono maestosi pini larici ultracentenari, la cui età si aggira intorno ai 350 anni e la cui altezza può raggiungere i 45 metri. Si trovano all’interno della Riserva Naturale del Parco Nazionale della Sila : un percorso di circa mezz’ora, facile e ben segnalato, che si snoda in un silenzio fatto di luce e di colori autunnali. Pian piano che si ridiscende verso il mare, destinazione Falerna Marina, vicino Lamezia Terme, iniziamo a spogliarci dell’abbigliamento : via il piumino, via la felpa, via la maglietta. Ed eccoci di nuovo in costume, sui lettini dell’elegante struttura bianca del Riva Restaurant & Lounge Bar. Il tempo dell’ultimo bagno, record stagionale per Vito e Betty, e arriva l’ora di pranzo.Il ristorante è una magnifica location sul mare. Pranziamo all’aperto, con calici di Cirò bianco, frittura di gamberi e calamari per Vito e Betty, e spaghetti con cozze e zucchine per me. Da uno scambio di messaggi con “Cappe” Daniele, figlio del mio amico Umberto, comandante pilota Ryanair, arriva la dritta per l’ultima chicca del viaggio : il bagno nella vasca termale gratuita accanto alle Terme di Caronte. Prima però ci concediamo un gelato alla Coneria Italiana, adiacente al Corso Numistrano, un locale dove il tempo sembra essersi fermato agli anni Sessanta, con tanto di musica d’epoca. Eccoci finalmente alla vasca termale gratuita vicino alle Terme di Caronte. E’ una vasca naturale alimentata da acqua sulfurea che sgorga a 39°, accanto alla quale una cascata di acqua fredda del torrente permette di rinfrescarsi nelle giornate calde. Proprio qui, immersi pacificamente nell’acqua calda, abbiamo conosciuto Angela, una signora della nostra età, gentile e loquace, che ci ha raccontato di tanti luoghi belli da visitare, alcuni già attraversati in questo viaggio, altri che diventeranno meta di un futuro ritorno in Calabria, quando se ne presenterà l’occasione buona. È stato il momento più rilassante e surreale del viaggio : il sole che cala, il vapore dell’acqua, le parole di Angela e la sensazione di aver davvero chiuso un cerchio. Un altro viaggio gioioso, fatto di cultura, di incontri amichevoli, di paesaggi magnifici e di una cucina autentica, un vero e proprio spot pubblicitario per la bellezza italiana. Guardando indietro, realizzo con soddisfazione che in soli sette giorni abbiamo attraversato e dormito in tutte e cinque le province della Calabria : Catanzaro, Vibo Valentia, Reggio Calabria, Crotone e Cosenza. Un percorso completo, da costa a montagna, che ci ha permesso di vivere appieno la varietà straordinaria di questa regione. Il Sud Italia ha qualcosa di unico, difficile da spiegare ma facile da sentire. Ti accoglie con semplicità e calore, con quella gentilezza spontanea che non ha bisogno di parole. È un Sud autentico, vero, che profuma di mare e di terra, di cose fatte con amore e senza fretta. Qui il tempo scorre diversamente, più umano, più sincero. È un Sud che sa farti sentire a casa anche se sei lontano, che ti lascia addosso il sapore delle persone, dei luoghi e dei momenti condivisi. Spero solo che il Sud non si lasci mai influenzare troppo dal Nord, che non perda la sua essenza, la sua genuinità, quel modo tutto suo di vivere e di accogliere che lo rende così speciale.

Con il volo di ritorno da Lamezia Terme a Orio al Serio ho tagliato il traguardo dei 500 voli, dal mio primo Napoli Capodichino–Milano Linate del 1981. Mi ero prefissato questo obiettivo : raggiungerlo al termine di un viaggio così bello è stata la consacrazione perfetta. 

Post's song : "Back on the chain gang" performed by Pretenders
10/25