"Voyager vous laisse d'abord sans voix, avant de vous transformer en conteur."

mercredi, septembre 30, 2026

Is carboidratos, sas bellesas e s'aria de Sardigna

"Cagliari · Costa Sud · Costa Est · Costa Nord · Olbia". È il mio sesto ritorno in Sardegna, sempre insieme a Betty e Vito, nell’arco di appena cinque anni, ma questa volta è settembre a ospitarci, dopo che nei precedenti viaggi è stata la primavera a farci da cornice. L’idea iniziale, in realtà, è stata la Corsica. Ma i voli low cost diretti da Milano si sono fermati ad agosto e così, felicemente, abbiamo dirottato sull’isola nazionale. Anche perché il prezzo dei voli è stato davvero irrisorio: 14,99 euro a tratta. Abbiamo scelto di arrivare a Cagliari e ripartire da Olbia, oltre per il costo, così anche per evitare di ripercorrere le stesse strade e costruire un itinerario tutto da scoprire: dalla Sardegna meridionale, risalendo lungo il versante orientale, con una breve incursione nella Gallura settentrionale, per poi ridiscendere verso est e concludere il viaggio nel nord-est dell’isola. A completare il quadro, un’auto a noleggio, un trolley piccolissimo (Ryanair docet), un meteo decisamente favorevole e, soprattutto, una gastronomia regionale deliziosa, già ampiamente testata nei viaggi precedenti. La protagonista a quattro ruote è stata una Lancia Ypsilon bianca, il nostro piccolo Gano il magico cavallo bianco sardo (ho cercato in rete dopo aver battezzato Rocinante la Opel Corsa rossa del viaggio precedente in solitaria). Prima di mettersi finalmente in marcia, però, ci ha fatto penare più del previsto. Evito di soffermarmi sui dettagli di una vicenda che ha condizionato non poco l’inizio della vacanza: meglio lasciarla rapidamente alle spalle e cominciare a raccontare quello che davvero ci è interessato. Le strade, i paesaggi, le spiagge, il mare, i piccoli paesi, i panorami, la gastronomia, le soste improvvisate e tutto ciò che abbiamo incontrato lungo il percorso. Perché questo titolo in sardo? Perché i carboidrati, questa volta, sono stati consumati in dosi decisamente generose, grazie alle superlative paste regionali, con gli spaghetti alle vongole e bottarga e i malloreddus al sugo scelti quasi all’ordine del giorno. E poi il pane carasau, nella versione classica o in quella pergamena guttiau, croccante e condita con olio e sale, soprattutto nella zona di Olbia, i croissant della colazione, il pane inzuppato nell’olio e tutto quello che, durante una settimana sarda, è riuscito felicemente a finire nel piatto. Sulle bellezze di questa meravigliosa isola, invece, non ci sono discussioni. E forse non servono nemmeno commenti. Quanto all’aria di Sardegna, quella la lasciamo alla fine. Per la cronaca, dopo un pasto veloce sul lungomare del Poetto, a Cagliari, ancora nel pieno dell’arrabbiatura per la vicenda del noleggio dell’auto, ci siamo messi finalmente in marcia verso Tuerredda, una delle spiagge più scenografiche della costa sud-occidentale. Adagiata in una splendida insenatura, Tuerredda ci è apparsa in tutta la sua bellezza: una lunga mezzaluna di sabbia chiara e finissima, un mare cristallino e, proprio di fronte, il piccolo isolotto. E, soprattutto, un’acqua dalla temperatura semplicemente spettacolare. Un paesaggio che, per una volta, non ha bisogno di molte parole. Qui è avvenuto anche il vero cambio di stagione del viaggio: via i vestiti da viaggio, dentro costumi, magliette e ciabatte da mare. Da quel preciso momento, e per tutta la settimana, questo è diventato il nostro abbigliamento ufficiale del mattino. Dopo il primo bagno, autunnale soltanto per il periodo dell’anno ma decisamente estivo per il clima, siamo rimasti a Tuerredda fino all’ora che ha preceduto il tramonto, quando i colori del cielo hanno iniziato a fondersi con quelli del mare e la luce si è fatta lentamente dorata. È stato proprio il ristorante sulla spiaggia a regalarci il primo impatto gastronomico del viaggio e il primo brindisi. Gli spaghetti alle vongole, con la bottarga a parte da dosare a piacere, e il bicchiere di mirto finale hanno accompagnato e deliziato il momento, mentre, con il passare del tempo, il chiaro di luna ha finito per impreziosire ulteriormente il paesaggio. Nel buio della sera, su una strada completamente priva di illuminazione, senza lampioni né catarifrangenti a segnalarne il percorso, ci siamo poi diretti verso Teulada, dove avevamo prenotato in corsa il primo hotel del viaggio e dove, ad attenderci, abbiamo trovato il proprietario Gildo, che ci ha intrattenuto, con nostra sorpresa, con i suoi aneddoti sul luogo e sulla vita del posto. A quel punto, un po’ di ruggine per l’inconveniente iniziale dell’auto l’avevamo decisamente tolta. Il giorno seguente è stata in programma la nostra tappa a Is Arenas, una lunga distesa di sabbia affacciata sul mare, con le dune che si estendevano alle spalle della spiaggia. Tutto è stato perfetto: il sole, il mare e, nelle saline adiacenti, un’infinità di fenicotteri che ha completato uno scenario davvero suggestivo. Bagno, una lunga camminata sulla battigia, relax sui lettini sotto l’ombrellone e poi il pranzo, a base di culurgiones classici, i tipici ravioli sardi ripieni di patate, pecorino e menta, accompagnati da una birra Ichnusa. Tra il primo pomeriggio e la mattina successiva erano già presenti tutte le premesse per un viaggio meraviglioso: mare, sole, paesaggi, buon cibo e quella piacevole sensazione di essere lontani dalla quotidianità. Ma sono stati soltanto l’inizio, perché da lì in avanti ci hanno aspettato sorprese, luoghi nuovi e location incredibili, capaci di trasformare questo viaggio in qualcosa di ancora più speciale. Nel pomeriggio il lungo tratto di strada ci ha portato prima a Capo Giunco, dove le rocce, con il loro aspetto quasi bretone, hanno fatto da cornice a uno splendido bagno, accompagnato da onde vivaci che hanno reso ancora più piacevole la sosta. Da lì abbiamo proseguito verso Villasimius, dove si è presentato un piccolo episodio curioso: la proprietaria dell’hotel “Stella d’Oro”, gentilissima e ospitale, è venuta personalmente a prenderci per farci seguire la sua auto e condurci fino alla struttura, per colpa di Google Maps e del blocco di alcune strade del centro, che ci avevano creato non poche difficoltà nel raggiungerla. La serata l’abbiamo trascorsa nella movimentata Villasimius, con una cena a base di focaccia ripiena di maialetto sardo e patate. L’indomani era in programma la tappa finale ad Arbatax, ma prima ci siamo fermati a Cala Pira, una spiaggia che avevamo adocchiato sui cartelloni pubblicitari appena arrivati all’aeroporto di Cagliari e che avevamo deciso di andare a scoprire. Mattinata di mare per Betty e Vito, prima del pranzo al “Chaplin”, dove la pasta fatta in casa ci ha regalato ancora una volta una bella soddisfazione: malloreddus al sugo di salsiccia e spaghetti alla chitarra alle cozze.Seadas e mirto da condividere hanno concluso in bellezza il delizioso pranzo. Nel pomeriggio siamo arrivati finalmente ad Arbatax. Una leggera spruzzata di pioggia è sembrata quasi preparare il terreno allo spettacolo che ci aspettava: appena il sole è tornato a illuminare la costa, le celebri “Rocce Rosse” si sono accese di un colore difficile da descrivere. Le grandi formazioni di porfido rosso, affacciate sul mare, sono sembrate ancora più intense sotto la luce arrivata dopo la pioggia, con quella tonalità rosso mattone che è cambiata continuamente a seconda di come è stata colpita dal sole. La serata si è conclusa a Tortolì, con ottimi paccheri bianchi al sugo di gallinella e polvere di cappero. E, per non farci mancare nulla, è arrivato anche il primo gelato della vacanza. Il quarto giorno, con destinazione inizialmente prevista per San Teodoro, abbiamo fatto una sosta a Cala Gonone, dove ci siamo fermati per conoscere Mario, il proprietario dell’hotel che sarà il futuro suocero di Daniele, il figlio del mio amico Umberto. Un caffè gentilmente offerto e qualche consiglio sono stati sufficienti per indirizzarci verso la spiaggia di Cala Osalla, scelta per la tarda mattinata. I lettini ce li ha procurati il suo compare Gigi e, per il pranzo, l’unico punto di ristoro sulla spiaggia ci ha proposto dal menù malloreddus e spaghetti alle vongole, che non ci siamo fatti scappare, con il consueto immancabile mirto finale. Nel pomeriggio, arrivati a San Teodoro, ci siamo concessi un piccolo bagno, con onde piacevoli, prima di modificare il programma della serata, prenotando una casa a Murta Maria e, soprattutto, tornando al ristorante “Il Portolano”, dove eravamo ormai alla quarta volta negli anni. Una scelta che si è rivelata ancora una volta azzeccata, per la sua splendida location, con l’isola di Tavolara a fare da sfondo