Questo viaggio itinerante, come già era accaduto in altre occasioni, mi ha riportato agli anni (’80/’90) del nostro camper Elnagh “Nessie Hotel”, quando si viaggiava con una traccia e qualche obiettivo, senza rigidità, lasciando spazio a deviazioni e decisioni prese lungo la strada. Questa volta lo stesso spirito si è ritrovato in una Hyundai i20 bianca presa a noleggio, compagna del viaggio. Nel pomeriggio siamo arrivati in volo all’aeroporto di Biarritz–Bayonne–Anglet, per poi ritirare l’auto e iniziare il viaggio. Dall’aeroporto ci siamo diretti verso un residence ad Anglet per prendere dimora al volo per la notte e non perdere tempo nella ricerca. Subito dopo ci siamo mossi alla volta di Biarritz per una passeggiata lungo la costa fino alla spiaggia dei surfisti, dove l’oceano si mostra subito nella sua forma più diretta e viva, con una piccola sosta quasi da aperitivo, accompagnata da una birra fresca. La sera abbiamo cenato al ristorante Casa San Pedro, locale di impronta basca, dove Betty e Vito, i miei compagni di viaggio, erano già stati e volevano farmi assaggiare il famoso tonno albacore (pinna gialla), accompagnato da peperonata e riso, e una caraffa di sangria locale. Un inizio di vacanza spumeggiante, come spesso accade, con un tempo meteo meraviglioso.
Il giorno seguente il viaggio è iniziato davvero con il primo rito quotidiano: croissant o pain au chocolat e café au lait. Da lì abbiamo lasciato la costa basca per entrare nell’entroterra della regione dei vini. La prima vera tappa è stata Sauternes, dove il paesaggio cambia subito: vigne più raccolte, luce dorata, ritmo più lento. Abbiamo percorso i dintorni del celebre Château d’Yquem, girandogli intorno fino a fermarci davanti alle vigne per immortalare il momento. La sosta pranzo è stata dominata dal nettare dolce di questo particolare vino, il Sauternes, accompagnato da un tris di formaggi francesi che ha reso il momento ancora più intenso. Poi siamo arrivati alla elegante Bordeaux, attraversata in auto prima di concederci un passaggio veloce da Toque Cuivrée, con i cannelés mangiati al volo, quasi come una firma dolce della città. Infine abbiamo raggiunto Saint-Émilion, borgo medievale di pietra e luce calda. La sera abbiamo cenato nella splendida piazzetta del paese, proprio davanti alla chiesa monolitica (ho letto su Internet) in una cornice unica, con i tavoli all’aperto e la pietra calda del borgo illuminata dalla luce della sera in attesa del tramonto. Tutto sembrava sospeso tra pietra, luce e vino, e vino e luogo sembravano la stessa cosa. La scelta dal menù (la carte) è caduta sulla bavette (taglio di carne bovina), le immancabili frites (patatine fritte) e la salade (insalata verde) già condita con vinaigrette (condimento francese a base di olio e aceto), il tutto accompagnato da una bottiglia di Château Carteau, un Saint-Émilion Grand Cru. Il rientro alla seconda base per la notte (Ibis Hotel di Saint-Émilion) è stato suggellato da un giro in auto tra le vigne, con i filari a destra e a sinistra della strada, e una deviazione verso Pomerol e lo Château Pétrus, con la luce del tramonto a rendere tutto ancora più speciale.