alla nostra cena, e per la sua cucina. La cena è stata un piccolo percorso nella cucina sarda contemporanea: uovo frattau con spuma di pomodoro, crema di pecorino e guttiau; tagliolini all’uovo con gamberi e porri; gnocchi di patate con scarola e bottarga; varietà di caprini delle campagne di Oliena, il tutto annaffiato dalla bottiglia di vino rosato Jara, Isola dei Nuraghi. Un’altra, decisamente piacevole, incursione nella cucina sarda. Il quinto giorno è stato quello dedicato ai delfini di Golfo Aranci. Arrivati in mattinata nel punto da cui partivano canoe, kayak e gommoni, li abbiamo avvistati praticamente subito, con l’isola di Figarolo sullo sfondo. Un incontro inatteso e ravvicinato che ha reso speciale quella mattinata. Dopo l’avvistamento ci siamo indirizzati verso Cala Moresca, fermandoci alla spiaggia dei Baracconi, dove ci ha accolto, ancora una volta, un mare cristallino. Ritornati a Golfo Aranci, vicino alla riparata Prima spiaggia, abbiamo trovato un ristorante dove ci siamo concessi ancora una volta i nostri amati piatti di pasta: paccheri con sugo di pesce spada e pomodorini e malloreddus al sugo per Vito, che ne era diventato ormai il testatore principe. Nel pomeriggio, incursione alla spiaggia di Capriccioli, già conosciuta nei nostri precedenti viaggi. Una certezza per un bagno splendido, nelle acque che spaziavano dal blu al turchese, sempre limpidissime. La serata è proseguita con una visita alla scalinata di Santa Lucia ad Arzachena e, successivamente, in un ristorante-gastronomia di Cannigione, dove finalmente un bel tonno alla griglia con peperoni arrosto ha dato tregua alla pasta. Anche se pane caldo e olio buono, naturalmente, non sono potuti mancare a fare da contorno. Siamo rientrati all’Hotel Citti di Arzachena per il meritato riposo, dopo una giornata così intensa. L’indomani, ormai al sesto giorno, ci siamo spinti ancora più a nord, fino a Portobello della Gallura, dove ci ha atteso una spiaggia ricoperta da minuscoli sassolini rosa. Al nostro arrivo eravamo gli unici, con la Corsica proprio di fronte a noi. Tanto vicina in linea d’aria che, a un certo punto, dai nostri cellulari è arrivato il messaggio: “Benvenuti in Francia”. Peccato che noi fossimo ancora in Italia ! Betty e Vito non si sono fatti sfuggire l’occasione per un tuffo, poi foto di rito e via verso Vignola Mare, dove ci siamo concessi un’altra sosta sul mare prima del meritato pranzo: mezze maniche al tonno per tutti. Nel pomeriggio ci siamo spostati tra Palau e Arzachena per lasciare i tre minuscoli trolley nella casa della “Locanda Domus de Vida”, immersa nel verde aromatico. Annusando quelle piante, un profumo balsamico ci ha fatto tornare per un attimo all’infanzia, ricordandoci il mitico Vicks VapoRub. Da lì siamo andati poi alla riparata spiaggia dell’Urticeddu, dove ci siamo concessi il bagno pomeridiano, accompagnato da piccole onde e da una piacevole conversazione con alcune donne del posto, che ci hanno dato qualche dritta per proseguire il nostro viaggio. La serata si è conclusa a Palau, con l’assaggio della zuppa gallurese (timballo) in una rosticceria con tavoli all’aperto e, a seguire, un buonissimo gelato nella via principale. Il settimo giorno si è aperto con una colazione fronte sole, immersi nella natura, prima di fare ritorno a Golfo Aranci, nella sua Prima spiaggia. La contrattazione per lettini e ombrellone è stata persa in partenza, ma alla fine li abbiamo noleggiati comunque. In compenso, ci siamo ritrovati davanti a un mare calmissimo e limpidissimo. A piedi abbiamo riprovato poi l’incontro con i delfini, questa volta senza successo. In compenso, la spiaggia, con alle spalle le tre casette sul mare, era una visione splendida: acqua trasparente con sfumature di verde e turchese. Bagno per Betty e Vito, poi ritorno alla Prima spiaggia per il tempo necessario a cambiarci e via verso il ristorante della nostra prima volta a Golfo Aranci. Gli spaghetti alle vongole e bottarga, con la bottarga sempre servita a parte per poterla dosare, si sono rivelati un piatto buonissimo, che ha rasentato la perfezione. Birra e mirto per tutti come supporto liquido. L’acqua, durante i nostri pasti, non l’abbiamo richiesta mai: durante la giornata ci siamo idratati già in maniera decisamente salutare. Il pomeriggio è stato dedicato al relax, per sfruttare al meglio la dotazione da spiaggia noleggiata in mattinata. Per l’ultima notte prima dell’ultimo lungo giorno abbiamo prenotato una casa a San Teodoro. Durante il tragitto, vista panoramica su Tavolara e sul golfo, prontamente immortalata con i cellulari e con la mia fedele, ma ormai un po’ azzoppata, Canon. La cena, nel piccolo e animato centro di San Teodoro, è stata a base di pizza con tonno e cipolle, birra e Coca-Cola Zero per me. E naturalmente, durante la passeggiata serale, non è potuto mancare il gelato. Anche questo settimo giorno, insomma, i carboidrati ci hanno fatto compagnia. E siamo arrivati all’ultimo giorno, l’ottavo. L’idea iniziale era stata quella di prendere il traghetto per Tavolara, che vedevamo sempre in grande stile fotografico e panoramico, ma che in questi anni non avevamo mai visitato. Arrivati al punto dell’imbarco, ci hanno detto che non avrebbero effettuato la traversata per via del vento che stava per arrivare. Abbiamo guardato le spiagge intorno a quella zona e abbiamo scelto Coda Cavallo. Scelta azzeccata. Una spiaggia con un mare, per l’ennesima volta, cristallino e calmo, che ci siamo goduti per un paio d’ore. Poi trasferimento a Pittulongu, mentre il vento ha iniziato nel frattempo a farsi sentire. E naturalmente il richiamo del carboidrato non è potuto mancare. Abbiamo scelto un ristorante praticamente sulla spiaggia, con Tavolara in bellavista oltre le vetrate. Per me e Vito spaghetti alle vongole e bottarga nella solita metodica, con la bottarga servita a parte, mentre Betty ha scelto gli spaghetti allo scoglio. Prima, però, abbiamo diviso un ottimo e croccante fritto di calamari. Chiusura d’obbligo con il bicchierino di mirto gentilmente offerto. Che dire. La vacanza era ormai agli sgoccioli e il volo da Olbia, in tardissima serata, ci aspettava a soli quindici minuti di macchina. Il tempo di noleggiare, per fortuna a prezzo politico, lettini e ombrellone e ci siamo goduti la spiaggia fino alla classica ora in cui a Londra si beve il tè. Tornati al parcheggio, ci siamo cambiati, già pronti per il viaggio. Poi, all’ora del tramonto, ultima tappa a Olbia, in un’enoteca dove ci siamo concessi un bicchiere di Korem (vino sardo rosso importante) e abbiamo condiviso un tagliere di formaggi. E anche qui, per non smentirci, l’ultima dose di carboidrati era nascosta nelle pergamene guttiau che accompagnavano il piatto. Un ultimo gelato in una via carina della zona del porto e poi l’ultimo trasferimento della nostra Lancia Ypsilon: il tempo di fare rifornimento e riconsegnarla. Ho voluto raccontare questo viaggio così, giorno dopo giorno, seguendo i nostri spostamenti, le strade percorse, i luoghi visitati, le soste, i panorami e anche quello che abbiamo mangiato. Forse è un modo un po’ particolare di raccontare una vacanza, ma l’ho fatto soprattutto per non dimenticare nulla di questa settimana e poterla, un giorno, rileggere e rivivere attraverso queste pagine. Ancora una volta la Sardegna ha fatto centro. Non solo non ha tradito le aspettative, ma in alcuni momenti è riuscita persino a superarle. È un’isola che ti rimane dentro: è bellissima, punto. È un’isola che riesce a coinvolgere tutti i sensi: i colori e i panorami per gli occhi, i profumi della vegetazione, il rumore del mare, il contatto con l’acqua e, naturalmente, i sapori di una cucina locale ottima. E alla fine, l’indomani dal rientro, nonostante tutto quello che ci siamo concessi a tavola, la bilancia di casa mi ha regalato addirittura due etti in meno. E allora, visto quello che abbiamo mangiato, non resta che dare il merito all’aria di Sardegna. Durante il viaggio, a Golfo Aranci, ci siamo imbattuti in un murales con una frase di Fabrizio De André che sembra quasi la sintesi perfetta di quello che abbiamo appena vissuto: “La vita in Sardegna è forse la migliore che un uomo possa augurarsi…”. De André parlava della Sardegna come di un possibile paradiso. E dopo averla vissuta ancora una volta, viene quasi da pensare che abbia avuto la fortuna di conoscerlo due volte: una qui, in Sardegna, e una seconda volta dove si trova adesso. Ancora in Sardegna, a questo punto. Del resto, se esistessero davvero un paradiso e un Dio che lo ha creato, quando avesse creato la Sardegna avrebbe avuto una giornata particolarmente ispirata. Noi, per otto giorni, ci siamo stati. E a questo punto capiamo anche perché De André ne parlasse così.


Post's song : "Il mondo nuovo" perfeormed by Neffa

9/26


lundi, septembre 21, 2026

Por los caminos de Don Quijote, atravesando Castilla-La Mancha

Parto. Busco. Sueño. Vivo. Ci sono viaggi che nascono da una destinazione. E ce ne sono altri che nascono da una immagine ritrovata per caso su uno schermo. Per il mio sessantacinquesimo compleanno non avevo ancora deciso dove andare. L’idea iniziale era la Turingia, con Erfurt e Weimar. Una bella prospettiva, ma facendo i conti il budget cominciava a lievitare: volo, treni per gli spostamenti interni, alberghi. Troppo. Così ho spostato lo sguardo su Londra, che non vedo dal 2019. Mi attirava l’idea di tornarci dopo sette anni, di ritrovare una città che conosco e di vedere la Brexit in piena azione. Il volo su Stansted costava quasi niente. Poi, però, arrivavano i trasferimenti e gli alberghi decenti con prezzi inaccessibili. Anche Londra è rimasta lì, ad aspettare. Poi ho fatto quello che faccio sempre quando penso ai viaggi futuri: ho aperto il mio personale cilindro delle dritte. E dal cilindro è uscita una fotografia: i mulini di Consuegra. È bastato quello. Una fila di giganti bianchi sulla sommità del Cerro Calderico, il castello, la Mancia intorno. Un’immagine che avevo già mentalmente trasformato in fotografia prima ancora di sapere come arrivarci. Detto. Fatto. La destinazione è diventata la Castiglia-La Mancia e, attorno a quei mulini, ho costruito il viaggio. Un volo su Madrid. Un’auto a noleggio. E una strada da percorrere. L’auto, poi, ha avuto una sua piccola storia. Avevo prenotato una Kia Picanto. Ma le auto a noleggio, si sa, esistono davvero soltanto quando arrivi davanti al banco o, nel mio caso, davanti allo schermo della Key’n Go della Goldcar. Tre possibilità sul monitor. La Kia che avevo scelto non c’era. Le altre due sono ormai uscite dalla memoria, credo una Seat e una Skoda Fabia. Poi ho visto una Opel Corsa rossa. L’ho scelta d’istinto. Forse perché il mio amico Umberto ne possiede una versione precedente, che ci aveva condotto e riportato a casa da Vence a giugno, senza il minimo intoppo. Forse semplicemente perché, in quel momento, mi è sembrata quella giusta. Non serviva altro. Ancora non lo sapevo, ma quella Opel Corsa rossa sarebbe diventata il mio Rocinante. E Rocinante, nella Mancia, non è un nome qualsiasi: è il cavallo del celebre cavaliere, Don Chisciotte, uscito dalla fantasia di Miguel de Cervantes. Ma a questo ci arriveremo quando la strada mi porterà davvero nella terra dei mulini. Preso possesso della Opel, ho cercato di capire le sue funzioni tecnologiche. A me bastava solo che si connettesse con il mio iPhone e che dal cruscotto uscissero le informazioni sulla benzina rimanente e sulla velocità. Il resto non mi interessava. Ero lì per guidare. Due giorni prima del mio compleanno: destinazione Avila. Per la notte avevo prenotato su Booking un hostal trovato a un prezzo quasi incredibile: qualche centesimo meno di 23 euro. Non cercavo il lusso. Mi bastavano un letto, un bagno e un posto dove fermarmi dopo la prima giornata di viaggio. E già mentre percorrevo gli ultimi chilometri, Avila cominciava a mostrarsi. In lontananza apparivano le sue torri, una dopo l’altra, in bella mostra sopra le mura. Ho preso possesso della camera, ho lasciato il piccolo bagaglio e il mio fedele compagno, lo zainetto Ikea — rinominato Sancho Panza — e mi sono ritrovato in una piccola piazzetta a pochi metri dall’hostal. Una Plaza Mayor in miniatura. Ed è lì che ho capito che Avila mi avrebbe conquistato. Mi è bastato un pomeriggio per innamormene. Visto che erano ormai passate le 16 e che in Spagna i tempi dei pasti sono decisamente dilatati, mi sono fermato a mangiare. La scelta è caduta su un bocadillo de jamón serrano con tomate: pane croccante, prosciutto crudo affettato sottile e pomodoro fresco schiacciato sul pane fino a renderlo morbido e profumato, con un filo d’olio. Una cosa semplice, ma perfetta in quel momento. Poi è iniziato il primo giro intorno alle mura. Ho cominciato a camminare senza una meta precisa, lasciandomi guidare dalle torri che comparivano continuamente davanti agli occhi. Alla fine della giornata i chilometri sarebbero stati quasi 15, ma in quel momento non ci pensavo. Scattavo le prime istantanee, con un cielo terso che sembrava fatto apposta per fotografarle. E anche la temperatura era quella giusta: agréable, direbbero i francesi. Cammina e cammina, entrando e uscendo dalle porte della città, ho continuato a scoprire Avila passo dopo passo. Ogni volta che passavo da una porta all'altra cambiava la prospettiva, compariva un nuovo scorcio di questa città medievale. Spingendomi nel centro storico sono comparsi i suoi simboli: la Cattedrale di San Salvador e il Convento di Santa Teresa, sorto proprio sul luogo della sua casa natale. Avila non era più soltanto quella fila di torri intravista arrivando. Era una città tutta da camminare. E io, naturalmente, la stavo camminando tutta. Al momento della cena ho cercato di anticipare di poco il classico orario spagnolo; le 20 erano per me un orario più che dignitoso. Durante la giornata avevo notato due piatti tipici costantemente citati nei menù del territorio: le judías del Barco, grandi fagioli bianchi preparati in umido con pezzi di chorizo, e il chuletón de ternera de Avila, una costata tenerissima, cotta alla griglia e dal sapore pieno. Le mie scelte facevano parte di un menù completo a prezzo fisso, una formula che in Spagna permette ancora di mangiare piatti della tradizione senza dover fare troppi conti. Due piatti che sembravano quasi un invito a conoscere la città attraverso la sua cucina. E io non mi sono tirato indietro. Il dopocena l’ho riservato alle torri illuminate. Di notte Avila cambia volto: le mura sembrano ancora più imponenti contro il cielo scuro. Poi sono tornato, come in un cerchio che si chiude, nella piccola piazza dove tutto era cominciato. Mi sono fermato per un café con leche, finalmente in pieno relax, dopo le migliaia di passi consumati. Una giornata cominciata con una città da scoprire e finita con un caffè in quella stessa piazzetta. Il primo impatto con questo viaggio è stato notevole. Il giorno prima del mio compleanno: verso la Mancia. Il mattino seguente è iniziato aspettando l’apertura della caffetteria Santa Gloria alle 8.30, un’ora più tardi rispetto alle mie abitudini. L’attesa non è stata spiacevole: l’aria era decisamente freschina, complice l’altitudine. In effetti, le tre città che ho scelto per le mie notti erano tutte in quota: Avila a circa 1.130 metri, Consuegra intorno ai 700 e Cuenca quasi a 950. Il k-way che avevo infilato nello zaino, quindi, non era lì per caso. Quella mattina aveva già trovato il suo perché. Avevo già deciso che sarebbe stata lì la mia prima colazione, il desayuno. Dalla vetrina, nel pomeriggio del mio arrivo, avevo intravisto una forma inconfondibile: la ensaimada, una specialità dolce dalla caratteristica forma a spirale, soffice e zuccherata. Era praticamente un invito a inzupparla nel café con leche (caffellatte). E visto che la colazione è il mio pasto preferito, le ho affiancato anche un croissant tutto burro, in perfetto stile francese. Una colazione a metà strada tra Spagna e Francia, l'ottimo modo per cominciare la giornata. Il mio Rocinante rosso, già all’accensione, aveva però una sua piccola fissazione: mi segnalava di controllare la pressione degli pneumatici. Lo ha fatto per tutti e quattro i giorni. La prima volta, naturalmente, gli ho dato retta. Mi sono fermato da un benzinaio appena fuori Avila: tutto a posto. A quel punto ho capito che, più che di un problema alle gomme, il mio Rocinante avesse semplicemente bisogno di una chiodatura degli zoccoli. Era un difetto tecnologico dello schermo, ma lui ha continuato imperterrito. Del resto, anche i cavalli hanno le loro manie. Durante il tragitto verso Toledo la temperatura cominciava ad alzarsi, così ho iniziato a spogliarmi del k-way e poi della leggera maglia Paul Smith (un vecchio ricordo di Londra), rimanendo con la sola camicia bianca che avevo scelto apposta per i mulini. L’itinerario della giornata era ben definito: una rapida visione di Toledo dal Mirador del Valle, la visita di Tembleque, il panorama spettacolare di Campo de Criptana e, infine, Consuegra. Toledo, questa volta, è stata soltanto uno sguardo dall’alto. L’avevo già visitata e non volevo ripetermi: mi bastava quel panorama disteso davanti agli occhi prima di riprendere la strada. Poi Tembleque, con la sua Plaza Mayor seicentesca, una delle più caratteristiche della Mancia, con una struttura teatrale circondata da edifici a due piani con balconate in legno. Ma è a Campo de Criptana che il viaggio è entrato davvero nel mondo di Cervantes. I suoi mulini, disposti sulle alture sopra il paese, sono quelli che la tradizione lega all’episodio più celebre del romanzo: Don Chisciotte li scambia per giganti e si lancia contro di loro, nonostante Sancho Panza cerchi inutilmente di riportarlo alla realtà. Guardando quelle pale stagliarsi contro il cielo, era impossibile non pensare a quella scena. Finalmente ero nella terra del cavaliere. Nel mezzo, i miei pasti sono stati molto meno letterari e decisamente più gastronomici: croquetas spagnole. Deliziose. Croccanti fuori, cremose dentro grazie alla besciamella. Tra un mulino e l’altro, Cervantes mi avrebbe perdonato questa deviazione. Arrivato a Consuegra nel pomeriggio, ho lasciato il bagaglio nella stanza di un originalissimo “Hotel rural de antes”, una struttura che sembrava appartenere a un’altra epoca. Non avevo tempo da perdere: mi sono diretto subito verso il Cerro Calderico alla ricerca dell'inquadratura perfetta. Volevo ritrovare quella immagine che aveva fatto scattare tutto. Adesso ero lì, finalmente in camicia bianca davanti ai miei giganti. L’immagine non era più sullo schermo di un computer, era davanti ai miei occhi. L’ho immortalata mentre il tempo trascorreva e la luce cambiava. Prima con il sole ancora alto, quando i mulini bianchi spiccavano nitidi contro il blu. Poi è arrivato il tramonto, che ha colorato tutto di rosso e arancione, trasformando la Mancia in uno scenario quasi irreale. Infine sono arrivate le luci artificiali della sera, che hanno dato al complesso un aspetto del tutto diverso. La stessa fotografia, tre volte. Tre luci, tre atmosfere. Forse è proprio questo che cerco quando viaggio: non soltanto vedere un luogo, ma aspettare che sia il luogo a cambiare davanti ai miei occhi. Gli occhi sono decisamente meglio dell’obiettivo della mia piccola e fedele Canon, che, dopo tanti anni di onorato servizio, comincia a mostrare i primi acciacchi e si avvia alla pensione, proprio come me. Una giornata perfetta sotto tutti i punti di vista, croquetas comprese. Il giorno del mio compleanno: destinazione Cuenca. L’indomani era il giorno del mio compleanno. Un’altra tacca alla mia esistenza. Arriva in un periodo in cui i controlli per le patologie sono ormai a cadenza semestrale; in cui non ho ancora raggiunto la stabilità economica che vorrei a causa di leggi assurde che mi fanno attendere anni per avere ciò che mi spetta; e in cui guardo con preoccupazione a un mondo che sembra andare alla deriva, ferito dall'ascesa di una destra che rischia di riportarci indietro di ottant’anni. Dopo questa premessa geriatrica, torno alla strada. La colazione in hotel era ricca di prodotti tipici: dalla tortilla di patate al jamón serrano, dal pomodoro all’olio d’oliva. E così, via colazionando, mi sono ritrovato di nuovo in sella al mio scudiero rosso. Lungo la via per Cuenca ho aggiunto due tasselli extra: i mulini di Mota del Cuervo e il castello imponente di Belmonte. Due deviazioni che hanno dato ancora più senso alla strada. Intanto guidavo, rispondendo in vivavoce agli auguri di compleanno e guardando i messaggi sullo schermo dell'auto. Un compleanno in viaggio. Finalmente solo. Cuenca l’avevo scelta quasi a caso, cercando posti interessanti in zona, senza sapere che proprio quel pomeriggio sarebbe iniziata la festa di San Mateo. Festa nel giorno della mia festa: una coincidenza inaspettata. Arrivato in città e risolto il problema del parcheggio per far riposare la Opel Corsa, mi sono diretto a piedi verso il ponte di San Paolo. Attraversandolo ci si ritrova nel centro storico: una strada tutta in salita e una buona prova per il mio cuore, visto che Cuenca si trova a quasi mille metri di altezza. La Plaza Mayor era raccolta, con la cattedrale incastonata nel cerchio delle case e i primi preparativi della festa. Le ore passano veloci quando tutto è bello, e così mi sono ritrovato con le gambe sotto il tavolo del ristorante Raff, che avevo prenotato durante il tragitto per festeggiarmi. Ho scelto piatti tipici locali rivisitati in chiave gourmet, con un ottimo rapporto qualità-prezzo. L’antipasto era composto da tre assaggi del territorio: L’ajoarriero, un pure di patate, aglio e baccalà; due crocchette di jamón serrano; e un porro con la sua preparazione. Poi una tartare di capriolo e, per chiudere, una doppia versione di mousse al cioccolato, il tutto accompagnato da un bianco fresco della zona. Un pranzo di compleanno decisamente riuscito. All’uscita mi sono ritrovato nella bolgia della festa. Tantissimi giovani aspettavano la prima liberazione delle vaquillas, le giovani bovine guidate attraverso le strade dagli uomini che ne gestivano le corde. La Plaza Mayor era diventata un palcoscenico. Sono rientrato un momento in hotel per prendere il caricabatterie e il k-way per la serata, poi sono tornato faticosamente in piazza, affrontando ancora una volta la salita. Nel frattempo la folla era raddoppiata. Musica ad alto volume, ragazzi con i bicchieri di cuerva (la variante locale della sangria) in mano, un'atmosfera elettrica. Sono rimasto fino al momento del toro de fuego, una struttura a forma di toro portata tra la folla tra i fuochi d’artificio. Una vera baraonda, indescrivibile. Il mio giorno si era completato, e anche questa volta avrei firmato il contratto per una giornata così perfetta. Il giorno dopo il mio compleanno: Alcalá de Henares, Madrid e il ritorno. Oggi scrivo in attesa dell’imbarco per il rientro, dall’aeroporto di Madrid. Stamattina mi sono ritagliato le ultime tappe: la visita di Alcalá de Henares, nel segno di Cervantes, tra il suo museo, le statue e l'università storica. Poi, avendo ancora qualche ora prima del volo di rientro, una toccata e fuga a Madrid. La capitale era piena di gente, un fiume di turisti e abitanti in questo sabato di settembre. Ho fatto la foto di rito in Plaza Mayor e mi sono seduto a un tavolo all'aperto per l'ultimo assaggio spagnolo: un piatto di queso manchego — quasi un richiamo all’itinerario appena percorso —, una fetta di tortilla calda e un bicchiere di sangria. Ma per concludere in modo dolce questo viaggio ci voleva ancora qualcosa. E allora ecco una cioccolata calda in cui inzuppare i churros alla storica Chocolatería San Ginés, non prima di un salto rapido nel meraviglioso Mercado de San Miguel. Poi l’ultimo métro, l’ultimo treno al volo, ed eccomi al Terminal 4 dell’aeroporto di Madrid-Barajas, dove materialmente tutto era iniziato. Tutto era cominciato davanti a quella fotografia. Avevo visto i mulini di Consuegra e avevo immaginato la Mancia. Come Don Chisciotte, ero partito incontro ai miei mulini. Solo che i miei mulini, nel piccolo mondo della mia vita, erano un’altra cosa. Don Chisciotte combatteva contro giganti che vedeva solo lui. Io ho passato troppo tempo a rincorrere sentimenti a senso unico e persone che danno ancora per scontati la mia disponibilità e i miei comportamenti — quella gentilezza che ho ereditato da mia madre. Io la chiamo bontà; qualche volta, forse, è solo troppa pazienza. Una donna per la quale avevo perso la testa mi disse un giorno che forse quel mio carattere, che io definisco ancora oggi buono, era invece “sbagliato”, per non usare la parola che aveva scelto lei, decisamente meno elegante. Forse aveva ragione lei, o forse no. Ma oggi so una cosa: quella pazienza è finita. Adesso tocca a me. Questo viaggio non è stato solo un modo per festeggiare i miei sessantacinque anni. È stato il promemoria che mi serviva: non posso passare il resto della vita a rincorrere i mulini a vento. Ho ancora voglia di partire. Di cercare. Di sognare. Di vivere. Ma non rincorro più nessuno. Il tempo dirà cosa si è perso. E forse sono proprio queste le fotografie che porto a casa. Quella dei mulini di Consuegra, certo. Ma soprattutto quella di me che, finalmente, smette di inseguirli.