Il giorno successivo abbiamo lasciato Saint-Émilion con la stessa lentezza con cui si esce dai luoghi che restano addosso, non prima del rito quotidiano croissant-café au lait. La strada si è aperta verso nuovi paesaggi, ancora tra campagne ordinate e tratti di vigneti, con il ritmo del viaggio ormai consolidato: guida tranquilla e piccole deviazioni dettate dal momento. La prima sosta è stata quella di Cognac, città legata al nome che porta e all’identità del suo celebre distillato. La pausa è stata accompagnata da un momento semplice ma significativo: un café crème e un bicchierino di cognac da condividere, consumati con calma in una piazzetta davanti alla grande insegna sul tetto del Cognac Camus, prima di riprendere il viaggio. La piccola città di Cognac, adagiata lungo il fiume Charente, forse avrebbe meritato qualche minuto in più di sosta per quello che abbiamo intravisto lasciandola. Per noi, però, era già tempo di ripartire in direzione di Niort, dove ci attendeva il pranzo. Arrivati a Niort, ci siamo concessi una pausa pranzo profondamente francese ma semplice. La scelta è caduta sulla classica galette (crêpe salata di grano saraceno) “complète”, con formaggio, prosciutto e uovo dal tuorlo ancora morbido, uno di quei piatti che non hanno bisogno di effetti speciali per convincere. Ad accompagnarla, una scodella di sidro dolce, in un abbinamento tanto essenziale quanto perfetto. Dopo i vigneti del Bordolese e la sosta a Cognac, era il genere di pranzo che si inseriva perfettamente nel ritmo del viaggio: senza fretta, autentico e appagante. Prima di raggiungere Saumur, scelta come base per la terza notte, abbiamo effettuato il primo tentativo di reincontrare Gérard Depardieu, passando dal suo vigneto allo Château de Tigné. Con noi avevamo alcuni piccoli omaggi da consegnare a lui e ai suoi due collaboratori, Isabelle e Philippe, come gesto di simpatia e con la concreta speranza di trovarli. Questo primo tentativo di incontro con il grande Gérard non si è concretizzato (era in giro con il fratello), ma la deviazione tra le vigne e la cantina-store è entrata a pieno titolo tra i ricordi del viaggio. Dopo aver preso possesso della casa per la notte, in una bellissima struttura nei pressi di una piccola cappella, abbiamo dedicato un po’ di tempo alla visita esterna dell’imponente Château de Saumur, che domina la città dall’alto del suo promontorio. Con le sue torri chiare e i tetti d’ardesia, sembra uscito da un libro di storia o da una miniatura medievale. Da lassù lo sguardo spazia sulla valle della Loira e sui tetti della città, offrendo uno di quei panorami che da soli valgono una sosta. Il castello continua ancora oggi a essere il simbolo della città, disegnandone il profilo inconfondibile sulla Loira. La serata si è conclusa con una cena dallo spirito autenticamente francese: omelette nature, frites e salade, accompagnate da boccali di birra. Un pasto, perfettamente in linea con il ritmo della giornata e con l’atmosfera tranquilla di Saumur. Al rientro a casa abbiamo brindato con bicchieri del vino dolce di Depardieu acquistato allo store, accompagnato da una confezione di brie presa al volo in un piccolo market.