 

Grazie a tutte le persone che hanno trovato un momento per farmi gli auguri di compleanno. Prima di tutto, a chi mi ha telefonato: sentire la vostra voce e sapere che avete scelto di dedicarmi qualche minuto ha avuto un valore speciale. Subito dopo, a quelle che, come me, compiono gli anni il 18 settembre. Un piccolo gruppo di persone (tutte donne) con cui condivido una data speciale, e che proprio per questo hanno avuto un pensiero ancora più particolare per me. Poi a chi mi ha mandato un video o un vocale: un modo personale per esserci, anche a distanza. Anche se, lo confesso, video e vocali non sono proprio nelle mie corde. Grazie a chi mi ha scritto un messaggio. Ho apprezzato il pensiero e le parole che mi avete dedicato, anche se, lo confesso, per me gli auguri hanno un sapore particolare quando arrivano attraverso una voce. E infine, grazie anche a quelli delle chat di gruppo: quelli che, probabilmente, non sapevano nemmeno che fosse il mio compleanno, ma si sono accodati al primo che ha scritto gli auguri. E grazie anche a chi se n’è ricordato… il giorno dopo. Del resto, anche gli auguri raccontano qualcosa: c’è chi si ricorda, chi si ferma un momento, chi ci mette la voce, chi ci mette un pensiero… e chi arriva quando ormai glielo hanno ricordato. Io li ho apprezzati tutti, naturalmente. Ma le differenze, quelle, si notano. Grazie di cuore a tutte le 90 persone …


Vito, Betty, Roby, Cipo, Milva, Giacomo “Meme”, Cristina Q., Luca, Clara, Maurizio T., Andrea “Fanto, Cinzia B., Frenk, Claude, Anna B., Lucio, Paola, Vittoria, Umberto, Antonia DV., Irenina, Cristina, Ivano, Anna P. - Cinzia C., Vik, Sara, Serena, Greta, Antonia “Pirilla - Edoardo DK, Elena S. - Nataliya, Dave, Simona, Frenz, Sebastiano, Salvo, Melvin, Nicoletta, Ci, Ezio, Dott.Adibi, Steffe, Monica, Valentina, Annalisa, Costanza, Roberta, Donatella, Mariana, Lara Janis, Tiziana A,. Natalia, Elena C., Melanie, Maria, Viviana, Francesca, Rosella, Rita, Dott.ssa Della Porta - Gigliola, Lucia, Laura, Tizy N., Cristina S., Daniela V., Daniela “Bolla” - Fabrizio M., Fulvio, Ottavio, Sandro, Pino, Andrea A., Fabio, Fausto, Ugo, Ilario, Mauro, Elvio, Massimo, Edoardo B. - Daniela F., Françoise, Patty, Patrizia A., Veronica, Anna V., Ricca. 

Post's song : "Everytime you go away" Performed by Paul Young
9/26 

dimanche, août 30, 2026

Un nouveau voyage dans mon Paris

Sono rientrato da Parigi dopo tre giorni diversi dal solito, ma profondamente importanti per me. Questa volta non sono venuto soltanto per ritrovare la città che amo, quella che negli anni è diventata quasi una parte della mia vita. Sono venuto per accompagnare tre persone speciali: il mio amico Cipo (Alessandro), sua moglie Cristina e Lara Janis, sua figlia. Per Cristina e Lara era la prima volta a Parigi. Per Cipo, invece, era quasi un ritorno: c’era stato più di quarant’anni fa, quando Parigi era ancora un ricordo lontano e tutto, inevitabilmente, era diverso. Così, per tre giorni, ho fatto il cicerone. Ma, in realtà, mentre mostravo loro la città, sentivo di condividere qualcosa di molto più personale: la mia Parigi, quella che ho imparato a conoscere e ad amare nel tempo. Abbiamo soggiornato in zona Porte de Clignancourt, nei pressi del mercato delle pulci Saint-Ouen, in un hotel Kyriad, una catena che non conoscevo e che mi ha piacevolmente sorpreso. Letti e cuscini comodissimi, una colazione a buffet ricca e con prodotti freschi, pulizia, Wi-Fi e uno staff sempre gentile. E soprattutto una posizione davvero comoda, con la fermata della linea 4 della metropolitana a pochissimi metri. Per muoverci abbiamo scelto il Navigo Semaine, la tessera settimanale che ci ha permesso di utilizzare senza limiti i mezzi pubblici e di muoverci per Parigi con grande libertà. Metrò, cambi di linea, scale, corridoi interminabili… la metropolitana è stata praticamente una compagna di viaggio. L’abbiamo utilizzata tantissimo e, alla fine, abbiamo fatto parecchi chilometri anche sottoterra, attraversando le stazioni, salendo e scendendo scale e passando per quei lunghi percorsi che, a volte, sembravano vere e proprie passeggiate. In questi tre giorni abbiamo camminato davvero tanto, sia sopra che sotto Parigi. Ogni spostamento diventava un’occasione per stare insieme, parlare, ridere, osservare la città e lasciarsi sorprendere da qualcosa. A pranzo, dopo le prime ore trascorse a scoprire Parigi, non poteva mancare il nostro brindisi di inizio viaggio: quattro coppe di champagne, una per ciascuno di noi, per festeggiare il nostro arrivo e i tre giorni che avevamo davanti. Un piccolo brindisi, ma il modo perfetto per dare ufficialmente inizio alla nostra avventura parigina. Ma Parigi non è stata soltanto quella che ho mostrato a loro. È stata anche un viaggio dentro i miei ricordi. In quei tre giorni mi sono ritrovato a vivere nuovamente momenti e luoghi che avevo già vissuto tante volte: nei miei viaggi a Parigi da solo e, soprattutto, in quelli condivisi con Vito e Betty. Alcuni luoghi mi hanno riportato immediatamente a quei giorni: a quelle passeggiate, a quelle chiacchiere, alle emozioni e a quelle sensazioni che pensavo appartenessero ormai soltanto al momento in cui le avevo vissute. Parigi ha questa capacità: riesce a custodire ciò che abbiamo vissuto e a restituircelo all’improvviso, magari in una strada, davanti a un palazzo, a un monumento, su una banchina della metropolitana o semplicemente osservando la luce cambiare sui suoi tetti. E così, mentre accompagnavo Cristina, Lara e Alessandro alla scoperta della città, dentro di me ritrovavo anche i miei trascorsi a Parigi. Non come ricordi lontani, ma come parte di quei momenti che Parigi continua a tenere vivi. Forse è proprio questa la cosa più intensa che mi ha regalato questo viaggio: ho potuto condividere con loro una città che per me non è soltanto un luogo, ma una storia fatta di persone, affetti, assenze, ritorni e momenti che non smettono di significare qualcosa. E poi ci sono stati loro, i miei compagni di viaggio, con i loro modi di essere, le loro abitudini e il loro modo personale di vivere Parigi. Cipo, in viaggio, è esattamente come nella vita: tranquillo, riflessivo, paziente. Osserva, ascolta, lascia che le cose accadano senza bisogno di rincorrerle. Anche davanti a una giornata piena di spostamenti, camminate e programmi, mantiene il suo equilibrio, con quella calma che lo contraddistingue. Cristina, invece, è stata dinamica, curiosa e felice di vivere questa avventura insieme. Si percepiva il suo entusiasmo davanti alle strade, ai monumenti, ai quartieri e alle piccole scoperte quotidiane. Aveva voglia di vedere, capire, assaporare ogni momento, senza lasciarsi sfuggire nulla. Lara, invece, ha vissuto Parigi con un’energia tutta sua. Era praticamente sempre in contatto con il suo fidanzato, cellulare alla mano in videochiamata, per raccontargli i nostri spostamenti, le sue emozioni, ciò che vedeva e, naturalmente, anche tutte le loro cose. In questo modo, quasi senza accorgercene, anche lui è entrato un po’ nel nostro viaggio, seguendo a distanza ogni tappa della nostra avventura. E poi, naturalmente, ogni tanto si faceva sentire anche la differenza generazionale. Noi più interessati a vedere la cultura, la storia e i luoghi di Parigi; Lara, invece, attratta soprattutto dalle originalità e dalle cose più particolari. Ognuno, insomma, con la propria idea di cosa valesse la pena scoprire. E così anche il nostro itinerario doveva, inevitabilmente, tenere conto delle sue priorità.  E poi c’era il nostro piccolo tormentone quotidiano: io e Cipo non perdevamo occasione per punzecchiare Lara sulla sua grande ammirazione per Ariana Grande, soprattutto quando si parlava del suo fisico. Bastava poco per far partire una battuta e, naturalmente, Lara era subito pronta a prendere le difese della sua beniamina. Anche questo, a modo suo, è stato parte dei nostri tre giorni insieme. Con Lara, inoltre, ho scoperto un’altra Parigi: quella delle pasticcerie più originali e sorprendenti. Nell’ordine di visita, abbiamo scoperto Boris Lumé, una pasticceria legata all’universo di Marinette, la protagonista di Miraculous Ladybug. La visita si è rivelata un’esperienza particolare, soprattutto per chi, come Lara, conosce e apprezza quel personaggio. Poi c’è stata la volta, dopo una lunga attesa in coda per Lara e Cipo, di Cédric Grolet Le Meurice, dove le creazioni sembrano esposte più in una gioielleria che in una pasticceria. Dolci perfetti, curati in ogni dettaglio, quasi troppo belli per essere mangiati. Infine abbiamo condiviso un enorme “pangocciolo gigante” che in francese si chiama “cramique” da Aux Merveilleux de Fred; è una brioche tonda, molto soffice, ricca di burro e piena di gocce di cioccolato fondente, una vera meraviglia da dividere, gustosa e scenografica, capace di trasformare una semplice pausa in un piccolo evento. Con lei ho capito che anche una pasticceria può diventare una destinazione. Non soltanto un luogo dove comprare qualcosa di dolce, ma uno spazio da osservare, fotografare, raccontare e condividere. E poi c’è stata, naturalmente, la Parigi da mangiare. Non abbiamo cercato esperienze gastronomiche particolari, ma abbiamo assaggiato un po’ di tutto: le due tartare poêlées, di manzo e di salmone e il pollo arrosto con un purè aromatico al Bistrot Victoires, le galettes e la crêpe alla Crêperie Cœur de Breizh, il fish & chips, lo spiedino di carne e  l’insalata con avocado e quinoa al Café Kleber, i sandwich mangiati all’interno del locale Pret a Manger, la salsiccia e l’hamburger con aligot al Bistrot L’Arsenal. E poi, immancabili, le frites e le baguette, che a Parigi sembrano avere sempre un posto riservato. Anche il cibo, alla fine, è stato parte del viaggio: piatti e sapori diversi dai nostri, assaggiati in luoghi e momenti diversi, che hanno accompagnato le nostre giornate. Ho cercato di mostrare loro non soltanto la Parigi dei grandi monumenti, quella che tutti conoscono, ma anche quella che amo io: le strade da percorrere a piedi, i quartieri, gli angoli meno scontati, i miei ristoranti, i piccoli dettagli che spesso si rischiano di perdere correndo da un’attrazione all’altra. Volevo che potessero vedere almeno un frammento della Parigi che porto dentro. Quella che mi ha accompagnato in tanti momenti della mia vita e che, ogni volta, riesce a farmi sentire a casa. Sono stati quasi tre giorni pieni. Di quelli in cui alla sera ti accorgi di aver camminato tantissimo e, nonostante tutto, di aver visto ancora troppo poco. Tre giorni di sorrisi, chiacchiere, stanchezza e tanti momenti che resteranno. Momenti semplici, forse, ma proprio per questo preziosi: una passeggiata, una battuta, uno sguardo, le ricerche di Lara alla scoperta di qualcosa di originale, l’entusiasmo di Cristina e la calma di Cipo, sempre presente e attento. Per Cristina e Lara è stato il primo incontro con Parigi. Per Cipo, un ritorno dopo più di quarant’anni. Per me è stato qualcosa di diverso: un nuovo viaggio attraverso una Parigi che conoscevo già, ma che questa volta ho avuto il privilegio di vivere insieme a loro. E forse è questo il regalo più bello: aver potuto trasformare i miei ricordi in qualcosa da condividere, aggiungendo nuove immagini e nuove emozioni a una storia che continua. Adesso che sto rientrando, mentre inizio a scrivere questo racconto seduto nella sala d’attesa dell’aeroporto di Orly, Parigi rimane alle mie spalle. Ma non se ne va davvero. Con me tornano i ricordi di sempre: quelli legati ai miei viaggi in solitaria, quando ho iniziato a conoscerla meglio, quelli condivisi con Vito e Betty, insieme a quelli nuovi che abbiamo appena costruito con Cristina, Lara e Alessandro. Tornano le strade, i monumenti, le stazioni della metropolitana, le chiacchiere, le pasticcerie, il cellulare di Lara sempre acceso e i racconti inviati al suo fidanzato. Tornano la tranquillità di Cipo, l’energia di Cristina e la sensazione di aver vissuto qualcosa di speciale insieme. E so già che, quando tornerò ancora una volta a Parigi, anche questi tre giorni faranno parte della città che ritroverò.

1° giorno
 • Montmartre • Sacré-Cœur • Mur des Je t’aime • Pâtisserie Boris Lumé • Café-Bistrot Victoires • Galerie Vivienne • 
• Palais Royal • Saint-Germain • Rue Bonaparte • Lungosenna • Louvre • Montparnasse • Crêperie Cœur de Breizh • 

2° giorno
 • Tour Eiffel di giorno • Trocadéro • Arc de Triomphe • Champs-Élysées • Place de la Concorde • Madeleine
• Moutarderie Maille  • Pret a Manger • Galeries Lafayette • Place Vendôme • 
• Pâtisserie Cédric Grolet Le Meurice • Café de Kléber • Tour Eiffel di sera • 

3° giorno
 • Saint-Michel • Quartier Latin • Librairie Shakespeare and Company • Notre-Dame • Hôtel de Ville  • 
• Place des Vosges  • Café-Bistrot L’Arsenal • Aux Merveilleux de Fred • 