Il quarto giorno, nel nostro caso, è il punto di svolta, oltre il quale inizia la discesa dolce e naturale verso il finale della vacanza: sette notti, otto giorni. Lo iniziamo con il rituale classico, questa volta però prendendo croissant e café au lait da asporto in una boulangerie e portandoli a casa. Facciamo il secondo tentativo di incontrare Gérard, ma il grande attore era nel suo castello a riposare. Il destino era vicino, ma non ha preso forma. Prenotiamo al volo per pranzo un tavolo alla La Cigale di Nantes, il celebre locale storico in stile Art Nouveau e Belle Époque, con i suoi interni ricchi, teatrali e costellati di specchi che moltiplicano luci e riflessi. Un luogo in cui ero già stato una decina di anni prima, e che ritrovo con la stessa atmosfera sospesa. La scelta dal menù cade sulla “meilleure saucisse” (salsiccia locale) della carta, servita con purée de Nantes, un piatto semplice ma caratteristico, accompagnato da tre calici di rosso di Saumur, quasi a voler restare, anche nel bicchiere, nella zona di partenza della giornata. Nel dopo pranzo facciamo un rapido giro tra le vie principali di Nantes, dove spiccano il Passage Pommeraye (una delle gallerie coperte più belle e scenografiche d’Europa), la Place Royale e il Palazzo dei Duchi di Bretagna. La città si lascia attraversare con facilità, tra architetture eleganti e scorci improvvisi, in una luce del primo pomeriggio che accompagna senza fretta i passi. Poi si riparte, lasciandosi Nantes alle spalle con quella sensazione tipica dei luoghi vissuti anche solo per poche ore: quella di averne colto l’essenza senza trattenerla, ma portandola con sé. La direzione è di nuovo verso la costa atlantica, con destinazione Pornic, autentica novità per tutti, città che segna quasi la soglia naturale verso la Bretagna. La scelta per la notte ricade su una splendida suite in un residence a quattro stelle, dove ci sistemiamo per la serata dopo la giornata a Nantes. Dopo aver preso possesso della suite, ci dirigiamo verso il castello di Pornic, dove lasciamo la Hyundai e iniziamo a camminare lungo la costa, sulla pedonale panoramica per un primo impatto con la cittadina.. Il passo è lento, con il mare sempre accanto e la luce che cambia mentre il pomeriggio scivola verso sera. Ripresa l’auto, ci spingiamo poi verso Sainte-Marie-sur-Mer, dove si trovano i caratteristici trabucchi affacciati sull’oceano. Il panorama è di quelli ampi e aperti, con il mare che sembra non finire mai. Siamo nell’orario in cui l’alta marea comincia lentamente a ritirarsi, lasciando spazio alla bassa. Decidiamo così di fermarci sempre a Pornic per un aperitivo in una barca à huîtres, sospesa tra acqua e terra. Betty e Vito scelgono un piatto di ostriche, mentre per me arrivano gamberi rosa freschi. Il tutto accompagnato da vini bianchi ben freddi, pane, burro e maionese: una semplicità perfetta, tipica della costa atlantica. La cena la degusteremo in un ristorante sulla strada del porto e prosegue nel segno dei grandi classici della cucina francese: moules à la crème et frites, cozze piccole, immerse in una morbida crema e accompagnate dalle immancabili patatine fritte. Due pignatte che sembravano non finire mai, in un’abbondanza quasi inattesa. Un piatto semplice e generoso, profondamente legato alla tradizione costiera. Il tutto accompagnato da una bottiglia di sidro dolce, in un incontro curioso ma perfetto tra dolce e salato, che si mescolano e si equilibrano fino a chiudere la serata. Il nostro intestino è stato messo alla prova tra ostriche, gamberi e cozze, un percorso di sapori tra crudo e cucina di mare piuttosto impegnativo, ma abbiamo tenuto testa senza alcun problema, uscendone indenni. Un’altra giornata indimenticabile era terminata.
L’indomani, dopo la colazione all’aperto affacciati sul porto di Pornic, ci siamo messi in viaggio verso l’Île de Ré, dove avevamo prenotato una casa per la quinta notte a Rivedoux-Plage. Giornata calda, ma illuminata da un bel sole pieno. Dopo aver sistemato i nostri piccoli trolley “made in Primark”, pensati per i limiti Ryanair e rivelatisi alla fine del viaggio un po’ troppo ottimistici, ci siamo diretti verso Ars-en-Ré per pranzo, seguendo un’idea nata giorni prima durante la visione del film “Molière in bicicletta” con Fabrice Luchini. Il titolo originale del film è Alceste à bicyclette da “il misantropo” di Molière. Il ristorante, adiacente il mare, ci ha accolti con una lavagnetta con proposte di piatti del giorno : abbiamo scelto tre insalate con camembert rôti, servito caldo, accompagnato da prosciutto cotto, prosciutto crudo, patate, pomodorini e insalata. Il tutto abbinato a un demi-pichet di rosé. A chiudere, una classica e leggera île flottante, quasi evanescente, in condivisione. Nel pomeriggio abbiamo iniziato a girovagare alla ricerca di una spiaggia per un bagno rigenerante. Prima nelle zone vicino al Faro delle Balene, poi fermandoci alla spiaggia di Barre de Veille (La Barre-de-Monts), dove Betty e Vito si sono finalmente concessi un tuffo per alleviare la calura. Il rientro alla casa ci ha permesso una doccia veloce, prima di riprendere l’auto verso Saint-Martin-de-Ré per la cena. Abbiamo scelto un ristorante sul porto, con un fish and chips accompagnato da birra fresca. Dopo cena ci siamo spostati verso un altro faro per guardare il tramonto. L’Île de Ré si conferma un territorio perfetto per i ciclisti: piste ciclabili ovunque, spesso immerse nel paesaggio, molte delle quali costeggiano le vigne dell’isola.