Post's song : "Le temps" performed by Charles Aznavour 
8/26

mercredi, août 19, 2026

Stresa, una splendida giornata

Da qualche anno è diventata una piacevole tradizione: nel mese di agosto trascorrere una giornata da Anna e Paolo. Loro, ormai da tantissimi anni, hanno fatto di Stresa la loro casa d’agosto e, ogni volta che ci torno con loro, è un po’ come ritrovare un luogo che ormai sento anche un po’ mio. Quest’anno, a differenza dei due anni precedenti, ho preferito viaggiare in treno. Il tempo di viaggio era più o meno lo stesso e, soprattutto, non avevo voglia di stressarmi alla guida. Ho quindi scelto la soluzione più comoda e rilassante, lasciando che fosse il treno a portarmi sul Lago Maggiore. All’arrivo in stazione c’erano Anna e Paolo ad aspettarmi. Il tempo di prendere la macchina e parcheggiarla vicino al Lido e ci siamo accomodati a un tavolino fronte lago, con un panorama a dir poco stupendo, per il nostro caffè di benvenuto. Da lì sono partiti i primi racconti, un po’ su tutto. Quei racconti che si intrecciano, passano da un argomento all’altro e che, come spesso succede quando ci si trova bene insieme, finiscono per accompagnare l’intera giornata. E c’è una cosa che considero una fortuna: grazie al cielo, sulla visione del mondo la pensiamo praticamente allo stesso modo. Non è affatto scontato e forse è proprio questo che rende così piacevoli le nostre chiacchiere: possiamo parlare di tutto, confrontarci e spesso arrivare alla stessa conclusione. Poi ci siamo incamminati verso la passeggiata sul lungolago e, lungo il tragitto, abbiamo fatto l’autoscatto nel punto dove ogni anno ci immortaliamo. Una fotografia che ormai è diventata parte della nostra piccola tradizione. Dal lido al lungolago il passo è breve e la vista sulle tre Isole Borromee — Pescatori, Bella e Madre — è semplicemente impareggiabile. Un vero gioiello del Lago Maggiore. Siamo arrivati fino a quell’albero che Anna ha ormai fatto suo come riferimento di pace e bellezza. Un punto preciso che per lei ha un significato particolare e che, inevitabilmente, finisce per diventare un po’ speciale anche per chi lo guarda insieme a lei. Da lì abbiamo proseguito fino ad arrivare davanti all’elegantissimo e storico Grand Hotel des Iles Borromées. L’ingresso affacciato sul lago è bellissimo e, appena entrati, sembra quasi di fare un salto indietro nel tempo. In fondo al lungo corridoio, la reception e la conciergerie mi hanno dato per qualche istante l’illusione di essere tornato in un’altra epoca, quasi nella Belle Époque. Mi ha colpito proprio quel lungo corridoio, quelle scritte in francese, la reception, la conciergerie e quell’atmosfera elegante e un po’ fuori dal tempo. Un piccolo assaggio di quella Francia che, chissà perché, riesce sempre a riaffiorare nei miei pensieri. Poi siamo usciti e abbiamo girovagato per il giardino, tra colonne, statue e archi. Un altro piccolo viaggio nel passato, prima di riprendere la nostra passeggiata. E dopo la passeggiata, naturalmente, un’altra tradizione immancabile: il pranzo all’Idrovolante. Qui il tavolo da solo vale quanto il menù. Davanti a noi avevamo una vista sulle due isole più vicine davvero in bellavista, quasi fossimo a teatro con la nostra balconata privata sul lago. Dalla carta Anna e io abbiamo scelto i ravioli con ripieno di verdure e vitello, con burro di nocciola come condimento, mentre Paolo ha preferito le pennette al pesto di rucola. Poi, da condividere, un’assiette de fromages e pommes frites. (piccolo appunto francese: dopo quella parentesi al Grand Hotel, con quelle scritte in francese che mi avevano colpito, forse un piccolo richiamo alla Francia ci stava proprio bene). Cucina impeccabile, location unica e compagnia eccellente. Et quoi d’autre ? Una chiacchiera tira l’altra e anche il caffè in chiusura ha concluso il cerchio di questa pausa meravigliosa. Dopo pranzo abbiamo trascorso un po’ di tempo su una panchina, rigorosamente all’ombra, sul lungolago. Davanti a noi il panorama a 360 gradi del Golfo Borromeo, una brezza piacevolissima e il rumore delle onde come colonna sonora. In quei momenti non serve molto altro. Basta stare lì, guardare il lago, parlare, ridere e godersi la compagnia. Il tempo vola quando si sta bene e, guardando l’orologio, ci siamo accorti quasi con sorpresa che era arrivato il momento di rientrare. Io dovevo prendere il treno che avevo prenotato per tornare a casa. A conti fatti, l’unica spesa della giornata è stata quella della colazione da “Paul”, in Stazione Centrale a Milano (France docet). Il viaggio in treno l’ho decurtato dalla carta regalo che Anna mi aveva regalato per i miei sessant’anni, mentre il caffè di benvenuto e il pranzo sono stati un altro, gentilissimo “cadeau” di Anna e Paolo. Insomma, a pensarci bene, questa giornata è stata quasi interamente un regalo. Una splendida giornata, che nell’insieme ha rasentato la perfezione. Non per una cosa sola, ma per la somma di tante piccole cose: il viaggio senza stress, l’arrivo in stazione, il caffè fronte lago, la nostra fotografia di rito, le tre isole, quell’albero che per Anna rappresenta pace e bellezza, il fascino del Grand Hotel, quella parentesi quasi da Belle Époque, il pranzo con una vista straordinaria, le passeggiate, la brezza, il rumore dell’acqua e, soprattutto, le nostre interminabili chiacchiere. Ma più di tutto per la compagnia. Perché una giornata così non la fa soltanto il luogo. La fanno le persone con cui la vivi. E io oggi l’ho vissuta con la mia amica del cuore e suo marito. Cosa chiedere di più? Una toccata e fuga in Francia, dopo tutte queste citazioni nel racconto, sarebbe doverosa?  Questo pezzo l’ho scritto tutto d’un fiato durante il viaggio di ritorno in treno, per non lasciare che il tempo portasse via le emozioni di questa giornata e per provare a fissarle, ancora vive, nelle parole.


Post's song : "Splendida giornata" performer by Vasco Rossi

08/26

vendredi, août 07, 2026

Due giorni di mare in Abruzzo, una promessa mantenuta

A volte non servono settimane di vacanza per vivere qualcosa di speciale. Bastano pochi giorni, se il motivo per partire è quello giusto. Siamo nei primi giorni di agosto, nel pieno dell’estate, quando l’ennesimo desiderio di staccare dai ritmi abituali e concedersi qualche momento di leggerezza si fa sentire. Questo è stato un viaggio breve: tre giorni in tutto, di cui due intensi e uno dedicato al ritorno a casa. La destinazione era Francavilla al Mare, dove sono andato a trovare Lucio e Paola. Era una promessa che avevo fatto qualche anno fa e che, anno dopo anno, avevo rinnovato ogni volta che mi chiedevano di raggiungerli. Finalmente era arrivato il momento di trasformarla in realtà. C’era anche una piccola “missione” da compiere: assaggiare finalmente quegli arrosticini abruzzesi di carne ovina tanto decantati da Lucio e Paola, diventati negli anni quasi un appuntamento obbligato nei loro racconti. Ma soprattutto c’era il desiderio di trascorrere qualche giorno insieme nella tranquillità del mare, lontani dalla quotidianità. Qualche giorno prima della partenza, dopo aver avuto la conferma che nell’agriturismo dove alloggiavano ci sarebbe stato posto anche per me grazie alla disponibilità del divano letto, non ho esitato. Ho aperto l’app Ryanair e acquistato il biglietto per Pescara. La scelta si è rivelata azzeccata: partenza al mattino alle 8:25, un orario ideale per me e un costo quasi incredibile. La tratta aerea è costata appena 23 euro, mentre il prezzo del treno Malpensa Express necessario per raggiungere l’aeroporto ha quasi fatto sorridere nel confronto: 15 euro. Ho preparato il piccolo zainetto con il necessario per quei due giorni pieni: qualche indumento, gli effetti personali e naturalmente i farmaci. La sveglia è suonata nel cuore della notte perché dovevo recarmi in aeroporto circa due ore prima dell’imbarco, ma la levataccia non è pesata: il desiderio di riuscire in questa piccola impresa era molto più forte della stanchezza. Arrivato in aeroporto, tutto si è rivelato più semplice del previsto. Il check-in e i controlli dei bagagli sono stati velocissimi, grazie anche al ridotto afflusso di passeggeri. Ho potuto vivere la partenza con grande tranquillità, anche approfittando della lounge Monteverdi dell’aeroporto, ricordando che con la mia Amex Oro ho la possibilità di accedervi due volte all’anno. Il volo è andato benissimo, oltre le aspettative: prezzo conveniente, partenza e arrivo in orario, navigazione tranquilla e assistenti di volo premurosi. Anche il comandante aveva il mio stesso nome di battesimo, una piccola curiosità che ha aggiunto un sorriso a quella mattina. All’arrivo a Pescara ho trovato Lucio ad aspettarmi, quasi fosse il mio autista personale, con la sua grande e comoda Audi Q3 bianca, affettuosamente chiamata “la Gigi” per via delle iniziali GG della targa. Nel giro di circa un’ora dall’atterraggio ero già sistemato: lasciato lo zainetto all’agriturismo, indossati il costume, la mia t-shirt protettiva UPF 50+ e le ciabatte Adidas, ero pronto a raggiungere insieme a Lucio e Paola la spiaggia Summertime di Francavilla al Mare. Il primo tuffo nelle acque dalla temperatura ideale è stato il modo migliore per iniziare questi giorni. Immersi nel mare Adriatico, poco profondo in questa zona, abbiamo iniziato a raccontarci alcune cose dei giorni precedenti. Io e Lucio ci sentiamo ogni giorno al telefono da tantissimi anni, ma alcune chiacchiere hanno un sapore diverso quando vengono condivise di persona, uno accanto all’altro, dentro il mare, con davanti una giornata di vacanza. L'esperienza mi ha fatto anche cambiare prospettiva sul mio rapporto con il mare. Ho sempre pensato di non amarlo particolarmente, ma forse avevo semplicemente bisogno delle condizioni giuste: una temperatura dell’acqua piacevole, una sdraio e, soprattutto, un buon ombrellone a proteggermi dal sole. Ho capito così che, almeno per me, sono proprio questi gli ingredienti indispensabili per riuscire ad apprezzare davvero una giornata al mare. Durante il relax sulla spiaggia, al riparo dal sole particolarmente intenso, è continuato anche il nostro appuntamento ormai immancabile: la partita a carte “Scala 40” con Lucio. Tra battute, sfottò, risate e finti bluff abbiamo proseguito la sfida iniziata qualche mese fa durante un pomeriggio post pranzo a Brugherio, nella loro casa, dove Lucio ci aveva preparato arrosticini e altre leccornie. Una gara diventata ormai una piccola tradizione, che terminerà quando uno dei due raggiungerà un distacco di 50 partite. A quel punto arriverà la resa dei conti: il vincitore incasserà realmente i 50 euro messi in palio. Ma il vero valore di questa sfida è tutto ciò che la accompagna: complicità, prese in giro, risate e quei momenti di leggerezza che fanno parte della nostra consolidata amicizia, un legame che nel prossimo ottobre raggiungerà un traguardo speciale: 50 anni. Il tempo è trascorso velocemente fino alla pausa pranzo al locale Pizza Trieste di Francavilla al Mare, dove ho ritrovato le deliziose pizzette che avevo già assaggiato qualche anno prima durante un weekend autunnale. Dopo questa piacevole parentesi siamo rientrati all’agriturismo. La sabbia della spiaggia Summertime ha lasciato il posto al bordo piscina, dove anche l’acqua sembrava confermare la piacevole sensazione vissuta al mare. Tra un bagno ristoratore e l’altro è continuata la partita a carte, mentre Paola si rilassava leggendo un libro sul Kindle e navigando con lo smartphone alla ricerca di novità da condividere. La prima sera aveva ancora in serbo la cena al ristorante “Manzetto Rosso”, con il tavolo prenotato proprio il giorno stesso in cui avevo comunicato la mia decisione di raggiungerli. L’obiettivo era uno solo: provare finalmente quegli arrosticini di cui Lucio e Paola mi avevano tanto parlato. Mai aspettativa si è rivelata più giustificata. Quelli del “Manzetto Rosso” sono stati i migliori mai provati negli anni, sia nei ristoranti frequentati tra Milano sia in quelli di questa zona dell’Abruzzo. Pezzi più grandi rispetto ai normali arrosticini, con quel gusto della brace difficile da replicare. Ogni boccone era un’esplosione di sapore. Appartenevano davvero a un’altra categoria, la più alta. Sono rimasto esterrefatto, tanto da inserirli nella mia personale classifica dei piatti perfetti incontrati nei miei viaggi: dagli spaghetti al pomodoro ai Maronti di Ischia al kobe di Tokyo, dal foie gras scottato di Parigi alla schnitzel di Kaufering in Germania. Oltre agli arrosticini abbiamo condiviso olive ascolane con mix di tre carni con crema di peperoni, scamorza affumicata filante con pane caldo tostato all’olio e gustose patate al forno, il tutto accompagnato da un bicchiere di Montepulciano rosso per me e Lucio. Paola, nonostante i miei tentativi, è rimasta fedele alla sua scelta di non bere vino. Una giornata intensissima era ormai terminata. Tornati all’agriturismo, sono letteralmente crollato sul divano letto nel giro di pochi minuti. La mattina seguente Lucio e Paola mi hanno raccontato divertiti che, durante il sonno, avevo iniziato a parlare, senza però riuscire a comprendere quale fosse il contenuto del mio discorso notturno. Il secondo e ultimo giorno pieno è iniziato con la colazione a bordo piscina e ha seguito la traccia del precedente: spiaggia, una lunga camminata con Lucio sulla battigia, bagno tutti insieme, relax, letture di Paola, piscina e naturalmente ancora “Scala 40". Pochi gesti semplici, ma capaci di rendere speciale anche una giornata normale. La sera ci aspettava un altro momento speciale: l’invito di Emiliano e Marcella, amici da tempo di Lucio e Paola, nella loro splendida villa per una cena sul terrazzo. Io, Lucio e Paola avevamo deciso di non pranzare proprio per arrivare con il giusto appetito. È stata una serata di racconti personali, piacevoli conversazioni e divertenti incursioni nei termini del dialetto abruzzese. La protagonista era lei: la “regina porchetta”. Intorno a questo piatto principe, Marcella aveva preparato tante delizie vegetariane: pomodori cuore di bue, peperoni arrostiti, insalata verde croccante, zucchine grigliate, pane con olio e carciofini. Non poteva mancare una caraffa di Montepulciano di produzione privata per me, Lucio ed Emiliano, mentre per chi non beveva vino c’erano acqua naturale e gassata. La conclusione è stata affidata alle pannocchie bollite e alla frutta fresca: melone (ahi, un mio nemico storico al pari della rucola), anguria e uva bianca. A seguire, la crostata che Lucio e Paola avevano ordinato appositamente per l’occasione, un ulteriore gesto di attenzione per rendere ancora più completa la serata. Il brindisi finale è stato accompagnato da un flute di Mionetto Extra Dry, offerto da Lucio e Paola, e dal liquore alle erbe San Pasquale, dal caratteristico colore verde intenso e dai suoi “soli” 45 gradi, che Emiliano aveva particolarmente elogiato. La brezza del terrazzo ha mitigato il caldo intenso di questo periodo italiano. La buona compagnia, il piacere della conversazione e naturalmente il buon mangiare hanno reso questa cena il degno completamento del viaggio. Il giorno dopo, il ritorno verso Milano e Brugherio è stato affrontato insieme a Lucio e Paola a bordo della fidata “Gigi”. Tre giorni soltanto: due vissuti intensamente e uno dedicato al ritorno verso casa. Pochi giorni sulla carta, ma pieni di incontri, risate, mare, piscina, partite a carte, sapori indimenticabili e soprattutto amicizia. Perché a volte non serve molto tempo per creare un ricordo importante. Bastano le persone giuste, un luogo piacevole e la voglia di condividere momenti autentici. Questo piccolo viaggio verso Francavilla al Mare è stato proprio questo: una promessa mantenuta e un nuovo capitolo di un’amicizia, quella tra me e Lucio, che nel prossimo ottobre festeggerà cinquant’anni.


Post's song : "Perfect world" performed by Huey Lewis and The News

8/26

dimanche, juillet 26, 2026

Koufonissi, this is living

Il titolo di questo racconto nasce da una semplice scritta che accompagna chi arriva sulle spiagge di Pori e Fanos: "This is living”, una frase associata alla campagna della birra Corona. Poche parole che racchiudono lo spirito di un'isola dove il ritmo delle giornate cambia rispetto alla vita quotidiana e l'essenziale torna a essere protagonista. Ci sono luoghi che non si visitano soltanto: si ritrovano. Ogni volta che ci torni, ti regalano la stessa magia della prima volta. Koufonissi è uno di questi. Quando Andrea (Fanto) mi ha detto che sarebbe tornato in Italia per qualche giorno e che poi sarebbe ripartito per Koufonissi, dove ad attenderlo c’era Cinzia, non ho avuto bisogno di pensarci. Ho accettato immediatamente il suo invito e, senza esitazione, ho prenotato i voli e il parcheggio a Malpensa, considerando gli orari particolari del viaggio: una partenza nel cuore della notte e un rientro altrettanto “notturno”. A volte alcune decisioni nascono così, semplicemente. Non servono grandi riflessioni: basta dare spazio a qualcosa che fa stare bene. Cinque giorni soltanto, pochi sulla carta, ma sufficienti per riscoprire una dimensione più lenta e ricordare che la felicità può trovarsi nelle cose più semplici. Ma Koufonissi, per me, aveva ormai un significato che andava oltre una semplice vacanza. Dopo una prima, fugace visita nel 2018, sono tornato per tre anni consecutivi: nel 2024, nel 2025 e ora nel 2026. Quattro incontri con la medesima isola, ma ogni volta con una nuova emozione: quella di tornare in un luogo familiare, capace di regalare qualcosa che non appartiene soltanto al presente, ma rimane nel tempo. Koufonissi è il mare dai colori incredibili, le stradine tranquille, le case bianche, il profumo della cucina greca, i sentieri che conducono a calette nascoste. Ma soprattutto è un modo di vivere. È il piacere di rallentare, di non dover rincorrere nulla, di trascorrere le giornate senza fretta. Una passeggiata, un bagno in un mare che nessuna fotografia riesce a raccontare, una taverna dove fermarsi a mangiare, una conversazione con gli amici. Piccoli momenti che diventano grandi ricordi. A Koufonissi il tempo sembra avere un ritmo diverso. Le ore non si inseguono: si assaporano. E ogni ritorno è uguale e diverso allo stesso tempo. Uguale, perché l’isola conserva la sua anima. Diverso, perché siamo noi a cambiare, portando con noi nuove esperienze, nuovi pensieri e nuovi ricordi. Koufonissi non è soltanto una destinazione. È una parentesi sospesa, dove per qualche giorno, tutto ritrova il proprio ritmo. Ed è proprio guardando quel mare, sotto quel cielo perfetto, che nasce spontanea una frase: Koufonissi, this is living. Perché vivere non significa necessariamente fare grandi cose. A volte significa semplicemente trovarsi nel posto giusto, con le persone giuste, nel momento giusto.

Il viaggio verso Koufonissi. Anche questa volta sembrava di rivivere una scena già vista. Stessi giorni, stessi voli, stessi scali aeroportuali dell’anno precedente. Un percorso ormai familiare, quasi un rito che si ripeteva, con una sola variante: questa volta il viaggio prevedeva, dopo l’arrivo a Mykonos, il trasferimento in traghetto verso Naxos e, da lì, il successivo passaggio verso Koufonissi, nel cuore delle Piccole Cicladi. Io e Andrea siamo partiti in piena notte, lasciandoci alle spalle una Milano ancora immersa nell’afa estiva. La sera prima della partenza, però, c’era stata una di quelle serate che sembrano già far parte della vacanza: una splendida cena a base di pesce al "Maremosso" di Milano. Il piacere della compagnia, il gusto della tavola, le chiacchiere e quella piacevole attesa che accompagna ogni partenza. Poi la strada verso Malpensa, nel silenzio della notte, con la città che lentamente lasciava spazio all’emozione del viaggio. Ad attenderci c’era il volo dell’alba verso Mykonos. Un orario che costringe a svegliarsi quando il giorno deve ancora iniziare, ma che regala anche qualcosa di particolare: vedere nascere una giornata mentre si sta già andando incontro a una nuova avventura. Dopo l’arrivo a Mykonos, il viaggio sarebbe proseguito via mare. Davanti a noi il blu intenso dell’Egeo e l’emozione che accompagna ogni traversata, mentre ci avvicinavamo lentamente alla nostra prima tappa, lungo il percorso verso Koufonissi.

L’arrivo a Koufonissi. Il primo assaggio di Koufonissi è iniziato già a Naxos. Ad attenderci c’era Cinzia, che nel frattempo era arrivata sull’isola per portare a riparare la sua bicicletta. In attesa dello Skopelitis, il piccolo e storico battello che collega le isole delle Piccole Cicladi, ci siamo seduti a un tavolino fronte porto per condividere un club sandwich. Una scena quotidiana, ma già con il sapore della vacanza: il porto davanti agli occhi, l’attesa del prossimo trasferimento e la sensazione che, da quel momento, tutto fosse davvero cominciato. Poi il mare, un po’ mosso per il vento, ci ha accompagnati verso Koufonissi. L’arrivo sull’isola aveva già qualcosa di speciale. Dopo aver sistemato il mio trolley ed esserci concessi un po’ di meritato relax, siamo usciti per la nostra prima passeggiata. Koufonissi è speciale anche per questo: raccolta, tranquilla, vissuta senza fretta e percorribile principalmente a piedi. Qui non servono grandi spostamenti: basta camminare per lasciarsi guidare dai colori, dai profumi e dai panorami. La prima sera abbiamo raggiunto a piedi la taverna "Aneplora", oltre il mulino, in una posizione privilegiata con una splendida vista sulla baia adiacente. La cena era già un incontro con la Grecia che amo: pietanze tradizionali, sapori semplici e autentici, accompagnati da un grande pesce dalle carni bianche che ha completato quella prima serata sull’isola. Poco prima di raggiungere la taverna, però, Cinzia ha avuto letteralmente un piccolo “incidente di percorso”, senza che questo riuscisse a rovinare il piacere di quella prima cena insieme. Dopo cena, la proprietaria del ristorante si è offerta spontaneamente di riaccompagnare Cinzia a casa con la sua auto. Un gesto naturale, fatto senza esitazione, che racconta molto dell’ospitalità di Koufonissi: un’attenzione che forse, in altri luoghi, avrebbe semplicemente portato qualcuno a chiamare un taxi. Io e Andrea invece abbiamo deciso di rientrare a piedi, attraversando nuovamente la Chora di Koufonissi. Le strade illuminate, il movimento della sera, le case bianche e quella particolare atmosfera dell’isola ci hanno fatto dimenticare una cosa: erano passate meno di ventiquattro ore dalla partenza da Milano. Eppure sembrava che quei giorni fossero iniziati già da tempo. Forse è proprio questa una delle magie di Koufonissi: riesce a rallentare il tempo fin dal primo momento.