Una colazione all’aperto, ha aperto il penultimo giorno pieno di vacanza alla Boulangerie Feuillette, una vera istituzione a Rivedoux-Plage. Subito dopo abbiamo ripreso il viaggio attraversando di nuovo il ponte che collega l’Île de Ré alla terraferma francese. La decisione è stata unanime: dirigersi verso Biarritz, anche se il tragitto era lungo. Lo abbiamo alleggerito con le canzoni di Trenet, Aznavour e Lio, lasciando scorrere la strada tra musica e paesaggi. Una brevissima sosta a Salles, al Bistrot du Château, ci ha permesso di assaggiare un œuf parfait (uovo cotto a bassa temperatura) e un piatto di formaggi à partager. Il tutto accompagnato da una birra rinfrescante per tutti, prima di rimetterci in viaggio. Durante il tragitto siamo riusciti a prenotare un alloggio in un residence a Biarritz con piscina e vista sulla baia, dove si staglia la statua della Vergine una parte e il profilo della costa basca spagnola dall’altra. Il pomeriggio lo abbiamo trascorso tra un tuffo al mare e uno nella piscina del residence, in un’alternanza senza pensieri. La serata è stata quasi una replica del primo giorno di viaggio, con cena all’aperto alla Casa San Pedro: tonno albacore per Betty e Vito e merluzzo alla spagnola per me, sempre accompagnati da peperonata e riso. Un ritorno alle origini della vacanza, come se il cerchio si chiudesse per un attimo.
Siamo arrivati così all’ultimo giorno pieno prima della partenza. Ci siamo avvicinati ancora di più al confine spagnolo e, prima di raggiungere la splendida Saint-Jean-de-Luz, abbiamo preso due camere all’Hôtel Alaïa di Ascain. Ripartendo dall’hotel, nell’entroterra, abbiamo lasciato la quiete della campagna basca per scendere lentamente verso la costa e finalmente siamo arrivati a Saint-Jean-de-Luz. L’impatto è stato immediato: una cittadina elegante e raccolta, affacciata sul mare, con le sue stradine che sembrano scivolare direttamente verso la Grande Plage. L’ho trovata bellissima, secondo il mio modestissimo parere persino più riuscita di Biarritz, forse troppo celebrata, anche se indubbiamente affascinante. Tra boutique, negozi di accessori e piccole gastronomie, Betty ha scelto una bella collana, mentre subito dopo in una vetrina è comparsa la sorpresa improvvisa dei Dunes Blanches, spettacolare dolce tipico del Bassin d’Arcachon. Gustosissimi piccoli bignè, leggerissimi e farciti con una crema chantilly dolce e vellutata. Una vera golosità dove una specie di nuvola di crema si sprigiona tra le due metà di pasta croccante fuori e vuota dentro. Prima della sosta pranzo Betty e Vito si sono concessi l’ultimo bagno della vacanza proprio nella Grand Plage di Saint-Jean-de-Luz. Il pranzo è stato a base di tapas con crocchette di prosciutto (croquetas de jamon serrano) e chipirones (calamaretti) en persillade, piccoli calamari (tipici della cucina spagnola e basca) saltati in padella quasi fossero spaghetti con una salsa di aglio e prezzemolo e alla base un risotto al lieve sentore di limone. Il tutto accompagnato da tre bicchieri di rosso di Irouléguy, vino della zona basca francese. Il pomeriggio lo abbiamo trascorso di nuovo tra le stradine della cittadina, alternando passeggiate lente al rientro verso Hôtel Alaïa per sistemare i bagagli e prepararci per l’uscita serale. Nel giardinetto