Il giorno della marmotta. La mattina seguente arriva la conferma di quella percezione. Ogni risveglio sembrava una scena già conosciuta, ma mai scontata. Dalla meravigliosa terrazza dell’incantevole nido bianco creato e arredato con grande cura dall’architetto Cinzia, con una particolare attenzione all’armonia degli spazi, il panorama era sempre lo stesso e sempre sorprendente. Un cielo azzurro terso, il sole splendente e quella leggera brezza marina che rendeva tutto ancora più gradevole. Mi è venuto spontaneo pensare al film “Ricomincio da capo”, al famoso giorno della marmotta, dove il protagonista si ritrova a vivere la stessa giornata. A Koufonissi, però, quella ripetizione aveva un significato completamente diverso: non era monotonia, ma il piacere di ritrovare ogni volta la stessa magia. Come se l’isola dicesse: “Bentornato, nulla è cambiato.” Ed era proprio da quella terrazza, da quella luce e da quel senso di tranquillità che iniziavano le nostre giornate.

Le giornate a Koufonissi. Le nostre giornate iniziavano con la colazione preparata dallo chef Fanto. Una colazione ricca di sapori e attenzioni: yogurt greco, noci, pesche, caffè con aggiunta di latte, frittelle di ceci, miele e crema di sesamo. Un rituale mattutino diventato uno dei piaceri di quelle giornate, con una piacevole variante in due occasioni: un krapfen gigante da condividere e dei croissant al burro, immancabile richiamo alla mia amata Francia. Dopo la colazione arrivava la scelta della spiaggia. Un rito semplice: decidere dove trascorrere quelle ore di mare, con loro (Cinzia e Andrea) pronti per la classica lunga nuotata, mentre io mi limitavo a immergermi vicino alla riva, rigorosamente con la mia t-shirt protettiva, per poi tornare all’ombra dell’ombrellone e dedicarmi alla lettura del libro prestatomi da Andrea. Quest’anno, però, c’era anche una novità che Cinzia e Andrea avevano pensato per me: Kato Koufonissi. L’isoletta di fronte, raggiungibile in pochi minuti via mare, mi ha regalato una prospettiva nuova e un’altra scoperta da custodire tra le esperienze vissute sull’isola. Piccole calette dall’acqua cristallina, una taverna appena superato l’approdo e la presenza immancabile di una chiesa bianca e blu, simbolo di quella Grecia che tutti portiamo negli occhi e nei ricordi. Sia all’andata che al ritorno abbiamo attraversato il mare con la piccola imbarcazione di Mavros, sulla quale eravamo gli unici passeggeri. Un trasferimento semplice, quasi privato, accompagnato dal rumore del motore, dal vento sul viso e dall’acqua intorno a noi. Un viaggio nel viaggio. A Koufonissi anche questo significa vivere: ritrovare ciò che si ama, ma continuare a scoprire qualcosa di nuovo. I pranzi, rigorosamente in orari quasi spagnoli, erano un altro appuntamento della giornata. Panini, o meglio “pite” gourmet, preparate ancora una volta dal nostro chef Fanto, capaci di trasformare un pranzo informale in qualcosa di più curato. Le cene a casa sono state tra i ricordi più belli di quei giorni, fatte di cucina, amicizia e condivisione. Da quella preparata dal chef Fanto, con gli gnocchi di patate accompagnati da una crema di cacio e pepe, seguita dalle insalate greche in due versioni con feta preparate da Cinzia, fino alla serata vissuta in compagnia di Amalia e Jonas, lei greca e lui svedese, i vicini di casa. Un momento reso ancora più personale dai miei segnaposti preparati con cura per l’occasione e dalle due piccole Nutelline in miniatura lasciate come ricordo. Lo chef Fanto anche questa volta ha dato spazio alla sua creatività preparando cinque antipasti finger food gourmet e un gustoso piatto di fregola con mazzancolle. L’ultima sera, prima della mia partenza, abbiamo deciso di salutarci nel modo tradizionale: una cena alla taverna  “Melissa”, con i sapori autentici della Grecia. Una tavola ricca di piatti tipici: dal fritto di zucchine al saganaki, il formaggio greco fritto, dal calamaro alla griglia al souvlaki di pollo, fino alle polpette fritte. E naturalmente non poteva mancare la tzatziki, immancabile e da me richiesta come ogni volta che torno in Grecia. A chiudere quella splendida serata sono arrivate le loukoumades (frittelline) al miele da “Τo Κyma”, accompagnate da un bicchierino di ouzo, mastika e rakomelo. Sapori, profumi e rituali che appartengono a questa terra e che rendono ancora più difficile salutare un’isola così amata. E forse erano proprio questi piccoli rituali a dare il ritmo alle nostre giornate. Come il “portokàli”, la spremuta d’arancia fresca, ordinata durante una sosta, che diventava un altro modo per assaporare il tempo. A Pori, insieme ad Andrea, era la pausa prima di ripartire verso le calette che avevamo programmato di raggiungere. Da To Kyma, con Cinzia e Andrea, era invece un momento di tranquillità prima di proseguire verso le spiagge più vicine o attendere insieme l’imbarcazione per Kato Koufonissi. Piccoli gesti apparentemente semplici, ma capaci di racchiudere lo spirito di quei giorni: perché a Koufonissi non contano soltanto i luoghi dove arrivare, ma anche i momenti vissuti lungo il cammino.

L’amicizia, il vero valore di questi giorni. Prima di raccontare il momento del mio ritorno, c’è qualcosa che merita di essere ricordato più di ogni altra cosa: l’ospitalità di Cinzia e Andrea. Quei giorni a Koufonissi non sono stati soltanto una vacanza in un’isola meravigliosa, ma il privilegio di condividere tempo, spazi e quotidianità con due amici capaci di trasformare una semplice permanenza in un’esperienza da custodire. La loro gentilezza, la cura nei dettagli, il piacere di far sentire chi arriva come se fosse già parte della casa. Una casa che non era soltanto un luogo dove dormire, ma un punto d’incontro fatto di racconti, risate e condivisione. Sono state le mille risate nate durante le giornate, le conversazioni sempre piacevoli, gli sberleffi sui nostri piccoli comportamenti quotidiani, qualche divertente battibecco a rendere ancora più bello il tempo trascorso insieme. Perché una vacanza non è fatta soltanto di panorami, tramonti e luoghi da scoprire, ma soprattutto delle persone con cui si condividono. E poi c’era quella terrazza. Quell’angolo speciale dove iniziare la giornata, bere un caffè, guardare il mare e lasciarsi avvolgere dalla tranquillità dell’isola. Più che una terrazza, era il luogo da cui cogliere la felicità semplice di quei giorni. E naturalmente non poteva mancare Luna, o meglio Luly, la padrona di casa a quattro zampe. Con la sua presenza discreta ma sempre simpatica, i suoi passaggi improvvisi e quel modo tutto suo di partecipare alla vita della casa, ha aggiunto un sorriso alle nostre giornate. Anche lei, a modo suo, è diventata parte dei miei ricordi di Koufonissi. Alla fine sono proprio questi dettagli che rimangono più impressi: un’amicizia, una risata, una conversazione, un animale che entra nella quotidianità, una terrazza davanti al mare, un tavolo dove ritrovarsi e condividere un pasto, magari davanti a un tramonto o in una piccola taverna. Sono queste le cose che trasformano una bella vacanza in un ricordo da custodire.

Il ritorno. Il momento dei saluti è arrivato sul piccolo porto di Koufonissi. Un ultimo sguardo all’isola, un ultimo abbraccio a Cinzia e Andrea, poi il momento di salire sulla barca veloce che mi avrebbe portato verso Santorini, da dove sarebbe partito il volo notturno di ritorno. Mentre la barca si allontanava lentamente dal porto, guardavo l’isola allontanarsi e portavo con me la certezza di aver vissuto qualcosa di speciale. Ma la sorpresa più grande è arrivata dopo. Sul bus che dal porto nuovo di Santorini conduce verso Thira, il centro dell’isola, ho provato una sensazione che non avevo mai sentito prima: una profonda pace interiore. Non era malinconia. Non era tristezza per la fine della vacanza. Era semplicemente una calma assoluta. Mi sentivo bene, in equilibrio, come se quei giorni avessero lasciato dentro di me qualcosa di difficile da spiegare. Anche nella passeggiata con il mio piccolo trolley tra le vie affollate di Santorini, circondato dai turisti in attesa del tramonto, non ho provato fastidio. Al contrario, ho assaporato quel momento. Ero lì, in mezzo alla confusione, ma con una tranquillità che arrivava da dentro. Mi sono fermato per un semplice “doppio” gyros accompagnato da una Coca-Cola Zero, osservando il movimento intorno a me e ripensando ai giorni appena trascorsi: il mare, la terrazza, le risate, le cene, le passeggiate e quella sensazione di tempo rallentato che solo certi luoghi sanno regalare. La stessa serenità in aeroporto, nell’attesa del volo. Intorno a me si sentivano le voci e le urla di alcuni giovani ragazzi italiani, con gli audio dei tablet e dei cellulari che si mescolavano ai rumori dell’aeroporto. Tra quei suoni arrivava anche la finale della Coppa del Mondo di calcio tra Spagna e Argentina. A vincere sono state le Furie Rosse spagnole. Ma quella sera il risultato della partita era quasi un dettaglio. Io ero ancora immerso nei miei pensieri, nella mia calma, nella consapevolezza di aver ricevuto molto più di una vacanza. Avevo portato con me qualcosa di invisibile, forse più importante di qualsiasi fotografia. E quello stesso stato d’animo mi ha accompagnato anche al rientro. Nel cuore della notte, alla guida della mia Twingo che da Malpensa mi riportava verso casa, con davanti al parabrezza i lampi lontani dei temporali che illuminavano il cielo. Fuori il mondo continuava a fare rumore. Dentro, invece, c’era pace. Forse il vero viaggio non era stato soltanto quello che mi aveva portato fino a Koufonissi, ma quello che l’isola aveva iniziato dentro di me. Perché certi luoghi non finiscono quando si riparte. Restano con noi.

Koufonissi, this is living.

Post's song : "Benvenuti in paradiso" performed by Antonello Venditti

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