adiacente all’hotel ci siamo rilassati su tre comode poltroncine e, con calma, abbiamo scelto il ristorante per la sera. Cercavamo una serata tradizionale, con cucina basca autentica, e l’abbiamo trovata prenotando all’Auberge de la Vieille. Come piatto principale abbiamo scelto l’axoa, una preparazione tipica basca a base di vitello tritato finemente e stufato lentamente con peperoni e patate, dal sapore casalingo. Il menù tradizionale comprendeva anche antipasto e dessert, in una selezione di piatti della cucina locale. Ad accompagnare il tutto, mezza caraffa di Rioja ha completato la serata, con un rosso morbido che si è sposato perfettamente con i sapori dell’axoa. L’ultima serata del nostro tour sulla costa atlantica francese e nelle vigne bordolesi era giunta al termine, giusto in tempo per assistere a uno scambio di colpi tra quattro giocatori di pelota basca con pala (racchetta in legno) nella piazzetta di Ascain. Un frammento di vita locale, rapido e autentico, che sembrava chiudere idealmente il viaggio.
Il volo per il ritorno era previsto nel primo pomeriggio, così abbiamo deciso, dopo una ricca e abbondante colazione in hotel, di dirigerci verso Bayonne per visitare la cattedrale e alcune vie del centro storico. Il ritorno all’auto a noleggio per la riconsegna della Hyundai è stato leggermente più teso del previsto, per via della solita incertezza — mai davvero risolta nonostante i molti viaggi — su ciò che potrebbe essere contestato o meno al momento della consegna. Ça va sans dire direbbero i francesi, ma per noi non è cosi scontato.
Il viaggio si chiude con immagini di strade che scorrono senza interruzioni, di paesaggi che cambiano lentamente oltre il finestrino, e della sensazione che ogni tratto abbia avuto il suo significato preciso nel momento in cui veniva attraversato. E alla fine riaffiora un’idea quasi d’origine: quel modo di viaggiare che nasceva ai tempi del camper, quando il percorso era già parte della vacanza e non solo un mezzo per arrivare. Lo stesso spirito si è ripresentato, adattato a un’auto a noleggio, ma con la stessa libertà di deviazione, di sosta, di scoperta lungo la strada. Un ritorno discreto a un’abitudine, per noi, mai davvero scomparsa. Guidare sulle strade nazionali francesi è un’esperienza in sé. Niente buche, carreggiate scorrevoli e una cura evidente a ogni chilometro. Il viaggio non è solo uno spostamento, ma diventa parte del paesaggio, grazie a percorsi spesso panoramici che attraversano, come in questo itinerario, campagne ordinate, vigneti e tratti di costa. Sembra quasi che la strada sia pensata non solo per arrivare, ma anche per essere guardata. Quando si fa un viaggio itinerante, ogni giorno diventa un piccolo mondo a sé. Già dopo poco si comincia a dire “da quanto siamo in viaggio”, a rimettere insieme i ricordi del giorno prima, a chiedersi cosa abbiamo visto, cosa abbiamo mangiato, cosa abbiamo bevuto. E improvvisamente sembra passato molto più tempo di quello reale, come se quei luoghi fossero già lontanissimi, quasi appartenessero a un’altra vita. Alla fine si ha la sensazione di essere in viaggio da sempre, immersi in un tempo diverso, più largo e più pieno.
Post's song: "J'obtiens toujours ce que je veax" performed by Lio
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